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Il levare di Speranza, la promessa della musica

I suoi genitori credevano che avesse ricevuto un “dono dall’alto” e la incoraggiarono a studiare pianoforte. Da lì un viaggio lungo trent’anni: la Juilliard, i manoscritti di Beethoven, la gavetta seduta accanto ai più grandi, fino al podio della Scala. Oggi dirige orchestre come si dirige una fede, con pazienza, e con quella stessa domanda che non l’ha mai abbandonata: come posso fare meglio?

Di notte, quando l’ultima recita è finita e la Josie Robertson Plaza si svuota, i murali di Chagall restano lì, dietro i cinque archi del Metropolitan, a vegliare su una piazza che sembra un palcoscenico in attesa. La fontana Revson in mezzo, la David Geffen Hall e il David H. Koch Theater ai lati. Chi attraversa la piazza e si spinge oltre la Sessantacinquesima strada, verso Broadway, scopre da dove arrivano molti di quelli che un giorno quel palcoscenico lo calcheranno: la Juilliard School, travertino e linee severe, l’edificio che l’architetto anconetano Pietro Belluschi consegnò dopo dodici anni di lavoro e sessantacinque varianti di progetto. La scuola era nata nel 1905 per volontà di Frank Damrosch, figlioccio di Franz Liszt e responsabile dell’educazione musicale nelle scuole pubbliche di New York, attorno a un’idea tanto semplice quanto grandiosa: i musicisti americani non avrebbero più dovuto attraversare l’Atlantico per studiare musica sul serio. Cinque anni dopo la morte di Augustus Juilliard, mercante tessile che aveva lasciato in eredità la somma più grande fino ad allora destinata alla promozione della musica negli Stati Uniti, la scuola prese il suo nome. Oggi alla Juilliard studiano oltre ottocento ragazzi provenienti da una cinquantina di paesi, e meno del dieci per cento di chi fa domanda viene accettato. Nella biblioteca riposano manoscritti autografi di Beethoven, Mozart, Brahms, Chopin, Ravel, Stravinskij, partiture che hanno attraversato l’Atlantico e trovato qui una seconda casa.

Ottantotto anni dopo la nascita della Juilliard School, una ragazza di vent’anni che ha appena concluso gli studi al Conservatorio di Santa Cecilia sorvola l’oceano. Si chiama Speranza Scappucci e non sa ancora che quel viaggio da Roma a New York la porterà poi sul podio delle più importanti orchestre al mondo e, da quest’anno, alla direzione artistica del MiTo, il festival che ogni settembre propone concerti tra Milano e Torino. «I miei genitori amano la musica e hanno dato a noi figli la possibilità di studiarla», ci dice. «Studiavo con una maestra di pianoforte che viveva nel nostro condominio e poi a dieci anni sono entrata in conservatorio. Spesso eravamo al Teatro dell’Opera, seduti nelle gallerie dove potevi ammirare tutto il teatro dall’alto». Da lassù il teatro si abbraccia per intero, la buca, il palcoscenico, la platea, i lampadari enormi, le luci. Lei non può sapere che tra qualche anno quella sarà casa sua. Impara presto a dividersi tra la scuola e il conservatorio, con la consapevolezza di avere un talento da educare e far fiorire. A Santa Cecilia incontra docenti di pianoforte come Fausto Di Cesare, Sergio Perticaroli, Luciano Cerroni, tra i più apprezzati e severi solisti. Poi arrivano, immancabili, i dubbi dell’adolescenza. «A quattordici anni studiavo tantissimo il pianoforte e frequentavo anche la scuola ordinaria. Le mie estati erano al pianoforte e per un’adolescente questo non è semplice. Ebbi un momento di crisi e il dialogo con i miei genitori fu di grande aiuto. Non mi obbligarono a continuare, ma erano certi che se avessi interrotto in futuro me ne sarei pentita. Per loro il talento è un dono». I genitori della giovane Speranza, persone con una grande fede religiosa, hanno riconosciuto nella figlia qualcosa che può venire solo “dall’alto”. Gli anni passano, quel dono risplende in tutta la sua bellezza, e con una borsa di studio Speranza vola alla Juilliard School. «C’erano talenti mostruosi, capaci di farti sentire non all’altezza. Mi sono sempre guardata dentro, ho cercato di capire qual era la mia forza e nel tempo ho capito che non siamo tutti uguali e non possiamo eccellere in ogni settore. Io amavo fare musica con gli altri e mi sono lanciata sulla musica da camera, poi lo studio come maestro collaboratore. Sono stati quattro anni decisivi in cui quotidianamente eri spronata a fare sempre meglio». Terminata l’esperienza americana comincia la gavetta, tanta, in giro per il mondo.

Sono gli anni in cui il mestiere s’impara a sipario chiuso. Seduta al pianoforte, in teatro, Scappucci assiste i più grandi direttori d’orchestra nella preparazione delle opere liriche. Preparare i cantanti, il coro. Collaborare con il direttore. I ritmi del teatro sono forsennati e bisogna saper rispondere nel miglior modo possibile alle esigenze dei tanti artisti che, insieme, fanno il melodramma. Anni di grandi soddisfazioni e di collaborazioni importantissime, una su tutte quella con Riccardo Muti al Festival di Salisburgo, mentre lentamente il destino la avvicina al podio. Il caso, che nell’opera lirica spesso scompiglia le vite dei protagonisti, si diverte anche con lei. Nel 2012 all’Università di Yale, pochi minuti prima di una produzione del Così fan tutte di Mozart, c’è la necessità di sostituire il direttore d’orchestra. Chi meglio del pianista collaboratore che ha preparato tutti i cantanti, assistito alle prove e lavorato a stretto contatto con il direttore? Da lì, nel giro di due anni, arrivano per lei il Macerata Opera Festival e poi, negli Stati Uniti, la Washington National Opera. Speranza sale sul podio. Non lo abbandonerà mai più.

«Quella del direttore d’orchestra è un mestiere complesso che richiede conoscenze tecniche, capacità umane. La direzione è concertazione. La parola stessa contiene l’idea di mettere insieme diversi elementi. Io non posso imporre dall’alto un’idea, ma offrire una linea generale che si sviluppa con gli altri musicisti. L’autorità fine a sé stessa non serve a niente: ci vuole quell’autorevolezza che arriva dalla conoscenza».

Arriva anche la televisione a darle spazio, accanto a Corrado Augias, ne La Gioia della Musica di Rai 3. «Era nata per una sola stagione, poi il successo l’ha portata a durarne tre, ed è rimasta circoscritta a quel periodo: è stata un’esperienza meravigliosa. Si decideva il tema generale e poi avveniva tutto in maniera molto naturale. Non preparavo chissà cosa, ma nasceva tutto dal nostro dialogo. La vera difficoltà era organizzare il mio calendario: ogni tanto tornavo e registravamo una serie di puntate». Oggi, grazie a quel programma, Scappucci è un volto noto anche al pubblico che le sale da concerto non le frequenta, ma che si è avvicinato alla “classica” attraverso le spiegazioni e gli aneddoti ascoltati ogni sera in tv. Un grande esperimento che non è detto non si possa ripetere, «compatibilmente con tutta una serie di progetti che sto seguendo».

In queste settimane è stata protagonista al Teatro alla Scala sul podio della Lucia di Lammermoor di Gaetano Donizetti, lei che nel 2022 è stata la prima donna italiana a dirigere un’opera in quel teatro ed è stata solo pochi giorni fa inserita da Forbes Italia tra le cento donne di successo del 2026. Prima donna anche alla direzione artistica di MiTo SettembreMusica, il festival nato nel 2007 dal gemellaggio culturale tra Torino e Milano, che per un mese intero porta la grande musica a prezzi accessibili nei luoghi più diversi delle due città, teatri e auditorium ma anche chiese, cortili, piazze. Una sorta di laboratorio di integrazione tra i due capoluoghi e una prova concreta della loro vitalità culturale. «È la mia prima esperienza a questo livello di direzione artistica, cioè di coinvolgimento nel mondo della musica non direttamente dal podio o come performer. È una cosa che mi stuzzica, e mi sono trovata bene in questa veste. In futuro non mi dispiacerebbe continuare anche così, magari in un teatro d’opera, combinando la direzione musicale con la direzione artistica. Questo a livello professionale. Oppure creare un mio festival, magari d’opera, visto che sono molto appassionata di teatro».

I progetti sono tanti, ma prima ci sarà per lei un breve periodo di riposo, poi un volo per l’Australia, dove sono in programma le celebrazioni per il centenario della nascita del soprano Joan Sutherland, e infine il ritorno in Italia con La Cenerentola di Rossini al San Carlo di Napoli. «È fondamentale rimanere con i piedi per terra e mettersi costantemente in discussione. Io lo faccio dopo ogni recita: “Cosa è andato bene? Cosa potevo fare meglio? Dove ho sbagliato e mi sono fatta prendere dal panico?. Bisogna avere la forza di interrogarsi e, con l’esperienza, avere sempre più fiducia. Siamo costantemente in evoluzione, in un cammino di crescita che si fonda sullo studio e sull’allenamento». Poi si lascia andare a un paragone sportivo, lei che lo sport lo ama da sempre ed è una grande tifosa juventina. «Noi musicisti siamo un po’ come degli sportivi. Sinner non potrebbe raggiungere i risultati che sta ottenendo senza allenarsi tutti i giorni. Questo vale anche per un direttore d’orchestra. È la stessa cosa, in ambiti diversi».

C’è un istante, nel gesto del direttore, che il pubblico spesso non coglie. I musicisti lo chiamano “levare”. È il braccio che sale un attimo prima del suono, un movimento che ancora non fa musica e però la promette. La vita di Scappucci ne è piena, il volo del 1993, la sera di Yale, adesso un festival da pensare da capo. Perché il levare, in fondo, è un atto di fiducia in un suono che ancora non esiste ma che si è certi arriverà. In italiano ha anche un altro nome: speranza.

Mario Leone (Gravina in Puglia, 1981) Musicologo, pianista, direttore di coro e didatta. Insegna, scrive e corre. Divoratore seriale di musica.