“Gli uomini, che palle!”
Nora Barnacle, sposata Joyce (1884-1951)
“Però io non posso accogliere la tua verità in modo pacifico, perché devo tener conto della mia, sennò non è una verità”
Carla Lonzi a Pietro Consagra, Vai pure (1980)
Il conflitto è molto faticoso, il conflitto sfinisce (mi fa soffrire, a volte mi fa urlare). Il conflitto, ho pensato a lungo credendomi molto furba, si può evitare: ti dico sì certo, come no, e poi faccio come mi pare. È un metodo che ho sperimentato fin da ragazzina, so come si fa, so quale faccia devo mettere su, so anche che funziona perché ho praticamente sempre fatto come mi pareva. Per tutta la vita? Sì, per tutta la vita. Ma quante cose ho perso. Quanta felicità incompleta in quella sensazione di aggiramento dell’ostacolo, di deragliamento da qualcosa che ancora non capivo. Deragliamento da me stessa. Io in modalità aereo, io travestita da portaombrelli, io che rido mentre mi infilo in una fessura sotto la porta e scompaio.
Il conflitto non esercitato, il conflitto non esploso, non è che evapora ma se ne sta lì, non va né su né giù, si unisce ad altri conflitti, diventa una palla piuttosto grande, rotola insieme a te che cammini, non se ne va. A volte mi sveglio la mattina e la prima cosa che vedo è questa palla scura. E la sera prima di addormentarmi ci gioco, la rigiro tra le mani, ma è diventata così grande che a volte un po’ mi schiaccia, mi fa respirare male, mi infastidisce. È una palla piena di tutte le cose che non ho detto, di tutte le ragioni che non ho affermato, è piena dei torti che ho creduto di subire anche se poi ho fatto come mi pareva. Li ho subìti lo stesso: lo sbilanciamento, la necessità di fingermi pacifica, gli occhiali da sole che tengo sempre addosso per non far vedere gli occhi che cosa dicono. La misconoscenza, che è il contrario di quello che vorrei fare con tutti: riconoscerli. Essere riconosciuta. Forse dovrei semplicemente prendere uno spillo e bucare la palla, far uscire l’aria, lasciarla lì a terra, sgonfia.
Ho letto la biografia di James Joyce scritta da Edna O’ Brien, un libro meraviglioso per densità, scrittura, particolari scabrosi e altezza dell’arte (è uscito per Einaudi): il padre di Joyce, ubriacone, bugiardo, manipolatore, incapace di non spendere tutto lo stipendio in birre, fierissimo del figlio geniale e distruttivo, si è scandalizzato quando Joyce ha lasciato Dublino con Nora. Si è scandalizzato per Nora. Troppo incolta, probabilmente poco seria, “una rovina”. Dove finirai con quella, a causa di quella, non sa niente, non capisce niente, vuoi buttare alle ortiche la tua grandezza? La grandezza artistica di Joyce si è costruita, si è appoggiata, si è incendiata sulla grandezza di Nora. Sui loro litigi furibondi, sull’ossessione erotica, su di lei che, arrabbiata, annoiata, stanca, affamata, gli diceva: ti lascio. E lui rispondeva: non puoi, senza di te muoio. Lei rispondeva, scrollando le spalle: va’ a buttarti nel fiume. E usciva di casa. Ma è rimasta fino alla fine, “ho ceduto di nuovo”, diceva. È rimasta, penso, perché solo lui l’ha riconosciuta. E di tutto il resto diceva: “Gli uomini, che palle!”, con un senso di fatalità, di superiorità, di far rimbalzare contro il muro, come un passatempo, la palla di tutto quel conflitto che si gonfia. Pietro Consagra diceva a Carla Lonzi (che aveva deciso di sottrarsi alla celebrazione dell’artista, aveva scelto di rifiutare il ruolo di spettatrice) una cosa precisa: per lui, per l’artista, era importante “l’ambiente favorevole” per creare. Carla Lonzi, che non accettava misconoscimenti, glielo negava. Ho pensato: quale ambiente favorevole ha avuto James Joyce da Nora Barnacle? Lei gli urlava: togliti quella giacca schifosa. Lei gli urlava: va’ a buttarti nel fiume. E, con bella capacità di sintesi: gli uomini, che palle!
Una mattina mi sono seduta davanti a una persona che doveva leggermi dentro, doveva anche un po’ far sgonfiare quella palla scura. Mi ha detto, scrollando le spalle come Nora: non ne vale la pena, lascia correre, lascia perdere. Non me l’aspettavo. Mi stava proponendo la resa o la modalità aereo? No, la presa di coscienza è essere quello che si è sempre stati, ma vedendosi con i propri occhi e non con gli occhi di un altro. La presa di coscienza è coltivare il succo della vita non per migliorare le relazioni con gli altri ma proprio solo per coltivare il succo della vita. Nora Barnacle, che da Joyce è stata derubata, proprio succhiata, di tutto (derubata, di certo anche innalzata, eternizzata, glorificata) non poteva certo essere derubata del succo della sua vita. Quel suo: “Gli uomini, che palle!”, le è stato restituito da un’altra donna, una grande scrittrice, Edna O’ Brien, che ha colto il succo. E quindi la leggerezza, la comprensione, il riconoscimento di una individualità che va oltre essere la Nora di Joyce.
Lascia perdere, sembra dire Nora, sembra dire Edna. Lascia perdere non nel senso di una resa, di una sconfitta: ma nel senso di stare direttamente su un altro piano. Gli altri, poi, verranno dietro. E quando sale quella rabbia, meglio tirare la palla contro il muro, guardarla rimbalzare, ricordarsi che è nostra: è il conflitto, ma adesso l’abbiamo messo da parte per non perdere altro tempo. Dobbiamo coltivare il succo, che è più importante.