Cerca

Addio casa dei miei sogni, ti lascio

Deborah Levy e Rachel Cusk hanno reso materia letteraria le liti condominiali, le ristrutturazioni, i mutui e i debiti accumulati. E hanno fornito l’unica soluzione alle brutali avventure immobiliari: una villa in affitto sul Mediterraneo, altro che stanza tutta per sé

Sono strenuamente impegnata nel brutale mondo immobiliare. Questo mi fa sentire più vicina a Rachel Cusk che a Sally Rooney, più a mio agio con Deborah Levy e Virginia Woolf, e con tutte le donne nella storia della letteratura che hanno dovuto fare i conti con la volgarità di possedere un po’ di ricchezza (mai abbastanza per vivere comodamente, per pensare solo a scrivere, cioè a lavorare), piuttosto che con la purezza di chi afferma di non aver mai avuto nulla (eppure sembra pensare solo alla scrittura, e una scrittura che riguarda solo le cose più elevate, relazioni e amore).

A un certo punto, nei miei primi trent’anni, pensavo che avrei vissuto per sempre, o che avrei dovuto predispormi una rendita per una vecchiaia molto lunga. Pensavo anche, però, che la vecchiaia sarebbe arrivata più tardi. Anche se tecnicamente la vecchiaia non è ancora arrivata, ora la vedo all’orizzonte, e l’orizzonte non è così lontano, e il suo profilo è piuttosto chiaro. Allora, quando credevo nel futuro ma non riuscivo a vederlo, ho investito il mio capitale nel settore immobiliare, l’ho frammentato in modo che potesse generare più reddito e poi ho preso un mutuo per espanderlo. Il che, col senno di poi, è stata un’idea veramente idiota. Non l’aver fatto un mutuo – quella si è rivelata un’idea brillante, soprattutto a maggio 2020, quando i tassi d’interesse erano vicini allo zero – ma piuttosto il fatto di aver investito tempo ed energie nell’espansione del capitale. La cosa migliore che si possa fare con il capitale è mantenerlo e goderselo. Il che non significa sperperare denaro, ma far lavorare il capitale per te, e non il contrario. Invece, io ho lavorato per il capitale. E ho lavorato e lavorato. Mi trovavo felicemente all’estero nel settembre 2019, quando mi sono costretta a tornare per vedere un appartamento. Era un periodo in cui tutti smaniavano per investire in una zona della città che, dopo averlo promesso per anni, anzi per decenni, stava per entrare nel suo periodo di gentrificazione. La mia FOMO era acuita dal fatto che quell’area – la parte più desiderabile della città in quel momento – era proprio molto vicina al quartiere in cui ero cresciuta e avevo vissuto tutta la mia vita. L’avevo vista cambiare e ora stavo per perdere tutti i benefici di quella prospettiva privilegiata. Mentre i costruttori costruivano, io scattavo brutte fotografie sentimentali del paesaggio urbano in mutazione. All’epoca ero emotiva al riguardo, vedevo quei familiari edifici fatiscenti, le strade sporche e deserte e l’occasionale prostituta venire suddivisi e recintati in grandi zone quadrate, e gli scavi iniziavano, e con gli scavi arrivava una promessa: la promessa di lasciare la classe medio-bassa e diventare dei veri borghesi. Così ho venduto il mio monolocale, ho preso un mutuo e ho comprato il primo bilocale che ho visto al prezzo richiesto, che era stupidamente alto.

«Credevo che un giorno, da grande, mi sarei guadagnata le chiavi di una casa tutta mia nel Mediterraneo, con caprifogli e balconi. Al contempo, una vocina cattiva nella mia testa mi ripeteva: Impossibile, non sarà mai tua», scrive Deborah Levy in Bene Immobile, il terzo volume della sua «autobiografia in movimento». Per me, la casa-utopia, quella a cui pensi tutta la vita come la “casa da grande”, era l’immagine sfocata di un appartamento luminoso in via Bellezza, magari vista parco. Ma per il momento, un bilocale in una casa di ringhiera mai ristrutturata vista binari dello Scalo Romana aveva già il sapore di riscatto sociale. «Sì, avevo cercato per anni di costruirmi una vita più borghese. Non capivo perché sembrava un obiettivo così difficile da raggiungere. I miei colleghi, che conducevano vite perfettamente borghesi, cercavano disperatamente di sembrare meno borghesi, mentre io sognavo di vivere nei loro quartieri».

Così ho comprato quel bilocale. Mi sembrava «il mio biglietto d’uscita dalla periferia, la mia via di fuga da tutto ciò che le donne erano destinate a diventare», o quasi. Ho speso tutti i miei soldi e anche di più, e ho preso un prestito extra. È una situazione che chiunque abbia mai comprato una casa riconoscerà: ti rende dannatamente povero. Ero povera, ma stavo espandendo il capitale, giusto? Mi stavo preparando per la vecchiaia. Ero abbastanza grande per sapere che il mio lavoro culturale (la mia arte, come dicono le persone distaccate dalla realtà e che prendono i loro sforzi sul serio: non io) non mi avrebbe mai dato abbastanza soldi per vivere, quindi dovevo darmi da fare e prepararmi. Poi è arrivata la pandemia, e ho iniziato ad accumulare debiti – debiti fiscali, perché non lavoravo, avevo una gamba rotta ed ero tornata a vivere con i miei genitori; debiti per le spese condominiali; e ogni sorta di debito. Quindi ho dovuto lavorare non tanto per vivere, ma per saldare i debiti e sostenere il mio futuro io.

La letteratura ama la povertà, cioè quella ricchezza talmente estrema che non ha bisogno di essere amministrata (se esiste), né ha bisogno di essere raccontata. La letteratura odia il lavoro, dateci non scene di uffici ma poliamore, non commercialisti ma corna; e per quanto riguarda noi, a volte mi chiedo se ci piace così tanto ambientare le storie nel nostro passato perché lì il lavoro era semplice e puro come coltivare la terra, cioè coltivare la terra in un’idealizzazione del passato: nobile sudore, gretto patriarcato, tome tagliate col coltellino svizzero in cima a montagne altissime. Una volta ho avuto un insegnante di scrittura creativa che era fissato con le tome, nel senso di formaggio: nelle cose che aveva scritto fino ad allora la parola ricorreva più di quanto sarebbe consigliabile o ragionevole (secondo me). Secondo lui, bisognava parlare di materia, fare il romanzo come si fa un tavolo, toccare il legno, una cosa così (riporto imprecisamente, lì per lì mi sono dissociata, mi sono dissolta). Questa materia però, rigorosamente messa in scena, non era mai una materia di quelle che ti occupa veramente la vita alle dieci del mattino. Era la materia nobilmente genuina racchiusa nella parola toma (ma chi cazzo dice «Cesare, passami la toma»? Forse sono regionalismi che non comprendo: parlate così fra maschi del Piemonte?). Forse per quegli uomini che insegnano scrittura creativa, la volgarità di brigare in commissioni e scadenze, bollette e rate di mutui non rappresenta la materia della vita. Ma è la materia che molte scrittrici hanno riportato al centro del racconto di sé negli ultimi dieci anni. Ed è materia letteraria.

In Bene Immobile, Deborah Levy parla della sua ossessione di possedere una grande villa isolata con una fontana, prima, o un piccolo fiume. Tutta la vita compra oggetti per arredare questa casa ideale, mentre nella realtà del suo «portfolio immobiliare» ci sono solo due cavalli di giostra afghani che espone all’esterno della sua casa reale, un appartamento in un «relitto di condominio» su una collina londinese. I corridoi sono così mal ridotti che i padroni di casa aggiustano la moquette col nastro adesivo, e i corridoi sono turpi e bui ma la narratrice li chiama «il corridoio dell’amore». La casa è la stessa che compare in Il costo della vita, quella in cui la Levy va a vivere, insieme alle due figlie, dopo il divorzio dal marito. Dentro c’è un banano ben tenuto che le figlie chiamano il terzo figlio. Anche Rachel Cusk aveva dedicato il secondo capitolo della sua trilogia, Transiti, alle peripezie immobiliari, nello specifico a una logorante ristrutturazione di un appartamento londinese. Non va immaginata la ristrutturazione come un affare da ricca borghese privilegiata. Credo anche che la parola privilegio ci sia così tanto scappata di mano che da una parte chi non l’ha mai capita continua a non capirla, mentre chi l’ha capita la usa come una specie di cilicio con cui fustigarsi: soprattutto da donne non possiamo più parlare dei nostri problemi perché siamo privilegiate donne bianche, che sarà anche vero, ma allora davvero possiamo scrivere solo di fanciulle maltrattate e malmenate ma anche segretamente fiere e empowered vissute durante il ventennio fascista. Dicevo, non immaginatevi la ristrutturazione come il capriccio di una ricca signora con le perle che dirige i lavori di una squadra di poveri sottoproletari: gestire una casa, da donna sola, è una questione abbastanza materica – tra vicini che vogliono avvelenarti il cane e operai che si rifiutano di fare quello che dici, è più materico ristrutturare una casa a Londra che mangiare una toma a Cuneo.

In entrambe le autrici, Cusk e Levy, la casa significava anche la responsabilità di dover crescere le figlie, di non avere un posto tutto per sé nonostante l’aver trascorso tutta la vita a immaginare e costruire un senso di appartenenza e calore domestico. Questa è una condizione comune a molte donne: avere delle case che sono state rese belle e accoglienti e vive dal loro lavoro, e che però sono anche una zavorra. Rappresentano una perdita di identità. Infatti Levy la propria identità la ritrova solo nel capanno affittato o preso in prestito dall’anziana amica Celia – una versione contemporanea della stanza tutta per sé, collegata alla casa sulla collina da una bici elettrica che è vietato parcheggiare davanti a casa.

Tutte queste scrittrici hanno una serie di figli e nella cura dei figli perdono la propria idea di sé, la forza di «perseguire i propri desideri in modo spietato» e di fare le cose che sono al mondo per fare. Quando ritrovano l’orientamento – perché i figli e le figlie si emancipano – ritrovano anche la loro indipendenza e una specie di senso della vita («queste donne mature e furiose»). Bene immobile si conclude in una villa in affitto affacciata sul Mar Egeo in Grecia, e il pensiero che non importa se non potrà mai comprarla, il portfolio di real estate che Levy lascia al mondo sono i suoi libri, le cui royalty andranno alle sue figlie.

È quando queste autrici geniali cominciano a raccontare della loro caterva di figli bisognosi di attenzioni (eppure loro non hanno mai smesso di scrivere libri) che l’illusione del riconoscimento si frantuma, e comincio seriamente a pensare di aver sbagliato qualcosa, o come dice Levy, riguardo al non potersi permettere la casa in Grecia: «come se in qualche modo non fossi riuscita a far andare la storia a modo mio e a concluderla realizzando il mio sogno. Dovevo accettare il fatto che non sapevo piegare la storia a mio favore». Quest’accettazione di non poter piegare la storia è la realizzazione del fallimento: nel caso di Levy è la casa, nel mio caso è considerare che non posso neanche incolpare la caterva di figli per non aver scritto più libri, i libri che avrei voluto scrivere e che giacciono incompiuti in una cartella che si chiama “brani di libro”.

Mi ha chiamato l’amministratore della casa in Fondazione Prada. Sto guidando un golpe: dopo aver ignorato la casa per quattro anni ho ricevuto delle spese straordinarie che mi avrebbero dato l’ultimo calcio verso il debito irrecuperabile. Mi sono così messa a capo di una rivolta per il cambio di amministratore, fomentando una folla che non mi aveva mai visto partecipare a un’assemblea e non sapeva neanche che faccia avessi. È stato faticoso, una bizzarra esperienza nella politica. Ho trovato particolarmente difficile mantenere una facciata da persona conciliante, senza mai lasciarmi scappare un non diciamo cazzate, branco di idioti. Dovrei avercela quasi fatta. Ma in fondo, mi interessa solo diminuire l’importo delle spese, perché ho deciso comunque di venderla: la bella, brutta casa in Fondazione Prada.

Come Deborah Levy, e tutto sommato prima di lei, visto che mi manca parecchio tempo prima di compiere sessant’anni, ho capito che il mio portafoglio immobiliare non comprenderà mai la casa dei miei sogni. Non arriverò mai in via Bellezza, anzi, ritorno da dove sono venuta, ritorno in Ripamonti.
«Il bene immobile è un autoritratto e un ritratto di classe»: accetto il fatto che non sono mai riuscita a stare comoda, nell’incertezza del lavoro culturale, con tutti i debiti che il salto di classe prevede. Semmai si sono accumulati sempre di più: ormai perfino i biglietti del treno li compro in tre rate con Klarna. Torno indietro. Mi sento già più libera, mi sento già più artistica e anche un po’ materica. Libera da possedimenti immobiliari ingombranti, forse potrò anch’io scrivere un libro su amore e corna. Finché la vita vera, inevitabilmente e sotto altra forma, notai bollette e bolli, tornerà di nuovo a chiedermi il conto.

Raffaella Silvestri (Milano, 1984), scrittrice, ha studiato Filosofia di genere a Helsinki e Filosofia delle scienze sociali a Cambridge. Ha scritto i romanzi «La distanza da Helsinki» (Bompiani, 2014) e «La fragilità delle certezze» (Garzanti, 2017). Ha una newsletter, “Velluto”.