Nina dà la vita o la blocca, si muove in una Georgia addolorata che non ha il tempo di riconoscere il suo dolore.
Nina è un’ostetrica, sola per scelta e alla ricerca tormentata di nuova solitudine, non chiede mai alle sue pazienti la loro storia, fa nascere bambini e pratica aborti clandestini, lavora in silenzio, sembra non avere voce, invece ce l’ha ma non è interessata a parlare. Nina è la protagonista di April, l’ultimo film di Dea Kulumbegashvili, che alla Mostra del cinema di Venezia ha vinto il Premio speciale della giuria. La pellicola esce dai villaggi della Georgia orientale, così distanti dai colori di Tbilisi, così immersi in una realtà difficile da collocare nel tempo e nello spazio se non nelle crepe del dolore. Sono questi i luoghi che la regista ha visto e conosciuto lavorando per il suo film precedente, Beginning, e che le sono rimasti in testa, con i loro abitanti immersi nel vuoto, silenziosi, soli, in una realtà che non riesce a rifuggire la violenza.
«Non ho mai smesso di pensare a quelle donne – dice Kulumbegashvili, che dalle riprese non può più tornare in Georgia – inizialmente non pensavo che ne avrei fatto un film, ero più decisa a propormi come mediatore per mostrare al governo cosa accade in certi villaggi del paese, poi però ho deciso di fare un film politico, senza chiedere finanziamenti governativi, altrimenti non mi avrebbero mai permesso di girare. Quello che ho visto in quei villaggi è terribile, la violenza viene praticata contro tutti, mentre facevo le riprese ero accusata di confondere la mente dei bambini, ho visto una società povera, afflitta, incapace di rialzarsi. Donne e bambini non sanno leggere, questo chiude ogni porta al miglioramento, è la condanna a rimanere lì dove sono». La regista era pronta alle conseguenze del suo film politico e ha scelto un argomento proibito come l’aborto, che Nina spesso pratica a donne vittime di violenza:
«L’aborto è praticamente illegale in Georgia, solo a Tbilisi è più semplice, ma è sempre la capitale di un paese estremamente religioso, in cui la Chiesa è anche una potente istituzione politica e i ritratti del capo della Chiesa georgiana sono appesi nei reparti di ginecologia anche a Tbilisi. L’ho sempre trovata una scelta grottesca. Tutto va letto in un contesto più ampio in cui è in atto una forte repressione della libertà di espressione, in cui nel nome di quelle che vengono chiamate “leggi sulla famiglia” si cerca di erodere la libertà dei cittadini con nuove norme copiate dalla Russia», come la legge sugli agenti stranieri o quella che è stata approvata a settembre «contro la propaganda Lgbt».
Propaganda è una parola da guardare in controluce, usata e abusata quando una democrazia viene scalfita e assottigliata, resa uno spettro per creare un senso di urgenza contro un nemico spesso immaginario: chi è l’autore della propaganda è sempre un sottinteso. Ora anche Dea è considerata un’autrice di propaganda, racconta di ricevere telefonate che le intimano di non tornare, e lei non torna, rimane lontana, a osservare un paese che ha la sfortuna di essere troppo piccolo per essere visto. «Durante i festival cinematografici, durante le interviste alla stampa internazionale, mi rendo conto che a nessuno interessa la Georgia. O peggio: sembra che la Georgia non esista. È un paese povero, poche persone parlano il georgiano, non ha una grande diaspora all’estero e credo che se l’intero territorio dovesse essere occupato dalla Russia non interesserebbe a nessuno». Il venti per cento del territorio della Georgia è già occupato da Mosca e Kulumbegashvili viene proprio da questo venti per cento: «Sono osseta, ho memorie personali della guerra. Spesso mi rendo conto che se fossi russa tutti si preoccuperebbero per me, mi chiederebbero cosa vuol dire vivere lontano dal mio paese, ma con la Georgia non è così. In Georgia c’è stata una guerra civile, l’Ossezia del sud e l’Abcasia sono ancora occupate, è tremendo venire da un gruppo etnico così piccolo, avere parte della mia famiglia ancora lì. Mi raccontano che ci sono i nazionalisti osseti, ma in realtà sono russi, parlano russo, sono i principali artefici della scomparsa della cultura e della lingua ossete e dell’assimilazione forzata con la Russia. C’è poca volontà di indagare su un conflitto che è stato problematico, in cui la Georgia non si è comportata meglio della Russia, non ha voluto accettare che gli osseti fossero diversi e di fatto ci ha detto: se non volete far parte della Georgia, andatevene. Questo atteggiamento è servito soltanto ad aumentare la ferita», la Russia se ne è approfittata e oggi occupa di fatto un territorio che è un’arma puntata contro tutto il paese: «Durante la guerra la mia famiglia ha sofferto molto, mio nonno è stato torturato, altri sono stati uccisi e nessuno ha mai investigato i crimini di guerra commessi dai georgiani e dai russi. Sono sicura che mai verranno investigati. Il risultato è che le tensioni esistono ancora, io non ho i social, ma so che ogni volta che ricevo un premio si alza un’onda di odio e minacce e vengo insultata e maledetta come una separatista osseta; ovviamente non lo sono».
Kulumbegashvili è testimone di una cultura che sta scomparendo, di una lingua che ormai parlano in pochi e uno dei suoi desideri è di girare un giorno un film in osseto. Ogni parola della regista è politica, dice di appartenere all’ultima generazione di registi, perché sa che fare film nel suo paese sarà sempre più difficile e non è stato semplice neppure ora parlare di problemi nazionali con il filtro del cinema. Guarda al suo lavoro con disincanto, convinta che Tbilisi, che in alcune occasioni si è sentita al centro del mondo con le sue manifestazioni, non è mai stata davvero parte dell’agenda internazionale: «I georgiani manifestano, le persone vengono arrestate, ma né per l’Unione europea né per gli Stati Uniti, la Georgia è all’ordine del giorno. Si perde tra i conflitti più grandi e non essere visti, non essere notati è ancora più tragico soprattutto perché siamo consapevoli che le cose peggioreranno, le abbiamo viste deteriorarsi prima dell’arrivo di questo governo, è un circolo vizioso, temiamo la dittatura e temiamo la Russia e sentiamo dirci che non c’è bisogno di avere paura di Mosca, perché non ci sta invadendo, perché non siamo l’Ucraina. Nessuno però considera che il Cremlino non vuole due guerre e non ha bisogno soltanto della potenza militare per controllare un paese. Porto dentro una rabbia disperata: quando cresci in una situazione politica turbolenta, con una guerra civile come quella che ho visto io, con una dittatura che trascina il paese in basso e nessuno guarda, a nessuno interessa, nessuno chiede, senti che il momento per creare qualcosa di buono sembra non arrivare mai».
Eppure i giovani che protestano per le strade di Tbilisi con le bandiere europee in mano sembrano il ritratto di un paese pronto a cambiare e che soprattutto nel cambiamento ci sperano davvero. Hanno richiamato le telecamere di tutto il mondo, hanno urlato giorno e notte davanti al palazzo del Parlamento, si sono organizzati, hanno chiesto, ma non hanno ottenuto. Kulumbegashvili non ha provato stupore nel vedere tanta speranza tradita, spiega la sua sensazione con calma, quasi fosse un momento di autoanalisi, l’autoanalisi di un paese intero: «Sai, nei paesi cha hanno conosciuto il passato sovietico, il tema della speranza è davvero problematico. Merab Mamardashvili, un filosofo georgiano tradotto poco e oscurato dall’Unione sovietica, considerava la speranza uno dei problemi principali dell’Urss, perché la visione utopistica del futuro era basata sul concetto di speranza», un’attesa fiduciosa, statica, illusoria. «Ritengo che la Georgia viva ancora in questa falsa comprensione della realtà, crede nella speranza che un giorno diventerà parte dell’Ue e ci crede anche se non dovesse mai accadere, ma continuerà a crederci. Cerchiamo di essere onesti: davvero l’Unione europea vuole che la Georgia diventi un paese membro? Ci sono state tante possibilità nel passato, ma non è mai accaduto, ci è stato sempre chiesto di aspettare. Quando è iniziata la guerra contro l’Ucraina, ero a Parigi e un amico mi ha detto che la Francia non poteva permettersi di giungere a conclusioni affrettate. Le bombe contro l’Ucraina hanno stravolto tutti noi georgiani e sentir parlare di “conclusioni affrettate” era fuori da ogni logica. Gli ho domandato se le bombe su Kyiv fossero conclusioni affrettate, ma poi ho capito che l’Ue continuerà sempre a cercare di recuperare il rapporto con la Russia. Tutti sono interessati alla storia dei registi russi che vivono lontani dalla Russia, perché cercano in loro un nuovo punto di partenza, un appiglio per riprendere i contatti con un paese che reputano importante, che smuove interessi. Io non ho più intenzione di sperare, è un sentimento fuorviante, credo però in questa generazione che combatte, che vuole la libertà. La mia generazione ha fallito».
C’è un episodio personale e doloroso che porta Dea Kulumbegashvili a raccontare la dimensione del fallimento che la ossessiona, la grandezza della solitudine di un paese che urla e che lei dice essere inascoltato: «Il giorno dopo che era stata approvata la legge etichettata “contro la propaganda Lgbt”, una donna transgender è stata uccisa brutalmente, era una mia amica. Avevamo diciassette anni quando ci siamo conosciute, la sua lotta era di ispirazione, ha sempre corso molti rischi ma mi diceva, orgogliosa: vedi, sono viva, ho vinto. Invece no, abbiamo perso. Ho la sensazione che nessuno capisca la gravità di cosa accade in Georgia, si insiste con una lettura ingenua».
Kesaria Abramidze è stata uccisa a fine settembre nella sua casa di Tbilisi, colpita più e più volte da un uomo armato di coltello.