“Ti auguro oblio nell’arte”
Eleonora Duse a Gabriele D’Annunzio
Eleonora Duse, che nel film Duse di Pietro Marcello ha il volto magnetico, spiritato, giocoso, ossessivo, seducente di Valeria Bruni Tedeschi, è profondamente delusa da Gabriele D’Annunzio. Lui fa questi giri folli in aeroplano e le lancia messaggi d’amore dal cielo, lei sbuffa e non vuole vederlo più. Non vuole lavorare più con lui, e per la Divina il lavoro (il teatro) è tutto, più dell’amore più del cielo più del destino del mondo. D’Annunzio non è stato all’altezza di quello sguardo trafiggente, e adesso lei è stanca. Non è in discussione l’amore che c’è stato, è stato grande, ha intrecciato vita e arte e manie di grandezza, ma la durata dell’amore.
Che cosa serve per far durare un amore? Di più: che cosa serve perché lo sguardo di una donna verso un uomo non si riempia, infine, di delusione? O di senso di impossibilità. Carla Lonzi, la più grande filosofa femminista italiana, alla fine di quattro giornate di dialogo, dice a Pietro Consagra, il compagno di una vita: Vai pure.
Lo ama, ma non può accettare quelle regole maschili, quel mondo costruito a somiglianza di maschio, in cui le donne sono spettatrici e graziose celebranti, ma non sono soggetti riconosciuti. In quel dialogo fondativo dell’eterno conflitto tra uomini e donne, in cui non è in questione il disamore ma l’impossibilità, c’è l’epilogo di una relazione sui punti inconciliabili di due individui, uomo e donna, che sono due culture: lei che cerca di porre le basi sul suo riconoscimento assoluto, lui che espone quelle che sono le sue necessità e dice: che male c’è? Io sono questo. «Il rapporto con te mi mette a degli estremi che io posso vivere una volta, ma non posso adattarmi a pensare che d’ora in avanti sarà così», dice Carla Lonzi a Pietro Consagra. D’ora in avanti io dovrei accettare che tu dica: che male c’è?, che tu metti la tua soggettività più in alto della mia, che rivendichi il bisogno di cose di cui io ho sempre fatto a meno, ma nemmeno le rivendichi: le dai per acquisite. Qui stiamo parlando in particolare di femminismo, ma non è diverso dal parlare di rapporti umani e di asimmetria. Squilibrio tra i desideri e squilibrio nell’accoglimento di quei desideri da parte della società. Sylvia Plath e Ted Hughes. La sorella di Shakespeare. Le sorelle di Van Gogh. Nadežda Mandel’štam. Etty Hillesum e il suo rapporto con il professor Spier, che la biografia di Judith Koelemeijer (Adelphi) indaga così bene. Innalzare i rapporti umani al livello dell’amore è possibile? Mezzo secolo fa ce lo proponeva Carla Lonzi. E all’origine della civiltà un filosofo, il più grande di tutti i tempi, Platone, scriveva che: solo una donna può capire fino in fondo l’amore. Solo una donna conosce la verità dell’amore (nel romanzo della vita di Platone, pubblicato per Feltrinelli da Matteo Nucci: il lavoro di una vita). Platone metteva in questo modo la donna in una posizione di superiorità, ma al tempo stesso, che condanna: comprendere, accogliere, acconsentire, dire vabbè ho capito dai, non ce la puoi fare ma ce la faccio io al posto tuo. E quindi se D’Annunzio lancia barattoli dal cielo dire: ok, sei scemo, ma io lo accetto perché solo io posso capire fino in fondo l’amore.
È una grande fatica, è una enorme responsabilità, è anche una trappola, con scappatoie, ma una trappola. È stancante, insidioso. Anche segreto, perché nessuno ha voglia di rompere l’omertà di un rapporto a due. Nessuno vuole infilarsi là dentro e togliere tutte le piume dai cuscini, una a una, per rifare i cuscini nuovi. Anche perché una volta che hai guardato tutte le piume una a una, è come aver guardato la pelle con il microscopio, non puoi più far finta che il tuo braccio sia liscio e compatto. O forse sì, si può fare tranquillamente finta. Ma adesso che questa consapevolezza è così nitida, limpida, la consapevolezza di uno squilibrio di rapporti, la certezza dell’esistenza di tic culturali maschili così evidenti, adesso che le ragazze sanno tutto ancora prima di cominciare, mi chiedo, ed è una domanda dolorosa: come fanno a innamorarsi?
Osservavo davanti al cinema un gruppo di amici, diciassettenni perché parlavano di scuola e di motorini, e li ho osservati anche mentre si facevano le foto insieme: che carini, pensavo, amici che ridono e passano il tempo insieme. Si mettevano in posa a braccia conserte, gambe larghe, sguardo truce, ciascuno cercando di sembrare più grosso dell’altro. Sembravano anche mordersi le guance dall’interno per far risaltare gli zigomi (l’ho imparato su TikTok). Una ragazza di diciassette anni, quindi non io, che li guarda non vista piegare le braccia a quel modo, contrarre gli addominali, fare la faccia cattiva, che cosa penserà? Si innamorerà, proverà tenerezza o, come Eleonora Duse, scriverà: ti auguro l’oblio nell’arte? È una piccola domanda, ma adesso che l’asimmetria è così evidente, che cosa succede nei nuovi rapporti d’amore? Non la Duse e D’Annunzio, ma il mondo nuovo delle ragazze e dei ragazzi che si guardano, che si amano, che si scelgono, o che si ritraggono e volano altrove. Simone de Beauvoir ha scritto e ha detto che il più grande successo della sua vita è stata la relazione con Sartre. Nonostante la sofferenza, nonostante la tristezza finale, nonostante l’accettazione di uno stato di cose inaccettabile. Stavano costruendo qualcosa di nuovo.
Adesso che grazie a queste donne, alla loro tenacia, alle loro sconfitte, a un’ostinazione che va oltre l’addio a un amore e che va oltre la morte, abbiamo la fioritura dei semi che hanno gettato, delle cose che hanno scritto, fatto, abbandonato, e sappiamo tutta la fatica, e anche quel sorriso di scherno sulla faccia di tanti e di tante: adesso è più difficile.
Però io credo che quella fatica abbia fatto breccia anche nei diciassettenni che si sparano le pose davanti al cinema.
Loro lo sanno, che ha ragione Platone. Loro lo sanno, che dopo migliaia di anni adesso tocca a loro: elevare i rapporti umani al livello dell’amore.