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Con l’arte noi Kabakov costruiamo comunità

Quando il Kgb la interrogò per tre giorni e tre notti, Emilia Lelach aveva dodici anni. Ebbe un’intuizione: se smetto di avere paura, loro non avranno più potere su di me. La prima ribellione, il primo matrimonio fallito, l’incontro con Ilya, l’inizio di un sodalizio d’amore e di arte, lei pratica, lui sognatore che ha cambiato il concettualismo per sempre e che oggi arriva, anzi torna, nell’amata Venezia. Conversazione a Ca’ Tron, a pochi passi dal Canal Grande

Quando il Kgb la interrogò per tre giorni e tre notti, Emilia Lelach aveva dodici anni. Era nata nel 1945 a Dnepropetrovsk, nell’Unione sovietica. Oggi si chiama Dnipro e sta in Ucraina: «Mi torchiarono non perché pensassero che fossi una spia, ma solo perché la mia famiglia era considerata diversa. Un giovane agente cercò in tutti i modi di spaventarmi: mi portò vicino alla finestra, minacciandomi di chiuderla di scatto e rompermi le dita. Oppure di lasciarmi nel seminterrato, dove i topi mi avrebbero rosicchiato i polpastrelli così non avrei più potuto suonare il mio adorato pianoforte. La musica era tutta la mia vita. La musica a lungo è stata tutta la mia vita. In quel momento di buio assoluto ho avuto un’intuizione che mi ha seguito poi per sempre: “Se smetto di avere paura, loro non hanno alcun potere su di me”. E così ho smesso di piangere e sono esplosa di rabbia, vomitando in russo tutti gli insulti che conoscevo. Mi sono salvata non so ancora in che modo grazie a quell’atto di ribellione inatteso. Ricordo solo che fu mio nonno a portarmi via da lì». Nonno che aveva già provato sulla pelle il gelo della prigionia stalinista (la sua colpa: essere artista), così come i genitori di Emilia, anche loro considerati stravaganti, incarcerati entrambi (tre anni la madre, sette il padre). «Un giorno ce ne andremo da qui: andremo a Venezia e ci faremo un giro in gondola, mi diceva mio padre», racconta Emilia che oggi si chiama Kabakov, ha 81 anni meravigliosamente portati, gli occhi verdissimi e mobili, la camminata spedita.

Ci incontriamo a Venezia, a Ca’ Tron, a pochi passi dal Canal Grande: chiacchieriamo sedute nella sala del rettore, in questo palazzo che oggi è una delle sedi dell’Università Iuav e che sarà il luogo dove Kabakov, artista leggendaria, realizzerà un progetto speciale durante la Biennale Arte: «Venezia è da sempre il mio orizzonte magico». Qui, al piano nobile di questo edificio cinquecentesco, Kabakov, grazie alla cura di Cesare Biasini Selvaggi e Giulia Abate, presenterà il suo “Diario veneziano”, un progetto speciale pensato per la Serenissima: raccoglie oggetti, memorie, frammenti di vita, desideri, nostalgie e speranze di cinquecento persone che vivono a Venezia e poi trasforma il tutto in una installazione totale, un racconto corale della città. Sarà esposto dal 9 maggio fino al 28 giugno, in concomitanza con la 61esima edizione della Biennale Arte – quella delle polemiche, quella delle critiche per il padiglione della Russia, per quello di Israele, anche. «Solo Venezia ha la capacità di assorbire l’egomania degli artisti che espongono qui – dice Emilia –. Ma qualcuno si rende conto che senza i veneziani la Biennale e tante altre manifestazioni non esisterebbero? Che Venezia non sarebbe il posto che è senza i muratori, gli imbianchini, gli elettricisti, il fornaio, il guidatore di traghetto? Ho pensato fosse giusto dare loro voce, interpellare loro e costruire insieme un nuovo ritratto di una città che da sempre si è aperta al mondo, che ha saputo includere moschee, chiese e sinagoghe. Per me e per Ilya, Venezia non è mai stata una vetrina: tutte le volte che siamo venuti qui per lavorare, e sono state molte, ci siamo sentiti veneziani».

Appena pronuncia questo nome, Ilya, Emilia si volta di lato. «È qui con me, lo avverto: a volte parlo al plurale perché questo è il primo che faccio tecnicamente da sola, ma è “nostro”, come sempre». Posso solo immaginare – non avendoli mai visti insieme di persona, ma solo in fotografia – che tipo di legame ci fosse tra Emilia e Ilya Kabakov, due che potrei definire (con quel modo caro a noi giornalisti di semplificare sempre un po’ le cose) “i Christo dell’arte concettuale”. Un sodalizio amoroso e artistico lungo oltre tre decenni e duecento opere di grandi dimensioni, con mostre di successo e presentazioni in mezzo mondo.

Nella loro parabola sentimental-artistica – che Emilia mi ricostruisce per filo e per segno salvo aggiungere qua e là «questo dettaglio non lo dirò» – s’intrecciano i destini di due diversamente esuli. Ilya, come Emilia di famiglia di origine ebraica (i due sono persino lontanamente imparentati), da piccino scappa con la mamma a Samarcanda, poi tra gli anni Cinquanta e gli anni Ottanta vive e lavora a Mosca. Ha una doppia vita: di giorno è artista di stato, realizza illustrazioni per libri per bambini apparentemente innocenti; di notte, in cucina, compone proto-installazioni e grossi dipinti di un umorismo macabro. Si dice li facesse deliberatamente enormi da non poter passare dalle porte, così avrebbe complicato la vita al Kgb, se li avesse voluti confiscare. Comunque sia, questo concettualista di Mosca viene invitato in America nei mesi in cui l’Urss tracolla. Decide di rimanere a New York ed è qui che incontra Emilia.

Lei è un’Ulisse al femminile, donna dal nostos infinito, ricostruisce in modo volutamente generico («dirò solo che la scena era degna di un film») come riuscì a scappare dall’Unione sovietica a metà degli anni Settanta: dopo una tappa in Israele, giusto sette mesi («Ricordo di quel periodo la nostalgia di casa»), non sa che fare. Il Sudafrica la vorrebbe: Emilia è diventata una virtuosa del piano ed è molto richiesta dai teatri.

«L’idea di andare in Sudafrica non mi entusiasmava. Ho puntato sugli Stati Uniti e per una serie di giravolte del destino che non ho voglia di spiegare mi sono ritrovata sposata con un influente produttore di Hollywood, immersa in una villa di lusso, tra case con quindici servitori. Di lui non dirò altro se non che mi aveva imprigionato in una gabbia dorata, voleva che passassi le giornate a giocare a tennis con le amiche. Io odiavo il tennis. Io volevo lavorare, essere indipendente finanziariamente». Con quella capacità che pochi hanno, Emilia si reinventa “connoisseur” esperta di Fabergé. Avvezza al bello, lo sa riconoscere: lavora parecchio per le cosiddette autentiche: «Ho scovato falsi quasi perfetti: ho un istinto per queste cose», dice.

Si separa dal marito e va a New York, apre una galleria e conosce Ilya. È il 1987. In cinque anni sarebbero diventati marito e moglie (Ilya si separerà nel frattempo dalla prima moglie, Irina). Così lontani, così vicini: lei organizzatrice seriale, mente pratica ed analitica, lui un concettuale sognatore. «Abbiamo concepito tutte le opere insieme, come un’unica persona. Se devo darmi un merito è quello di aver fatto capire a Ilya che con me era al sicuro. Lui, in fondo, non ha mai lasciato l’Urss: ha vissuto nel suo mondo, sempre. Non è stato un artista emigrato, direi che ha portato l’Unione sovietica con lui, nei bizzarri personaggi che creava, nelle stanze semplici e poco illuminate in cui gli piaceva stare.

E io? Nemmeno io sono un’emigrata, mi sento un’artista internazionale, né ucraina né russa né americana. Non ho una fede particolare, ma ho tanta energia», dice. Si ferma e mi guarda da vicino: «L’energia è qualcosa che si sceglie e non dipende dall’età».

Parliamo allora di quella da lei ancora profusa nella “Ship of Tolerance”, la Nave della Tolleranza, che i Kabakov da vent’anni hanno concepito come gesto artistico-politico-umanitario (Ilya direbbe solo: “Concettuale”). È una nave di legno lunga 18 metri, costruita da falegnami di Manchester, nel Regno Unito, che ha toccato dozzine di località (Cuba inclusa) per portare a bordo bambini di diverse origini a realizzare workshop di arte e musica «e stimolare il confronto, l’empatia». Da poco conclusa la tappa in Canada, sarebbe dovuta partire per Gedda ma lo scenario internazionale ha complicato le cose: «Non possiamo rischiare l’incolumità dei bambini. Per questo non l’ho ancora portata nemmeno in Ucraina. Mi è stato detto che non parlo a sufficienza delle sofferenze dell’Ucraina. Che cosa devo dire se non che trovo inaccettabile qualsiasi conflitto, che si tratti di Israele, Iran o altro? A maggior ragione tra Russia e Ucraina, due stati in cui ho vissuto e da cui provengo. Nel paese in cui sono nata, l’Unione sovietica, tutti fingevano di andare d’accordo: il sistema totalitario è il motivo per cui me ne sono andata e per cui non sono più tornata. Avevo paura che tutto avrebbe potuto ripetersi, ed è quello che oggi sta succedendo. L’arte dovrebbe unire le persone, essere protetta. La cultura e la memoria sono ciò che ci distingue dagli animali. E invece in questa guerra anche la cultura ucraina viene uccisa, il patrimonio culturale ucraino distrutto». Le faccio notare che in rete, oggi, alcuni sarcastici disegni di Ilya – disegni per bambini con nascoste parole “cattive” tipo “vai a farti fottere” in russo – sono diventati dei meme: «Ilya aveva intuito molte cose. Mi viene in mente un aneddoto, pensando anche a questa Biennale: nel ’93, in piena Perestroika, a Venezia fu concepito il “Red Pavilion” per dimostrare che l’Unione sovietica c’era ancora. L’ex primo ministro Viktor Chernomyrdin, notando che tutto stava cambiando, commentò: “Volevamo il meglio, ma alla fine è andata come sempre”. Ora il “Red Pavilion” è tornato: pensavamo di essere bloccati nel passato, invece guardavamo il futuro. Non è vero che la storia si ripete, sono gli uomini che ripetono gli stessi errori. Le cose andrebbero diversamente con più donne al vertice».

Orliana Morag, giovane nipote di Emilia, scrittrice e direttrice dell’Ilya and Emilia Kabakov Art Foundation, finora era rimasta seduta in silenzio, accanto a noi: «Mia nonna è molto più femminista di quel che crede», sussurra sorridendomi. «Macché femminismo – le risponde decisa Emilia – è la biologia: le donne sono più naturalmente inclini alla mediazione e alla ricerca di soluzioni alternative al conflitto. Nelle donne ripongo una fiducia incrollabile, come nell’arte del resto. L’arte per noi Kabakov serve a costruire comunità. Non cambia il mondo, ma può cambiare il modo di far ragionare le persone». Poggio il taccuino, spengo il registratore. Ci facciamo una foto ricordo, davanti al Canal Grande. Venezia appare più magica che mai.

Francesca Amé (Milano, 1976), giornalista professionista, da vent’anni si dedica alla cronaca culturale, italiana e internazionale, e collabora con alcune delle principali testate italiane. Su Instagram è @realvistodame