Il giorno dell’incendio mi sono svegliata a Venice Beach in uno di quei motel bassi e con l’insegna fucsia al neon che compaiono nelle serie tv. In Mulholland Drive, la protagonista Rita, nella sua iniziale discesa a piedi dalla collina di Hollywood in preda all’amnesia, incrocia uno di questi posti, il Saharan Motel, ora Sunset West Hotel, su Sunset Boulevard. Quell’atmosfera, tra motel e appartamenti che sembrano motel, determina l’atmosfera per l’intero film (che nella stramba trama capiti di trovare in queste stanze cadaveri in vario stato di decomposizione certamente coadiuva l’atmosfera).
L’horror abitativo della costa est è affidato a grandi, labirintici hotel con tante stanze, a più piani, con la moquette per terra e l’ascensore che sa di muffa in cui si trova ancora una panca di legno. Le stanze ad alveare con le finestre sporche si affacciano all’undicesimo piano, con vista sulle finestre senza tende di un altro palazzone, dove gente in mutande cammina su simili pavimenti di moquette e nessuno vede il cielo, il cielo non esiste.
Qui, sulla costa ovest, non c’è altro che cielo, l’horror ha più l’aspetto di una stanza a livello strada in cui si gela per l’aria condizionata, e la finestra qui dà sul parcheggio, e nel parcheggio, che è sempre semivuoto, c’è sempre una palma altissima.
La mattina del 7 gennaio 2025, la palma era piegata dal vento – il Santa Ana, un vento particolarmente distruttivo, secco e potente che soffia dalle montagne alla costa, dall’autunno a gennaio. Quella mattina la velocità del vento era 90 miles per hour, circa 140km/h, una forza da tornado, o peggio.
La sera prima, sul molo di Venice Beach, mi ero spinta a piedi verso l’oceano, e avevo trovato la strada pedonale semi chiusa dal camion dei pompieri parcheggiato lì con le luci accese. Mi ero fermata a guardare nel buio, verso il niente della spiaggia. Un uomo accanto alla sua motocicletta si è girato verso di me, determinato come se gli avessi fatto una domanda precisa, e fissandomi ha pronunciato una frase che non ho capito. «La clavícula», ha scandito guardandomi
«Se rompió la clavícula». Ah, la clavicola, ho detto io, toccandomi il collo e continuando a guardare il buio della spiaggia, nascosta da una duna di sabbia. È arrivato un uomo biondo californiano e ha detto: «Now? How?» e il tipo in moto ha pronunciato in punti esclamativi: «I don’t know now! But it happened! Maybe surfing, but I’m gonna stay here to find out!». Allora mi sono incamminata verso il molo, che restava aperto, e guardando giù sulla spiaggia ho visto la macchina dei guardaspiaggia con la tavola da surf sul tetto, e ho pensato a come si crea l’eventualità di salvare qualcuno in tavola da surf. Le onde a volte sono troppo alte per le imbarcazioni, o la persona in pericolo è troppo vicina alla riva. Ho guardato il ferito immobilizzato e illuminato dai fari del veicolo di salvataggio e dalle lampade di soccorso, ma non sono riuscita a vedere niente, o forse non ho voluto. Mi è sembrato comunque un brutto presagio, una frattura di quel tipo, la clavicola. O forse era come l’aveva detto l’uomo. O la fantasia che qualcuno andasse a surfare a quell’ora, nel buio, e si rompesse la clavicola nell’acqua.
Mi sono costretta a fare ancora qualche passo su quel molo, che è puntellato da targhe con ingiunzioni e scritte che sembravano tutte particolarmente lugubri in quel momento. Dopo poco sono tornata indietro.
La mattina dopo avevo a Los Angeles un appuntamento poco gradito, che aveva gettato un’ombra di ansia sul mio viaggio fino a quel momento, il tipo di appuntamento che crea un’anticipazione negativa. Aprendo Google Maps avevo visto l’allerta meteo, ma essendo abituata alle allerte italiane – che possono essere foriere di eventi altrettanto micidiali, ma per le quali c’è poco da prepararsi – non l’avevo presa troppo sul serio. Sono comunque uscita presto dalla stanza del motel, prima del previsto e del necessario, più per ansia dell’appuntamento alle 11.40 che per timore dell’allerta. Quando sono uscita, anche se in quel punto il vento certamente non soffiava a centoquaranta all’ora, a grande velocità volavano nell’aria polveri e detriti.
Nei telegiornali della California, almeno le tv locali che mi sono trovata a guardare io, la forza del vento è rappresentata con le immagini delle palme. Foglie molto inclinate, medio inclinate e dritte, che riprendono la loro forma di palma. Al punto estremo di questo spettro, dopo le foglie molto inclinate (e fruscianti: è un’immagine animata) c’è la bandiera rossa che sventola.
Quella mattina erano molto inclinate non solo le foglie ma anche i lunghi tronchi delle palme sulla strada. Poche ore dopo, alle 10 e 30, c’è stato il primo rapporto sull’incendio di Pacific Palisades, la foresta e il quartiere che si trova proprio sulla costa, l’estremo ovest della città di Los Angeles, tra Malibù e Santa Monica. Alle 10 e 30 era un incendio e di dieci acri, alle 13.34 di duecento acri, il giorno dopo stavano bruciando ventimila acri. Non so se tradurlo in ettari ci dica molto di più (quattro, ottanta, ottomila), ma il giorno dopo, mercoledì 8 gennaio, l’incendio di Palisades si propagava al ritmo di vari campi di calcio al minuto. Gli elicotteri non potevano decollare per il troppo vento, circostanza che mi ha ricordato l’altro grande incendio a cui ho assistito, quello sulla montagna del Beigua, che quella volta arrivò a pochi metri da casa mia, dal mio balcone con la bombola del gas. Me n’ero accorta abbassando le tapparelle per andare a dormire, e avevo visto le fiamme che mi salutavano da quella sterpaglia accumulata sulla montagna che il vicino non si decide a far pulire. Avevo preso il cane, il computer e una coperta di pile altamente infiammabile, ed eravamo andati a dormire in macchina nel paese vicino. Avevo scioccamente controllato online l’avanzamento dell’incendio, ma non c’erano notizie, come se non stesse avvenendo, e avevo passato la notte non sapendo se la mattina avrei ritrovato casa mia (l’avevo trovata, l’incendio si era fermato a cinque metri).
Alle 18 e 18 del 7 gennaio è scoppiato l’Eaton fire, l’incendio nella zona di Pasadena, dove è stata scattata la famosa foto del McDonald’s in fiamme. Di tutte le testate che seguo sui social, solo nei commenti di quelle italiane c’era qualcosa che cominciava a serpeggiare, un qualcosa che si può sintetizzare in: che bello, bruciano le case dei ricchi. Nei commenti di una rivista culturale piuttosto progressista, piuttosto giovane, piuttosto giusta, piuttosto di sinistra: che bello, in fiamme il capitalismo. Ma né a Malibù né a Pasadena abitano solo i ricchi, e in ogni caso non ci abitano solo i billionaires, i miliardari. Questo spirito sovietico attraversa a volte il popolo italiano, questo antiatlantismo, antiamericanismo, che a volte è semplicemente un rosicare, a volte è un’eredità più complessa. Di certo bruciavano anche delle case molto belle, progetti rilevanti di architettura contemporanea. E bruciavano le Tesla, bruciavano i Tesla Cyber Truck, quella macchina che Elon Musk ha voluto appositamente futurista, perché il suo figlioletto X gli aveva detto che le sue macchine non avevano tanto l’aspetto del futuro (è scritto nella biografia di Musk di Walter Isaacson, Mondadori). La Tesla Cyber Truck è un pick-up assemblato con delle lamiere affilatissime, toccando i bordi e lavorandoci un po’ ci si può tagliare il dito (ovviamente l’ho fatto, come san Tommaso). Con tutto il male che si può dire di Elon Musk, bisogna anche dire che le Tesla sono delle macchine bellissime, sono gli iPhone delle macchine. Questi truck, un po’ carro armato un po’ futuro, forse rappresentano già il simbolo della sua decadenza.
A quel punto a Los Angeles il cielo aveva assunto un’inquietante patina bellissima, fotogenica, ultra-angelina, mi ha ricordato il film The Substance quando alla bellissima Demi Moore e alla bellissima Margaret Qualley cominciano a succedere cose strane, è come se fossero talmente belle che scoppiano (nella trama si disfano e perdono pezzi perché hanno assunto una sostanza che le rende più belle e in eterno). Alcuni hanno scritto – rigorosamente dalle loro scrivanie in Europa – che a Los Angeles è normale che ci siano gli incendi, gli abitanti sono abituati, sono un evento naturale e ricorrente, ci sono sempre stati, la città convive con questi cataclismi e con altri attesi, come il famoso terremoto che è da più di cento anni che non arriva e perciò arriverà. Tuttavia man mano che le ore passano a me sembrano sempre meno “abituati”. Di solito gli incendi sono nelle zone boschive, ora la zona di Palisades che è bruciata corrisponde alla superficie di Manhattan, e sono perlopiù strade, negozi, case che non ci sono più. Le televisioni locali intervistano senza pietà persone che hanno appena perso tutto, o che stanno aiutando i loro vicini. C’è il grande senso di comunità, di neighborhood: molti ristoranti delle zone limitrofe, anche di Venice Beach, offrono pasti gratuiti. La mattina dell’8 gennaio ancora le ragazze del salone di parrucchiere dicevano fra di loro: sembra un tramonto eterno!, e lo dicevano non contente certo, ma con un po’ di fatalismo americano, cioè continuiamo a lavorare che queste mance non si guadagneranno da sole. Ma nel pomeriggio l’atmosfera è decisamente più carica di allerta reale. A questo punto la città è circondata da un grande incendio a ovest (Palisades), un grande incendio a nordest (Eaton fire, Altadena – Pasadena), e uno a nord, divampato alle 14 di quello stesso giorno, l’8 gennaio (Hurst fire). Comincia a sembrare un assedio, e il vento che doveva diminuire verso le 16 non è diminuito, e i pompieri sono sottostaffati. A Palisades sono in più di tremila, e sono arrivati due aerei dal Canada (uno dei quali prontamente messo fuori uso da un cittadino che faceva volare un drone). Dicono che combattere le fiamme con il vento a cento chilometri all’ora è come stare in combattimento in una zona di guerra. Alle braci basta pochissimo per volare anche a chilometri di distanza, dando vita ad altri incendi (si chiama spotting). E in mezzo ci siamo anche noi. Dei bambù molto alti continuano a sbattere sulle nostre finestre, e penso che in Italia avrei detto: certo che se non fanno la manutenzione. Vivono con queste sottili, flessibili torce, le foglie di bambù, che sembrano fatte apposta per andarsele a cercare, le braci.
Alle 17 scoppia il Sunset fire, l’incendio “a Hollywood”: è quello che si avvicina a casa nostra. Vengono evacuate tutte le strade a nord di Hollywood Boulevard, inclusa Mulholland Drive, la via del film di David Lynch e in cui abitano o hanno abitato Madonna, Jack Nicholson, Marlon Brando, Demi Moore e Bruce Willis. Dalla finestra vedo la collina con le fiamme, è la collina del cartello, l’incendio è un po’ più a ovest. Viene giù velocemente, in pochi minuti scivola giù, la zona di evacuazione ora arriva a quattro isolati. Prepariamo le valigie.
C’è la questione dell’acqua: la California è lo stato più preparato a gestire gli incendi, ma il cambiamento climatico provoca da un lato le piogge eccessive e atipiche, che fanno proliferare la vegetazione, dall’altro lato temperature più alte della media e la siccità (ha piovuto mezzo centimetro da ottobre a gennaio), che rende questa abbondante vegetazione e il terreno particolarmente secchi. Gli idranti non hanno pressione sufficiente. Chiara Barzini, che ha vissuto a Los Angeles molti anni, ha scritto un libro sull’acquedotto di Los Angeles e quindi “sui sogni impossibili”. In L’ultima acqua (Einaudi, in uscita ad aprile), scrive: «Non ci si può preparare con abbastanza acqua alla stagione degli incendi perché non esiste e non è mai esistita abbastanza acqua nel deserto». A voce spiega: «Gli idranti in questi giorni non avevano abbastanza pressione, hanno dovuto collegarli direttamente all’acquedotto». Le fonti ufficiali dicono che l’acqua nei bacini idrici c’era, ma la grande quantità richiesta, dovuta anche all’impossibilità iniziale a far volare gli aerei, ha fatto diminuire la pressione. Ci sarà un’inchiesta. L’acquedotto di Los Angeles è stato costruito a inizio Novecento, quando in uno dei molti periodi di siccità, William Mulholland ha deciso di trasportare l’acqua per trecento chilometri dalle California Sierra attraverso il deserto.
A Mulholland Drive il giorno dopo è stato ritirato l’ordine di evacuazione. Abbiamo guardato dalla finestra il Sunset fire, l’incendio di Sunset Boulevard, ridursi e poi spegnersi, ma quelli intorno alla città continuano, le percentuali di contenimento avanzano lentamente. Lasciando Los Angeles il 10 gennaio, andando verso il nord e la Bay area, su quella lunga strada dritta noiosa in modo confortante, attraversiamo l’Hurst fire, contenuto al 37 per cento, abbastanza perché la strada sia aperta. Mentre mi allontano la luce si fa un po’ meno bella, un po’ meno perversa. È sempre la California, ma nel cielo non è iniettata la sostanza losangelina, che è fatta di sogni ma anche di confronti impietosi con la realtà del cambiamento climatico.