Sono ad Addis Abeba in una scuola sta tale italiana, con ragazze e ragazzi etiopi che studiano in italiano e che quest’estate, durante la stagione delle piogge, avranno l’esame di maturità. Con il fuso orario, penso, i temi e i compiti arriveranno qui un’ora prima, chissà se riusciranno a comunicarli a qualche amico in Italia. Ma ti sembra normale che è questa la prima idea che ti passa per la testa?, mi dico seduta alla cattedra davanti a due classi di ragazze e ragazzi, liceo Scienze Umane e Istituto Geometri, hanno tra i 17 e i 20 anni. Non riesco a scacciare il pensiero di una catena umana che da Addis Abeba salvi qualche studente di Milano. Loro mi guardano sorridenti, non sanno per fortuna che ho pensieri diabolici, dobbiamo ancora conoscerci ma abbiamo organizzato questo incontro molti mesi fa, con il Salone Internazionale del Libro e l’Isti tuto di Cultura Italiano ad Addis Abeba. Siamo in una specie di oasi dentro una città gigantesca e piena di confusione, piena di cantieri, piena di novità, siamo in un’aula che affaccia sul giardino e fuori c’è un sole sfolgorante e c’è un colibrì che succhia fiori viola. Di nuovo penso: questo sole sfolgorante mi sta curando il raffreddore o mi sta uccidendo? Davanti a me questa giovinezza splendente che si prepara ad andare all’Università, probabilmente in Italia, che parla italiano, inglese e amarico. Se non vogliono farsi capire dalla professoressa italiana parlano fra loro in amarico, ma sono così educati e rispettosi che non lo fanno quasi mai, con la compagna di classe eritrea invece parlano solo italiano, l’inglese però è la lingua che unisce tutti e che usano sui social. Qualcuno ha la madre o il padre italiano, ma la maggior parte di loro ha genitori che non parlano una parola d’italiano o che lo stanno imparando ai corsi per adulti dell’Istituto di Cultura, seguono i corsi proprio per capire meglio i fi gli, per essere d’aiuto quando partiranno. Le professoresse (italiane) sono trepidanti, mi raccontano dei bei voti a Perugia degli studenti che si sono diplomati qui due anni fa, dicono che però è dura, lo sappiamo tutti com’è l’Italia. Com’è l’Italia?, chiedo allarmata. Non sempre accogliente. Queste in segnanti italiane (ma al bar della scuola incontro anche professori) hanno chiesto e scelto di venire qui a un certo punto della loro carriera scolastica: motivazioni di verse, ma una insegnante mi ha detto «ho sempre desiderato andare all’estero, sempre, mio marito me l’ha sempre impedito, adesso che siamo divorziati nessuno mi può fermare».
Chiedo a questi cinquanta ragazzi che cosa vorranno fare, dopo. Uno a uno, a voce bassa, srotolano i loro sogni. Ingegneri civili, tanti, medicina e poi mi specializzo in chirurgia, voglio fare la veterinaria, voglio studiare psicologia e poi fare l’insegnante, l’ultima fila di quattro maschi in fondo alla classe mi risponde quasi in coro: faremo gli imprenditori! Cioè che farete? Gli imprenditori, mi ripetono sorridendo. Non tutti vogliono andarsene, e una ragazza mi spiega che lei vuole studiare moda in Italia, se ci riuscirà, e però vuole fare anche la conta dina e lasciare Addis Abeba per tornare in campagna dove vive sua nonna e dove sua nonna ha un po’ di terra. In campagna qui vicino? Sì, a un’ora di aereo da qui.
Parliamo di tutto, di Instagram e di libri, del cibo italiano e del jazz etiope, degli autobus che a volte non passano, come a Roma, e dicono che è bello fermarsi a scuola anche il pomeriggio, studiare musica, stare al baretto a chiacchierare per ore, a guardare i reel. Dico scusate ma in Italia c’è un allarme telefoni cellulari e social, dicono che tutti stanno col telefonino e non escono dalla stanza, dicono che è tutta colpa dei telefoni e dei social, i ragazzi della vostra età non si incontrano, si isolano, voi che ne pensate? Alzano tutte le mani che hanno per rispondere: noi stiamo insieme, è la risposta. An diamo a casa di qualcuno, andiamo ai con certi, andiamo alle feste, andiamo ad ascoltare la musica, certo l’autobus deve passare, certo mia madre mi deve dare il permesso, certo devo prendere un bel voto sennò non esco. Abbiamo saltato la ricrea zione, me ne accorgo dalle risate che arri vano da fuori, e loro non mi hanno detto niente, vedo dalla finestra i bambini delle elementari che corrono con le divise scolastiche, chiedo scusa, dico dai ci rivediamo domani, ma adesso sono meno timidi e hanno tutti le mani alzate, vogliono chiedere cose, vogliono raccontare i loro sogni e par lare anche di Thomas Ceccon, il nuotatore italiano bellissimo. Mi spiegano ridendo che, secondo il calendario etiope, non siamo nel 2026 ma nel 2018. Siamo nel 2018! È vero, è un calcolo diverso, anche le ore si calcolano diversamente e si comincia a contare dalle 6 del mattino, molto concretamente: l’ora in cui ci si alza e la giornata comincia, l’ora in cui sorge il sole.
Siamo nel 2018 e io ho otto anni di meno. Ho ancora tutti quegli errori da fare, ho ancora tutto da sbagliare, non c’è stato il Covid, non ci sono state ancora tutte le cose terrificanti degli ultimi anni. Mi rendo conto all’improvviso che il 2018 è vicinissimo, proprio dietro quell’angolo laggiù, eppure è cambiato tutto. Questa città, Addis Abeba, raccontano i ragazzi, cambia ogni tre mesi. Cammini per strada e quella casa non c’è più, quel palazzo non c’è più, ti volti e dici: dove sono, forse mi sono perso? Anche per questo è così bello stare qui, a scuola, in giardino, con un gigantesco sicomoro che vede tutto e ci fa ombra, adesso nel 2018 e lo sguardo piantato nel futuro.
Sotto il sicomoro bevo il mio caffè durante la ricreazione, mi viene accanto correndo un bambino, non avrà più di dieci anni, stava giocando a pallone con gli altri, è trafelato. Mi chiede: qual è la tua casa editrice? Attonita, glielo dico. Poi gli chiedo: che classe fai? Risposta: la quinta elementare, l’anno prossimo farò lo scrittore.