Nata nel 1973 nella Bay Area, Maggie Nelson ha scritto libri molto diversi tra loro. In tutti è presente un tono indie e una forma di autofiction e literary nonfiction che si mescolano con l’attività accademica (Nelson insegna all’università), una forma considerata innovativa che è stata definita autotheory. Dopo il successo degli Argonauti (uscito per il Saggiatore nel 2016), le sue opere stanno arrivando anche in Italia grazie a nottetempo che ha appena pubblicato Le Parti rosse Autobiografia di un processo, uscito in America vent’anni fa (tradotto in italiano da Alessandra Castellazzi). Nel libro si parla della zia dell’autrice, uccisa nel 1969 mentre viaggiava per le vacanze pasquali non lontano dall’università del Michigan. Il suo corpo venne trovato con due proiettili di pistola nel cervello e dei collant stretti intorno al collo, così stretti che la testa era quasi staccata. Il killer non era mai stato trovato. Pur non avendola mai conosciuta di persona, Nelson aveva già scritto un libro sulla zia, Jane: A Murder, dando voce ai suoi diari. Mentre stava per pubblicarlo, ha ricevuto la telefonata di un detective che aveva grossi risvolti sul caso, e un presunto assassino. E così dopo Jane ha scritto Le parti rosse che racconta di Nelson – e sua madre, e suo nonno – che seguono il processo e l’investigazione di un omicidio avvenuto tanti anni prima, con tutte le emozioni che questo può tirare fuori.
Come si sente a vedere che in Italia esce un libro di quasi vent’anni fa?
A me sembra che nessuno dei miei libri sia veramente datato, mi piacciono ancora tutti e sono contenta che abbiano una nuova vita. Sono grata e felice. Anche se si parla di eventi di tantissimo tempo fa, purtroppo soprattutto con questo libro, alcuni temi restano attuali. È deprimente, ma sembra che ogni volta che Le parti rosse esce in un altro paese qualcuno dice «abbiamo ancora questo problema degli omicidi…».
Per preparare il libro ha letto vecchi articoli di giornale o ha visto differenze su come si raccontano gli omicidi, rispetto a oggi?
La cosa diversa è soprattutto la tecnologia che abbiamo per disseminare informazioni. Negli anni Sessanta c’erano i ritagli di giornale e i libretti tascabili da edicola. Quando questo libro è stato scritto c’erano un sacco di programmi tv di true crime e cose del genere e adesso invece ci sarebbero podcast e contenuti virali dei social. Riguardo al linguaggio: mio figlio sta studiando la Rivoluzione americana a scuola e stiamo leggendo articoli di giornali di Boston degli anni Settanta del Settecento e ci sono le più disgustose descrizioni dei massacri, niente che troveresti oggi sui quotidiani.
Nel libro si parla anche della morte di suo padre. Sua madre era convinta che fosse morto perché le aveva spezzato il cuore dopo averlo lasciato.
Penso che fosse più la paura di mia madre, in termini di senso di colpa, dopo averlo lasciato. Anche quando si tratta di morti non improvvise ci sono sempre dei tentativi di narrativizzare la cosa, per trovare un perché, soprattutto se sono eventi dolorosi. Per questo libro, il titolo che avevo pensato era The end of the story ma non potevo usarlo perché una scrittrice, Lydia Davis, aveva già fatto un libro con quel titolo. Ma allora ero molto preoccupata di come ci raccontiamo le storie per accettare e capire il dolore, e di come queste stesse storie che raccontiamo finiscono per avere un impatto su di noi.
Quando è uscito il sottotitolo era diverso, era: “un memoir”.
Questo è stato un libro strano per me. Quando è uscito negli Stati Uniti, nel 2005, era una totale dipartita editoriale rispetto a tutto quello che avevo fatto prima, sia le cose più di avanguardia che accademiche. Per via della presa che gli omicidi e i cold case avevano allora, ero stata incoraggiata a trovare un agente e pubblicarlo per un pubblico più vasto. L’ho pubblicato con un marchio della Simon & Schuster. È stato bello per me capire quest’altro reame, è per questo che nella prima edizione l’hanno chiamato memoir. Ma per me era un termine un po’ imperfetto. Il mainstream non è mai stato proprio il mio milieu. Appena il contratto è terminato e l’ho ripubblicato con un editore più piccolo ho cambiato il sottotitolo, con uno scelto da me, Autobiografia di un processo. Anche perché amo Anne Carson e amo l’uso del termine autobiografia che fa lei in Autobiografia del rosso.
Lei ha iniziato come poetessa.
Il mondo della poesia per me, quando ero giovane, da adolescente, a vent’anni, era una scena molto sociale. Erano gli anni Novanta, a New York, era una scena molto legata al punk rock, alle performance, e quello era un po’ il mio ambiente, e non pensavo “la poesia è l’unica cosa che ho dentro di me”, semplicemente è stato quello da cui ho iniziato. L’anno in cui Le parti rosse è uscito negli Stati Uniti ho pubblicato tre libri, stranamente. Uno era di poesia, uno era un libro accademico su donne poetesse e pittrici e poi questo. Ho pensato che la mia carriera letteraria fosse molto strana. Ma Le parti rosse è stato il mio primo libro di prosa non accademica, e stavo in realtà cercando di usare tutto quello che ho imparato dalla poesia sull’arrivare all’essenziale, applicandolo a una sorta di forma reportagistica che volevo essere molto grezza e molto piatta, ma con un riverbero poetico. Questo era l’obiettivo. Ma stavo insegnando a me stessa come farlo, era la prima volta.
Lei scrive sempre libri molto diversi tra loro. È una scelta o vengono fuori così?
Vengono fuori così. Non che io voglia essere una che manda all’aria i generi. Non mi sento di esser davanti a scelte infinite, penso sempre di poter fare solo una cosa per un singolo libro. Non ho mai venduto un libro all’editore prima di averlo finito perché non so mai come sarà. Quindi devo solo scrivere e capire il posto che troverà. Magari all’inizio ho un modello che mi esalta. Il libro di Peter Handke Infelicità senza desideri, per esempio, è stato importante per Le parti rosse.
Le parti rosse è stato paragonato da qualcuno alle opere di non fiction di Joan Didion.
Didion è incredibile. Penso che però il mio progetto sia molto diverso da Didion, per molti motivi. Per esempio, non ho una tendenza al giornalismo. Ma penso che qualsiasi scrittore americano di non fiction debba leggerla per imparare qualcosa. E oltre ad Autobiografia del rosso di Carson, penso ci sia una sorta di legame con The White album, ma perché mi piace il concetto dei colori. E poi Didion a un certo punto spunta fuori nelle Parti rosse.
I suoi libri sono noti per avere molti riferimenti e citazioni. Escono fuori mentre scrive, se li ricorda, o prepara una sorta di lista di letture? Come funziona?
Nei mesi in cui mi preparavo a scrivere Le parti rosse, sapendo che c’era una data per il processo, ho letto il più possibile libri teorici su giustizia, omicidi, trauma, ma anche modelli come James Ellroy, nel suo libro sull’omicidio della madre, e altri libri di persone coinvolte nella morte di una persona cara. Nel momento in cui mi metto a scrivere ho preso note su un sacco di libri. Ho la reputazione di usare molte citazioni, e quindi sembra strano, ma non voglio che tolgano spazio ai miei pensieri o alla mia scrittura, quindi cerco di portarne il meno possibile, limitarle, senza che prendano il centro della scena.
Ma le capita di leggere cose a caso o legge sempre per preparare un libro?
Sono una docente universitaria, ogni semestre insegno almeno quindici libri che io ho scelto di insegnare e molti sono adatti per le cose che devo scrivere, ma molti no. Purtroppo Los Angeles non è una città dove ti imbatti in libri a caso. Magari incontri dei coyote, quelli sì. Incontri il traffico, o incendi, o palme. Mi manca New York in quel senso. Poi certo, ricevo molti libri per posta. Ma le mie letture in fondo sono selezionate, sono cose che scelgo di portare nella mia vita. Oltre ai libri scritti dagli amici, ovviamente. Quasi tutti i miei migliori amici sono scrittori. E ce ne sono tanti qui a Los Angeles, per quanto non sia una città “urbana”.
Molti si lamentano che i giovani, anche all’università, non riescono più a leggere libri. Con i suoi studenti come va?
Quelli della specialistica mi danno molta speranza. Quelli della triennale mi preoccupano un po’ di più. Ma avendo io due ragazzi in casa, uno di 21 e uno di 14, capisco l’evoluzione di certe tecnologie. La gente leggeva i libri crescendo anche perché i libri erano l’unica cosa che c’era. Quindi non penso che sia un decadimento morale. C’è un problema di attenzione però, quello sì. Ora sto insegnando a un sacco di “ragazzi del Covid”. Loro sembrano un po’ colpiti da disturbi dell’attenzione e dagli schermi.
Lei non usa i social.
Li “sfoglio” un po’. Ma non ho mai postato niente.
Nei suoi libri lei è molto onesta, sulle sue cose private. Ci fidiamo della sua voce. Ma pensa che ci sia un po’ di costruzione anche in questa “onestà”?
La mia tesi al college si chiamava “la performance dell’intimità”. Avevo 19 anni. Pensavo ad Anne Sexton che era stata chiamata in una recensione “la performer dell’intimità”. Per me il concetto di performance più che legato a quello di “finto” è sempre stato legato all’idea di come una cosa viene presentata. Quando scrivo per me l’obiettivo è anche diventare molto onesta e tutto quello che mi sembra un autoelogio o un’analisi, tutto quello che mi sembra debole, cerco inesorabilmente di riscriverlo e riscriverlo finché mi sembra reale. Non penso sia finto, ma penso che in un libro non si sta cercando di esprimere ogni verità su una situazione, ma bisogna cercare almeno di acciuffare quella verità che sarà al centro del libro. Qualche anno dopo mi è uscito un libro, Bluets (che parla del colore blu) e un recensore ha scritto: «Pensavamo che Maggie Nelson fosse ossessionata dagli omicidi sessuali, e invece è ossessionata dal colore blu». Quella è in fondo una performance. Per quel momento devi essere ossessionata dal colore blu, in un altro momento con l’omicidio sessuale. Ma tutto questo non è disonesto.
Le persone della sua vita appaiono molto spesso nei suoi libri.
Povere loro.
Questo crea mai problemi nelle relazioni?
Ogni libro ha portato i suoi problemi. E ho imparato, da ormai tredici libri, che non sono mai le persone che ti aspettavi. Ma questo ti dice anche che le paure che hai mentre scrivi, rispetto alle persone coinvolte, non puoi mai azzeccarle. Ma le persone più intime – nel caso delle Parti rosse mia madre e mia sorella – leggono spesso il testo prima della pubblicazione. Se la relazione per me è importante non mi piace rovinare i rapporti per sport. Nelle Parti rosse c’è anche l’accusato, la famiglia dell’accusato, una squadra di detective… ci sono molte persone e quando pubblichi un libro dove nomini le persone hai delle questioni etiche e legali a cui pensare, soprattutto rispetto a quando scrivi in modo più speculativo e poetico.
Nel libro parla dell’emozione di empatia che prova verso la famiglia dell’accusato.
In qualche modo, quando ho avuto l’idea per il libro, volevo fare una cosa: mostrare la differenza tra giustizia criminale, afflizione, e giustizia sociale. Ora sto lavorando a una cosa legata a questa idea. E quindi sto guardando molti programmi televisivi su misteri e omicidi, e in quasi tutti c’è una sorta di convenzione tipica di questo genere televisivo: tutti mettono da parte la loro afflizione, il loro dolore, per ottenere la giustizia. Come se qualcosa accadesse quando il colpevole è in prigione. Questi programmi finiscono sempre quando finisce il processo e c’è un verdetto. Non c’è mai spazio per il dopo, per il lutto. È proprio il senso di queste trasmissioni. È come se dicessero che tutti i problemi si risolvono quando viene risolto il caso. Ma non è così. Nelle Parti rosse la squadra omicidi, che era adorabile, continuava a dire a mio nonno “otterremo giustizia per te”, e mio nonno non era molto interessato a quel concetto, tanto che quasi non voleva andare al processo. Sua figlia era morta 36 anni prima, era come se lui e i detective parlassero due lingue completamente diverse.
Il detective ha una frase di Voltaire in coda alla mail.
Incredibile.
Perché pensa ci sia stata negli ultimi decenni una sorta di esplosione, o di riconoscimento canonico, della scrittura autobiografica? Ed è cambiata da quando esistono i social?
È un tema molto interessante. Io sono interessata alla scrittura autobiografica da così tanto, penso a Montaigne e Virginia Woolf e Nietzsche, che il mio canone ne è sempre stato ricco. Non per vantarmi, eh, ma ho fatto un po’ fatica a notare qualcosa di veramente nuovo. Ora ho tantissimi studenti che stanno lavorando su quest’idea, su questa “esplosione”, e sulla performance della vita sui social, e sulle possibilità di confessione, sul concetto di mettere i propri pensieri che sia sui blog o nelle stories di Instagram, mescolandoci dentro la gigantesca popolarità della reality tv e delle “storie vere”. Ma sta succedendo qualcosa nella scrittura autobiografica. Ma penso che molte di queste cose non siano poi letteralmente sempre interessanti. Mi piace per esempio Karl Ove Knausgård, mi piacciono le innovazioni in questo campo, non tanto per quello che dicono – la confessione – ma per la forma che scelgono. Mi piacciono gli esperimenti e le forme nuove.
Lei sta sperimentando qualcosa? Come si crea qualcosa di “nuovo”?
Forse è la mia parte accademica, ma quando qualcuno mi dice che ho portato qualche innovazione sono contenta ma mi sembra molto strano. Perché per me le cose vengono dal leggere altri libri. Ho appena insegnato un seminario di quindici settimane sulle opere di Roland Barthes. Ogni libro di Barthes è un incredibile esperimento. Dopo aver insegnato ho pensato «oddio, voglio scrivere un libro tipo S/Z, scomponendo una storia di Balzac». Ma se lo dovessi fare non sarebbe uguale. Se dovessi fare il mio S/Z su un altro romanzo verrebbe fuori qualcosa di completamente diverso. Tendo a esaltarmi per la forma di qualcun altro e poi penso a come il mio contenuto si adatterebbe. Ma non tiro via idee dal nulla. Tutti devono muoversi tramite l’imitazione. Puoi iniziare con l’imitazione ma poi bisogna arrivare a cose che sono solo tue. Io non direi che mi annoio, ma divento irrequieta. Se ho già fatto una cosa, se ho risolto una cosa, non la voglio rifare.
Ero stanca, ad esempio, di scrivere di gente della mia vita e ho scritto Pathemata. Mi interessavano i sogni e ho iniziato a scriverli e ci ho tirato fuori un libro, e questo non l’avevo mai fatto.
Cosa legge in questo periodo?
Ho una bella pila qui di cose. Di recente Chantal Akerman, Mia madre ride, mi ha molto ispirato. Ho appena riletto Marguerite Duras. Quando Trump l’anno scorso ha ripreso il potere in molti hanno rinnovato il loro interesse per libri sull’occupazione tedesca. Ho letto ad esempio Il terzo Reich dei sogni di Charlotte Beradt. Ah, Annie Ernaux mi piace molto, ho appena riletto Memoria di una ragazza. E per il progetto a cui sto lavorando sto rileggendo tutto Sherlock Holmes.
Ha citato Trump. Che ruolo può avere uno scrittore, una scrittrice, un intellettuale nell’America di oggi?
In un libro Masha Gessen scrive che quando la gente domanda, anche rispetto alla Russia, «cosa posso fare?», risponde: «Fai tutto quello che puoi fare finché non potrai più farlo». Penso che la gente abbia iniziato spaventata nei primi tumultuosi mesi di Trump. Perché ha toccato sfere che non pensavamo toccasse, io non pensavo che l’università sarebbe stata colpita in questo modo. Tutti erano un po’ paralizzati, all’inizio. Adesso invece molti stanno cercando di fare tutto quello che possono finché non verranno fisicamente fermati. Penso che quel tipo di coraggio sia contagioso. E poi leggendo Duras o Natalia Ginzburg penso di avere un nuovo apprezzamento per i testimoni. Da una parte c’è l’attivismo e dall’altra parte ci sono le testimonianze artistiche e intellettuali. La cosa importante è che se non puoi farle entrambe puoi farne almeno una, almeno da scrittrice.
Lei è ottimista o le cose andranno peggio?
Entrambe le cose. Le cose possono peggiorare ma non penso che stia iniziando il Reich millenario con Trump al timone. Per un po’ però non penso le cose andranno meglio. È impossibile sapere quanti danni ci saranno e quante sfere, anche geografiche, verranno impattate, come ora con l’Iran. Se viviamo abbastanza a lungo, gli americani dovranno impegnarsi poi, dopo, a chiamare il governo a rispondere delle proprie azioni. Se non lo facciamo tutto questo non sparirà. Poi certo, vai in giro per il mondo e vedi che quasi ogni paese è spaventato dalla destra estrema. È un fenomeno piuttosto globale. Noi ora stiamo imparando il pericoloso potere di un clown.