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Due sono i modi di stare al mondo

A un certo punto della giovinezza si sceglie se essere cicale, i sempre allegri, oppure se avere l’ansia per tutto e scoprire la pesantezza e l’opacità del mondo. L’unica felicità è il sollievo, l’unica aspirazione è “farcela”. Poi cresci, e vedi che la cosa più temuta non accade. Come lo si spiega ai ragazzi? Ci vorrebbe un amico. Consigli da una pessimista di lungo corso

Si chiamava Valeria. Una cicala bionda, compagna del liceo. Aveva sempre qualcosa da dire, rideva, ti distraeva e non ti dava modo di capire se era molto bella o tutt’al più carina o addirittura niente di che. Gli esercizi di vanità erano da lei praticati con gran profitto, capitalizzava tutto quello che aveva: si vestiva alla moda senza esagerare, andava tutte le settimane dal parrucchiere migliore di Benevento, ciarlava, piaceva a tutti. Possibilità di sfuggire alla trappola pari a zero. Ce l’aveva scritto in faccia, Valeria, che per lei la vita era una cosa facilissima. C’era un presagio di «andrà tutto bene» che ti faceva venir voglia di starle accanto. L’umore è contagioso, e io volevo il suo.

Ne ho incontrate poi altre, di persone così. Meglio di me. Le guardavo come da bambina i giocattoli che costavano troppo: non si può avere, e finiva lì.

Quel modo di vivere così disteso aveva effetti vantaggiosi, notai, anche sul versante degli amori. Quelle ragazze disinteressate che trovavano il modo di farti morire senza sprecarsi, senza un impegno preciso, come facevano? Avevano forza di carattere, ma era un carattere preciso. Quel tipo di benvolere lo si ottiene con caratteri vaporosi, caratteri a paillettes. Si capiva che era l’arma letale della superficialità che mi faceva difetto. Svagatezza scintillante, contagiosa, quello stare sopra tutti i mali del mondo. Quando Céline nelle lettere alle amiche dice: la vita non riserva che pene e dispiaceri, tranne a quelli che sciano. Lei sciava. Era quello, il Perseo di Calvino? Per tagliare la testa di Medusa senza lasciarsi pietrificare, Perseo si deve sostenere su ciò che vi è di più leggero, i venti e le nuvole. E certe persone sono proprio così.

E io? Mentre Valeria era una calamita, una brezza di mare e tutti quelli che la conoscevano volevano stare con lei, perché io ero una tale nullità? Eppure leggevo! Studiavo! Sbagliavo forse il taglio di capelli? Dov’era la ricompensa per essere un abisso istruito e ipersensibile? Perché il mio carattere non batteva cassa? Che ingiustizia che mi pareva.

Ci si nasce, così piacevoli? – mi rispondevo di sì, certamente. E che bisognava essere come Valeria. Intanto bionda e ben pettinata.

Tirai le conclusioni: a un certo punto della giovinezza il germoglio dell’indole piegherà in un verso o in un altro, a seconda delle circostanze che capitano, e quella rimarrà nota dominante dell’individuo.

Quindi potrà capitare di diventare una persona allegra, votata al meglio, uno di quelli che se non gli rispondono al telefono mezza giornata non si preoccupa di decessi o ricoveri d’urgenza con esiti fatali. Oppure il tipo di persona in ansia per tutto, spesso livida, se va bene sarcastica, comunque quasi ogni giorno di malumore. Il tipo che conosce una sola felicità, il sollievo, anche quando l’aereo atterra dopo un volo lungo perché anche stavolta ce l’abbiamo fatta, siamo vivi, meno male che non ci siamo sfracellati. La persona previdente che conosce a sue spese la più infallibile delle leggi del creato: che preoccuparsi funziona.

Da lì all’elaborazione di una teoria compiuta mi ci volle poco. Due sono i modi di stare al mondo, ormai era chiaro: o ammarati tra i pensieri, le preoccupazioni, in mezzo alle domande. Oppure sommariamente soddisfatti, magari contenti e spesso incuranti: inutile avvilirsi ché tanto le cose come vanno, vanno. C’era insomma da scegliere, nella vita, se diventare ottimista oppure pessimista. Scelsi: pessimista.

In una selezione sentimentale della specie ovviamente i vincitori erano gli altri. Loro, i leggeri. I sempre allegri. Valeria.

Il pessimismo della giovinezza

Pessimismo giovanile. Non te ne accorgi, e sei già diventato un Sisifo con le ginocchia molli al primo amore che non va al bersaglio. Un concentrato di musi lunghi. Ma come? Mi chiedevo. Non era garanzia minima della polizza della gioventù essere giovani felicissimi? Perché non arriva il bastimento carico di allegrezza? Dove sbaglio? Perché non mi vuole?

Si trattava di scoprire la pesantezza e l’opacità del mondo, tutte caratteristiche sommerse, mentre sulla punta dell’iceberg, ben visibile, c’era per me una bandiera che portava scritte tre parole «perché non chiama?», che a quell’età sono il contrario di «io ti amo».

Era quello il motivo del mio pessimismo. In quei «non chiama» giacevo per settimane, mesi, e maceravo, così i vent’anni parevano perdere lo smalto, tutto, e diventare un ammasso incerto di delusioni sconosciute e non previste. Quelle furono le origini della malasorte che mi affliggeva, che metteva radici e si nutriva di assenze. Se non ti amavano, come poteva la vita stessa essere indirizzata verso qualcosa di buono? La vita è un continuo «precipitare di illusioni», lo Zibaldone diceva la verità. Bisognava disilludersi come Leopardi, restarci male in anticipo. Sì.

Fu deciso che l’amore era una impareggiabile delusione. Pensiamo a studiare, si disse allora la me ventenne. In fondo le felicità hanno vari pozzi di estrazione, si potrebbe puntare tutto sulla carriera. Anche perché in quanto donna in carriera qualcuno di buono mi poteva notare e innamorarsi.

Erano anni, quelli, senza internet e senza tante alternative, le informazioni per i giovani volenterosi che vivevano nei piccolissimi paesi di provincia erano molto limitate. Chiunque si iscriveva a giurisprudenza. Studiare legge lascia aperte tutte le porte, si diceva tra gli adulti, i genitori. Quelle porte nessuno ha capito poi bene quali fossero, nessuno le ha mai viste per la verità, così finimmo tutti a fare gli avvocati di malavoglia. Solo pochissimi si salvarono.

A volte dovevo andare da Benevento a Roma per iscrivere una causa al ruolo. Voleva dire depositare in tribunale pallocchi di carte per avviare un processo. La stessa operazione che adesso si fa online e dura al massimo 15 minuti, all’inizio degli anni 2000 richiedeva quasi un giorno intero. Alla ricezione atti, sportello cause di lavoro, Corte di Appello Roma, ci trovavo gente in fila alle 7.30 di mattina. Potevano essere anche – scala di valore mattinata normale – 4 ore di coda in piedi. E poi il pomeriggio si tornava a lavorare, scrivere, studiare. La cosa era considerata prassi, sgobbavamo così io e tutti i praticanti amici miei. Ogni sacrificio contiene in sé la sua misteriosa ricompensa. Sarà, ma non passammo mai all’incasso: arrivò la crisi totale della Lehman Brothers e fu immediatamente chiaro che – oltre all’amore – potevamo dire addio pure ai soldi.

Di lì a poco le tasse – nel bilancio generale – avrebbero superato ampiamente le pene d’amore. Forse non siamo diventati la generazione più afflitta della storia perché sono mancati i cinque minuti di tempo libero e tregua necessari per deprimersi. Bisognava diventare alla svelta eccezionali incassatori. E quindi eccezionali ideatori di soluzioni impossibili a problemi sempre nuovi. Approdammo in una terra di mezzo tra orgoglio e debolezza: aspirare non al «va tutto benissimo», ma al «non succede niente». E così ci siamo salvati.

Aveva ragione Céline, quel pessimista cronico: «È come una donna mostruosa, la pena. E tu te la sei sposata. E allora forse è meglio finire per amarla un po’ invece di dannarsi a picchiarla tutta la vita, perché è chiaro che non la puoi accoppare».

Il nostro sogno di prima, il sogno anni ’90, era comodo ed era tutto sbagliato. Vite un po’ vanziniane, case in centro, vacanze, feste a cui essere splendidi invitati, voli intercontinentali, amici, un po’ di buone letture quanto basta per non sembrare intellettuali di cultura e venire a noia. Girava tutto intorno a «essere innamorati tutta la vita e in famiglie felici e se possibile benestantissimi», il sogno, c’è poco da ricamare per ripulire il concetto. Dimenticavo: volevamo essere anche belli. Ci piaceva, essere belli. Ci piaceva così tanto che alla fine del millennio scorso ci siamo inventati i ritocchi in plastica.

In generale farcela, era il sogno. Eravamo stati capaci anche di definirlo: l’avevamo chiamato il grande sogno americano. Americano solo all’inizio, poi da lì l’hanno esportato ovunque per farne il sogno universale. Era quello che ci contrabbandavano come successo e noi lo volevamo così, senza variazioni.

Cosa è rimasto da sognare da qui in avanti, diciamo per il prossimo ventennio? La domanda è interessante e la risposta non è chiara. Parlando con i ragazzi, specialmente i praticanti dello studio legale, mi trovo a questa età precipitata nel fesso partito degli ottimisti, senza volerlo. Li ascolto e mi sembra tutto sovradimensionato. Oggi le convivenze sono con paure inaffrontabili: l’atomica, il clima, le crisi depressive. Niente di tutto questo toccava i pessimisti ingenui, quelli come me. Quali problemi avevo, per dirmi pessimista? Che l’amore non era quello che credevo io e fare un lavoro un po’ moscio. E capirai.

Ci si chiede cosa possano fare i nuovi ottimisti per migliorare un po’ l’aria pesante di questi anni. Come si racconta ai ragazzi che non tutto è perduto? Che la cosa più temuta non accade, e il modo che trovano le circostanze per non prendere mai la piega peggiore, e poi si fanno accettabili? Come si spiega che è necessario farsi piacere il capitalismo: produrre, consumare, e poi si può essere felici con quel che resta?

Ci vorrebbe un amico, qualcuno che sappia scrivere una lettera di incoraggiamento come si deve.

«Cara,
non dimentichi il mio piccolo consiglio. “Sapere esattamente cosa si vuole”. È un ottimo rimedio. Uno perde anni e anni e molto spesso la vita intera a causa delle idee vaghe, degli impulsi confusi, dei tentativi inutili. Lei ha tutto per farcela, deve uscire quanto prima dalla miseria e dalla confusione. Lei ha una robusta costituzione – un buon sistema nervoso – farà molta strada se rimarrà rigorosamente positiva. Non è fatta per l’avventura dostoevskijana. La lasci ai veri morbosi. Quando costruisce sia decisa. Non racconti – FACCIA – non parli mai più del suo passato… – Insomma se la sta cavando benissimo. Brava
Il suo affezionatissimo

Louis.
(è sempre Céline, quell’ottimista cosmico)

Ester Viola (Morbegno, 1978), avvocato e scrittrice. Ha pubblicato per Einaudi “L’amore è eterno finché non risponde” (2016) e “Gli spaiati” (2018). Ha una newsletter, “Ultraviolet”.