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Ho chiesto a Freud il senso della Grecia

Chi crede che le donne siano tutte uguali è un pazzo furioso. Elogio della non appartenenza e dell’etica dell’altro, attraverso Shahrazad e Gohar Homayounpour. L’insostenibile leggerezza dell’essere diversi

E chi crede che le donne siano tutte uguali, la sua follia non ha rimedio.

Le mille e una notte

Questa è la notte numero novecentosettantotto, Shahrazad per la prima e ultima volta prende la parola al di fuori delle storie che racconta: dice una cosa talmente importante che nei secoli, poi, abbiamo fatto di tutto per dimenticarla.

Shahrazad ha raccontato al re e a tutti noi storie di donne di ogni sorta: donne che amano gli uomini, donne che amano le donne, donne che vanno a letto con entrambi, donne sul trono, donne che non vogliono sposarsi, donne invidiose, eroiche, furbe, vendicative, materne, donne che non vogliono avere figli, libere, donne soggiogate. Shahrazad non vuole convincere il re, il tiranno, del fatto che le donne sono tutte buone, o soltanto buone. Tutte vittime, tutte piene solo di virtù e di pudore. Lui è infuriato, ma a lei non importa.

«E chi crede che le donne siano tutte uguali, la sua follia non ha rimedio». Questa è la libertà. Donne che non ci aspettiamo, che ci sconvolgono e ci fanno anche indignare perché preferiamo quello che ci rassicura, vogliamo che ci venga detto quello che vogliamo sentire e che non muove un capello, non muove una foglia, ma ci rende tranquille perché fa sentire un’appartenenza placida. Tutte d’accordo su che cosa bene e cosa è male, tutte d’accordo sulla superficie delle cose e su che cosa bisogna scegliere, da che parte bisogna stare. Tutte nascoste sotto una classificazione, tutte.

Quando ho incontrato per la prima volta Gohar Homayounpour, psicanalista e scrittrice iraniana, dissidente, che ha fondato il Gruppo freudiano di Teheran (ovviamente non riconosciuto dallo Stato), abbiamo in un secondo ucciso i convenevoli e, bevendo un bicchiere di vino o due, abbiamo pronunciato alcune cose irripetibili sulle nostre figlie invece di parlare di rivoluzione e di libertà. Mi sono resa conto dopo, a casa, che stavamo comunque parlando di rivoluzione e di libertà. Confessare a una sconosciuta che le nostre figlie ci dicono in continuazione per provocarci e con la faccia schifata: non voglio essere come te, e che noi rispondiamo con un’alzata di spalle: e ci mancherebbe altro, è comunque rivoluzione e libertà.

È accogliere l’altro come altro, non come facente parte di un unico gruppo appiattito sulle nostre misere aspettative e vanità. Gohar Homayounpour lo spiega in termini psicoanalitici in un libro molto profondo e al tempo stesso lieve che dice molto più di quel che promette e si intitola: Blues a Teheran, la psicoanalisi e il lutto (pubblicato da Raffaello Cortina, che ogni volta mi stupisce con saggi preziosi e spiazzanti):

«L’etica psicoanalitica può emanare solo da un soggetto, cioè da un senso di separatezza, da una certa distanza tra l’Io e l’altro. L’etica, insomma, nasce da una seduzione non attualizzata, dallo struggimento, dalle varie possibilità che si dischiudono quando bisogno e oggetto non coincidono più: l’etica è vedere l’altro come altro; l’etica nasce dall’amore. E l’amore nasce dal lutto per la perdita dell’oggetto d’amore».

Potrei scrivere mille pagine sulla perdita dell’oggetto d’amore, cioè sulla perdita di quel momento magico in cui amore e aspettativa coincidono, in cui c’è soltanto una simbiosi di corpo e di cuore: quando è stata l’ultima volta? Di certo quando mia figlia era nella mia pancia (o forse già lì covava pensieri diversi dai miei?) e forse durante tutta la primissima infanzia, quando l’unica domanda era: dove sei? Sono qui amore, torno tra poco, tu dormi, gioca, mangia, io torno. E poi in un attimo è finita. Quel coincidere totale è finito, carne della mia carne ma lei è lo stesso un’altra. Sono capace di ammettere che ho fatto tutto quello che avrei giurato non avrei mai fatto e ho sperato e a volte anche spinto perché fosse come me? Meglio di me, s’intende, ma più simile a me.

E invece è un’altra e non mi appartiene e infatti mi ripete: non mi piace quello che piace a te. I tuoi film, i tuoi vestiti, quello che ti fa ridere, perfino la Grecia che a te piace tanto a me non piace, lo sai mamma? Non è possibile che a qualcuno non piaccia la Grecia, se non ti piace la Grecia sei pazza. Non sono pazza, sono diversa da te (questa cosa della Grecia, sono sicura, la fa apposta per mettere alla prova il mio amore). Discutendo con Gohar Homayounpour di libertà delle donne a Teheran e di stereotipi da non accettare, ho dato un valore più alto alle provocazioni di mia figlia e al mio impazzimento sulla Grecia. Gohar mi ha spiegato che se decidiamo di appartenere a qualcuno, a qualcosa (a una persona, a un gruppo di persone, a una giusta causa, a un mondo ideale, a un partito, a un’unica idea) allora quello è il momento in cui perdiamo l’etica. Prima di tutto perché ci aspettiamo che di conseguenza quella persona e quella cosa ci appartengano (e io mi aspetto che mia figlia dica: wow la Grecia con te, mamma) e perché un sacco di guai arrivano dal senso di appartenenza, e perché un sacco di guai arrivano dal possesso, e poi perché non c’è niente di più narcisista dell’appartenenza. Se stai dalla mia parte, devi essere esattamente come me. Se non sei uguale a me, allora vattene via non ti voglio più, mi stai antipatico, ti disprezzo, mi hai tradito: sei un nemico.

E invece no: sto dalla tua parte ma non ti appartengo e sono diversa da te, sono l’altro e la mia libertà garantisce la tua libertà e la rende unica e speciale. Io non ti darò sempre ragione e tu mi manderai a quel paese tutte le volte che vorrai e non ci confonderemo l’una con l’altra e non saremo mai kitsch, come direbbe Milan Kundera. Il kitsch di chi si aspetta di incontrare Gohar Homayounpour, che vive tra Parigi e Teheran perché a Teheran hanno chiuso le scuole, e incasellarla, classificarla, leggerle negli occhi la paura, le lacrime, la disperazione. Invece questa donna sofisticata e ironica mi dice: sai quante volte hanno ripubblicato L’insostenibile leggerezza dell’essere a Teheran? Io non lo so, però ho bevuto due calici di prosecco e sparo alto, dico: undici. Lei ride e dice: cinquantasei. Cinquantasei volte, Gohar lo sa perché suo padre traduceva Kundera dal francese in farsi e loro due erano buoni amici, si scrivevano lettere e cartoline di buon anno. Sovversivi, sempre (come l’inconscio, come la psicoanalisi). Appartenenti l’uno all’altro, mai. È questo il segreto della libertà, è questo il segreto di Shahrazad, che ha salvato ogni parte di sé senza appartenere mai a nessuno e senza dover confessare i suoi desideri segreti, i suoi impulsi distruttivi, la sua voglia pazza di abbandonare tutti e scappare in Grecia.