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Gennaio pagato centomila lire

Il destino di Antonio, ultimo di dodici figli cresciuto durante la guerra in Puglia, è già scritto: a sette anni nei campi, a curvarsi sotto il peso di un lavoro in cui i sogni sono banditi. Ma Antonio ama la musica, che conosce con le orchestrine per i poveri alle feste patronali, e sogna. I numeri dell’amore ritrovati in un’agenda blu, il professore fidato e l’odore del grano. «Fai la tua strada. Stè papà»

Ritrovo una vecchia agenda blu e la mia storia si ripresenta con tutta la sua forza. “Professore di musica di Mario. Gennaio pagato 100.000 lire”, leggo tra le pagine ingiallite; consumate come i ricordi in cui spesso ci adagiamo per colmare il vuoto lasciato da chi non è più con noi. Proprio lì, in quelle pagine, c’è il racconto di un padre e di suo figlio: le passioni e le fatiche della vita quotidiana; le spese e le entrate; la raccolta dell’olio e del grano, dalla quale dipendeva la vita di una famiglia del Sud.

Mio padre Antonio assomigliava ai campi che coltivava: la durezza delle mani solcate da tagli mai completamente sanati; le unghie irrimediabilmente nere; le spalle larghe; il passo scazonte per via di un’anca capricciosa come il suo cuore infartuato. Sapeva di terra, mio padre. Aveva la carnagione chiara come le spighe di grano. Lo chiamavano “il polacco” perché somigliava un po’ a Giovanni Paolo II, i capelli ramati e gli occhi celesti, abbacinanti come il cielo di campagna. Quello di Gravina in Puglia fa da tetto a un paesone di oltre quarantamila anime che si affaccia su una grande “gravina”, una cavità di pietra e tufo, una sorta di ventre che pare abbia salvato il paese da alluvioni e forti terremoti. Un paesaggio che ricorda tanto i Sassi di Matera e che attira turisti in numero crescente, grazie anche al ponte acquedotto, una struttura che si allunga sulla gravina con due ordini di arcate alte e regolari, costruite in tufo chiaro, lo stesso che riveste il paese. È una costruzione massiccia, senza orpelli: una spina dorsale che unisce le due sponde e che un tempo convogliava l’acqua verso il centro abitato. Camminandoci sopra si percepiscono l’altezza, il vento che risale dal fondo e il silenzio di una valle immobile. Da qui il James Bond di No Time to Die si lancia nel vuoto dopo una sparatoria tra macchine in corsa. Gravina, però, non è aria ma terra: murgia, paesaggio rude e primordiale. Il nome Gravina, dicono, nasce dall’unione di “grano” e “vino”, i due prodotti più coltivati nella cittadina che ha visto nascere anche un Papa, Benedetto XIII.

Quella di mio padre Antonio è la storia di una famiglia di dodici figli. Una sola donna. Tre bambini morti piccolissimi e una serie di aborti. Lui è il più piccolo, con la frangetta a metà su un lato e i calzoni corti. È lì che sorride in una foto che mia madre custodisce gelosamente insieme a un orologio d’oro che si utilizza solo per la messa della domenica e le feste comandate. Sono in dieci e posano vestiti da piccoli balilla: tutti attorno ai genitori anche loro in abiti neri e scuri in viso. Sono gli anni che precedono la Seconda guerra mondiale e la vita è dura: le famiglie, numerose, vivono del poco che la terra offre e tutti devono darsi da fare. Mio padre riesce a malapena a terminare la seconda elementare, il destino è già scritto: si lavora in campagna, fare altro non è contemplato. Al piccolo Antonio però piace tanto la musica. Quando il sole tramonta sulla mietitura e l’afa si attenua, un contadino suona la fisarmonica, dopo una giornata di polvere e arsura, rumori ferrosi e sforzi inumani. C’è chi accenna qualche passo di danza, e chi – accasciato – fuma sigarette senza filtro o sonnecchia. Mio padre è lì che ascolta estasiato. Ci sono poi le bande musicali di paese – dove suonano il calzolaio, il barbiere e il macellaio – che accompagnano i funerali dei ricchi o la processione del Legno Santo nel venerdì della Passione, oppure intonano marcette allegre quando si festeggia qualche santo. Le bande da giro, invece, sono quelle più grandi, con alcuni musicisti di professione o giovani studenti del Conservatorio. Si spostano nei paesi del Sud durante tutta l’estate per le feste patronali, viaggiando su pullman sgangherati e dormendo nelle palestre delle scuole abitate, in estate, solo da calura e zanzare. Queste orchestre di fiati (come si vogliono far chiamare ora) eseguono repertorio operistico sulla cassa armonica, il teatro dei poveri, una grande struttura di legno, ricoperta di lampadine colorate. Sulle bancarelle che vendono cianfrusaglie, tra odori di popcorn, zucchero filato e semi di tutti i tipi, s’innalza il suono del flicorno soprano che intona Vissi d’arte, vissi d’amore o Sempre libera degg’io folleggiare di gioia in gioia: opere strumentate per la banda ed eseguite senza cantanti, tra lo schiamazzo della gente e i giovani che passeggiano mostrando l’abito buono, quello della domenica. Tanti arrivano in piazza con la sedia e cantano durante l’esecuzione. Altri discutono: meglio la Banda di Squinzano o quella di Ruvo? A mio padre, quello spettacolo riaccende il seme d’una misteriosa passione. Poi la musica finisce, le luminarie si spengono, domani mattina ci si alzerà molto presto, c’è da portare via le pietre, tagliare il grano, curare l’orto, curvarsi sotto il peso di un lavoro in cui i sogni sono banditi. Per vivere, è necessario farsi bene i conti, annotare tutto e non fare il passo più lungo della gamba, altrimenti si va a gambe all’aria. Non esistono serate al ristorante, cinema, teatro. Vacanze, poi, non ne parliamo. La vita è scandita dai ritmi della campagna, e in campagna c’è sempre qualcosa da fare, “la campagna è una cosa dura”, ecco perché “i figli devono solo pensare a studiare” mentre in casa la madre fa tutto il resto.

Grazie a quell’agenda blu, tutto ritorna e la mente si ripopola di ricordi. Rivedo mio padre seduto al tavolo in cucina, solo, che prega il rosario, tifa Milan davanti alla tv, ascolta l’amor suo Berlusconi, fa e rifà i suoi conti ogni mese (negli ultimi anni, lo aiuterà la figlia che lavora in banca). Occorre scrivere tutto, appuntare le spese, i preventivi per riparare le macchine di campagna, i dati della raccolta delle olive e del prodotto finito, quell’olio davvero biologico che “fa bene ai bambini” perché viene prodotto senza alcun trattamento. Sento ancora la sua voce che per la millesima volta mi dice: «Mario, le olive vanno raccolte a mano o con il rastrello, gli sbattitori rovinano gli alberi». I numeri servono a capire se e quanto le piante abbiano prodotto, quanto tenere per la famiglia, quanto si può regalare al medico o al “professore di musica di Mario”, come mio padre chiama il mio primo maestro; figura quasi sacerdotale a cui si devono immenso rispetto e totale fiducia. Le sue richieste sono insindacabili (anche quelle economiche) perché fatte per il mio bene: si può e si deve risparmiare su tutto ma non sullo studio né sulla musica: libri, un pianoforte da acquistare e poi da cambiare, corsi di perfezionamento, continui spostamenti in auto affidati alla sorella più grande con la patente. A quel maestro, mio padre ha affidato la mia formazione e il suo grande desiderio: farmi diventare un musicista.

Su quell’agenda blu, ogni anno del mio corso di musica ha la sua pagina e, su ogni rigo, la stessa annotazione: “gennaio pagato 100.000 lire”. Non sfugge l’aumento della tariffa all’inizio di settembre del ’93, io ho dodici anni, papà sessanta. Mentre lui continua a guidare un trattore, dentro una vita che spesso assomiglia a un quadro di Millet, io comincio a muovere le mani su e giù, lungo la tastiera del pianoforte. Ripenso a quegli anni, ai tanti gesti piccoli e grandi, spesso non compresi: l’insistenza quando penso di mollare, i momenti di apparente lontananza, il rigore… Poca pedagogia, nessuna psicologia, tanto realismo; soprattutto, la consapevolezza di quanto la bellezza possa colmare i limiti sociali, culturali, caratteriali ed educare al senso del mistero. Oggi che la musica occupa molto del mio tempo, mi chiedo se esistano ancora uomini come lui, capaci di investire sul “professore di musica”: persone che non hanno paura del sacrificio per sé e per la famiglia, padri capaci di affidare ad altri con tutto il cuore un pezzo di educazione dei propri figli. Vorrei poter fare lo stesso con un figlio o con i miei alunni, questa “generazione ansiosa” che noi adulti stiamo affossando con una disistima malcelata, dove la sfiducia e l’ipercontrollo nascondono la nostra incapacità, la nostra paura. Aumentano le parole, i discorsi, proliferano gli specialisti. Occorre invece “un punto vivo all’orizzonte”, come il padre descritto da Leonardo Sinisgalli, o quello con le braccia sempre aperte del quadro di Van Gogh; o come il mio (ce ne sono, per fortuna): di poche parole, un po’ spigolosi ma capaci di essere presenti; solidi di fronte alla vita e al proprio figlio. «Stè papà» (C’è papà, ndr) ripeteva in un dialetto rude e certissimo quando la vita ci metteva di fronte a difficoltà apparentemente insormontabili. E si tornava a vivere. La campagna, la scuola, la mamma ai fornelli, il pianoforte che suona mentre in Tv si prega il rosario e le sorelle che si lamentano che c’è troppa confusione.

Quattro giorni prima che mio padre morisse, ero in ospedale per salutarlo, prima di ripartire per Roma. Gli dissi che, se lui avesse voluto, sarei rimasto. Mi rispose: «Fai la tua strada». Non ci siamo detti altro. Sfogliando quell’agenda blu, oggi capisco che ha sempre cercato solo questo, farmi fare la mia strada. E tutto ritorna miracolosamente in ordine.

Mario Leone (Gravina in Puglia, 1981) Musicologo, pianista, direttore di coro e didatta. Insegna, scrive e corre. Divoratore seriale di musica.