Ludovica ha deciso di esordire alla regia. Ne sono stato moderatamente contento quando me l’ha detto perché da una parte sono sicuro che lei possa fare la regista, dall’altra mi dispiace sempre quando uno sceneggiatore decide di cambiare mestiere. E molte volte è successo che chi è passato alla regia ha smesso di fare lo sceneggiatore, ma Ludovica mi ha promesso che lei non smetterà di scrivere e questo mi ha rassicurato. In ogni caso, io conosco il motivo più profondo per cui uno sceneggiatore vuole diventare regista.
Poche settimane dopo la decisione di Ludovica, mi ha chiamato un funzionario del Ministero della Cultura e dello Spettacolo, sezione Albo Degli Sceneggiatori. Ho detto che non avevo idea che esistesse un albo degli sceneggiatori al Ministero; e il funzionario mi ha risposto, rassegnato, che molti di noi, pur essendo presenti nell’Albo, ne ignorano l’esistenza. L’Albo ha una graduatoria come nelle scuole, e prevede delle supplenze per varie circostanze, tra le quali è considerato anche l’impegno alla regia di uno sceneggiatore. Quindi, mi ha spiegato il funzionario, poiché Ludovica per alcuni mesi sarà impossibilitata a portare avanti i suoi molti progetti (che mi ha elencato minuziosamente uno per uno, e sono tanti), essi passano, con facoltà di accettazione, allo sceneggiatore che la segue immediatamente nella graduatoria. E quello sceneggiatore sono io. Quindi, mi ha spiegato il funzionario, ho la facoltà di accettare di lavorare a uno, ad alcuni di questi progetti, o a tutti, a mia discrezione, affinché questi progetti vengano portati avanti nonostante gli impegni di Ludovica; e sia se si concludono, sia se Ludovica li riprenderà in tempo per portarli a termine, la firma dei progetti sarà congiunta. Mi ha ancora spiegato il funzionario del Ministero che per i progetti che non avessi accettato, o se avessi detto che non potevo accettarne nemmeno uno (il funzionario ha elencato anche tutti i progetti che sto facendo io, e ne aveva una visione unitaria molto più chiara della mia) i progetti sarebbero naturalmente passati allo sceneggiatore successivo, subito dopo di me in graduatoria; e così via. Fino all’assegnazione di tutti i progetti lasciati momentaneamente da Ludovica.
Quando si è accertato che avessi capito tutto, mi ha chiesto cosa volessi fare, gli ho chiesto una nottata per pensarci e lui mi ha detto: senz’altro, la richiamo domattina, ma dovrà darmi una risposta.
Ho passato tutta la notte sveglio. Ma non a pensare se accettare o no tutti i progetti di Ludovica, che si sarebbero tra l’altro accumulati a tutti i progetti miei, rendendo la mia vita lavorativa un inferno.
Ma al fatto che Ludovica, nella graduatoria degli sceneggiatori, è davanti a me.
Mi sono detto: ma com’è possibile? E, soprattutto: c’è qualcun altro al di sopra di Ludovica e me? Non so se lo voglio sapere. Chi è quello che mi segue e quanti altri mi seguono? Non so se lo voglio sapere. Io e Ludovica siamo al primo e al secondo posto, al terzo e al quarto, al decimo e all’undicesimo, al sessantaseiesimo e al sessantasettesimo, al trecentoventunesimo e al trecentoventiduesimo? Spero di non saperlo mai.
In realtà avrei voluto continuare a ignorare l’esistenza dell’Albo Degli Sceneggiatori, ma ormai era troppo tardi.
Quindi, dopo essermi tormentato ore e ore di notte perché non riuscivo a capire come fosse possibile che Ludovica stesse davanti a me nella graduatoria degli sceneggiatori – non perché Ludovica non sia molto brava e io non la ritenga molto brava; ma anche io sono molto bravo e mi sembrava di avere, in una ipotetica graduatoria di sceneggiatori che tra l’altro non sapevo esistesse, più titoli di lei. E invece stavo scoprendo, in maniera angosciante, che Ludovica stava davanti a me nella graduatoria e che forse davanti a me e Ludovica ci sarà qualcun altro, e che questi altri possono essere 10 o 100. E appena dopo di me potrebbe esserci qualcuno che potrebbe prendersi carico dei progetti di Ludovica, qualora io li rifiutassi e con questi progetti potrebbe superarmi (non so chi sia e non voglio saperlo, ma sono sicuro che mi supererebbe).
Quindi quello che ho pensato è che per non essere scavalcato da quelli dietro e per restare dietro Ludovica, e anzi avere la speranza di superarla, avrei dovuto accettare tutti i progetti di Ludovica insieme ai miei, in modo che tutti i progetti di Ludovica, firmandoli anche io, vengano neutralizzati; e poi io con i miei potrei provare a superarla. Per questo la mattina dopo, quando il funzionario del Ministero mi ha chiamato, ho detto che li avrei accettati tutti. Il funzionario si è dichiarato molto soddisfatto, dicendo che contava molto di ottenere questa risposta, e che mi avrebbe mandato presto le pratiche da firmare e i progetti al punto in cui Ludovica li aveva dovuti abbandonare.
Sia chiaro: nonostante stesse davanti a me in graduatoria e nonostante mi dovessi accollare tutti i suoi progetti, non ho provato nessuna forma di rancore nei confronti di Ludovica. Anzi, lo devo confessare: da sempre, da quando la conosco, l’unico sentimento che provo per Ludovica e che continuerò a provare, è amore. Io amo Ludovica, di un amore sereno, non erotico ma serio. Solo, non riesco a capire perché sia davanti a me nella graduatoria del Ministero.
Io amo Ludovica, ma Ludovica non ama me. Il mio sentimento non può ricambiarlo. Non è colpa sua, ma del suo modo di stare al mondo.
Per spiegare chi è Ludovica e come sta al mondo, e anche perché non solo io, ma molti uomini e molte donne amano Ludovica (e non sono ricambiati), devo parlarvi del panificio Panella, che è un panificio antico e molto famoso che sta a due passi da casa mia. In realtà panificio è la sua definizione originaria, ma oggi è un luogo che ha tanti tavolini all’esterno e all’interno, dove ci sono dolci, si fa colazione, si pranza, si cena, si fanno aperitivi. È un posto molto conosciuto e apprezzato.
Il motivo principale per cui Ludovica ha deciso di passare alla regia, io lo so: riguarda le sinossi.
Il mestiere di sceneggiatore è fatto in questo modo: scrivi tanto tempo, il regista dice che una cosa non va bene, il produttore ti fa le note, fai alcune stesure, alle volte tante, ma arriva comunque un giorno in cui finisci; e quando ti sembra di aver fatto una enorme fatica, sai anche che la fatica vera, i veri problemi, la complessità di questo lavoro che porterà a un film, cominciano ora, soltanto alla fine della sceneggiatura: con la preparazione e le riprese. Quando per il cinema le cose si fanno serie, lo sceneggiatore in pratica non c’è più. Quindi in questo c’è un gran senso di riscatto. Lo sceneggiatore potrebbe, se volesse, consegnare le sceneggiature e poi andare direttamente alla conferenza stampa dell’uscita del film e poi alla serata della prima, a prendere gli applausi se saranno fatti degli applausi; e potrebbe addirittura andare direttamente alla festa che si fa dopo la sera della prima del film. Lo sceneggiatore, in sintesi, scrive film per avere diritto di andare alle feste per il film, e ubriacarsi e ballare. Sembrerebbe una motivazione futile, ma per gli sceneggiatori non lo è affatto.
Da quando ha finito la sceneggiatura fino alla pista da ballo della festa, lo sceneggiatore crede che non sia accaduto nient’altro che lo riguardi. Ma soltanto perché le persone rimuovono i traumi, li dimenticano; e anche se si ripetono venti volte, li dimenticano tutte e venti le volte. E anche perché questa cosa brutta che accade, accade sempre quando lo sceneggiatore sta da tutt’altra parte. Un giorno, infatti, arriva la telefonata della produzione o direttamente del regista, e viene detta la solita frase, con naturalezza e sbrigatività, una frase che lo sceneggiatore dovrebbe conoscere molto bene, ma ha appunto rimosso. La frase è: abbiamo bisogno di una sinossi.
Cioè, vogliono una quindicina di righe in cui racconti di cosa parla il film. Il pensiero che c’è dietro è il seguente: visto che hai scritto una sceneggiatura di cento pagine e ci hai messo un anno intero, saprai di cosa parla, saprai scrivere quindici righe per dire di cosa parla.
È un pensiero da ignoranti.
Prima di tutto, lo sceneggiatore non sa di cosa si stia parlando, perché ha abbandonato quel film da mesi e mesi, e deve prima di tutto capire di quale film si tratti. Quando poi lo ha capito, la cosa non è risolta per niente, anzi è complicatissima.
Se ci fosse al Ministero una Classifica Delle Cose Più Difficili Da Scrivere Per Gli Sceneggiatori, al primo posto ci sarebbe la sinossi. Non puoi scriverla all’inizio, quando hai pochissime idee e quelle idee sono talmente confuse che non valgono abbastanza per essere organizzate in quindici righe. Ma quando hai scritto centinaia di pagine e sono passati due anni, la sinossi è ancora più difficile da scrivere, è impossibile sintetizzare un film in quindici righe.
Tutti invece sono convinti sia una cazzata. Dai, che ci vuole, dicono, quanto ci metti a scrivere quindici righe?
Gli sceneggiatori sono disposti a scrivere una serie di dodici episodi, piuttosto che una sinossi di quindici righe. Le sinossi sono come la lettera per il direttore dell’Assistenza sociale della cuoca di Luis Alcoriza, lo sceneggiatore con cui scriveva Gabriel García Márquez.
Márquez racconta che sta scrivendo un film con Alcoriza, va a casa sua e lo trova costernato alle dieci del mattino, perché la sua cuoca gli ha chiesto il favore di scriverle una lettera per il direttore dell’Assistenza sociale.
«Lo trovai, furibondo, in mezzo a un mucchio di fogli stracciati, su cui non c’era molto di più che tutte le variazioni concepite della formula iniziale: tramite la presente, mi pregio di rivolgermi a lei per… Cercai di aiutarlo, e tre ore dopo continuavamo a buttar giù brogliacci e a stracciare fogli, ormai mezzo ubriachi di gin con vermouth e rimpinzati di salami spagnoli, ma senza essere riusciti ad andare oltre le prime righe convenzionali. Non dimenticherò mai la faccia di misericordia della buona cuoca quando arrivò a prendere la sua lettera alle tre del pomeriggio e le dicemmo che non eravamo stati capaci di scriverla. “Ma è una cosa facilissima”, ci disse, con tutta la sua umiltà. “Guardi qua”. Allora cominciò a improvvisare la lettera con tanta precisione e tanto dominio che Luis Alcoriza se la vide brutta a copiarla a macchina con la stessa fluidità con cui lei la dettava. Quel giorno – come ancora oggi – pensai che forse quella donna, che invecchiava senza gloria nel limbo della cucina, era lo scrittore segreto che mi mancava nella vita per essere un uomo felice».
A me, a Ludovica, a qualsiasi sceneggiatore, manca saper scrivere la sinossi per essere degli sceneggiatori felici.
Ma c’è una questione ancora più importante riguardo alle sinossi, che nessun produttore o regista ha mai voluto capire, e che è giunto il momento di dichiarare: si scrivono libri di quattrocento pagine, si fanno film di due ore e mezza proprio perché non si è capaci di raccontare una storia in quindici righe! È il motivo per cui esistono film, serie, romanzi e tutto quello che possiamo leggere. Il motivo è: non sapendo scrivere una sinossi di quindici righe vi raccontiamo questa storia in otto episodi da un’ora o in un film lungo due ore. È l’unica alternativa che abbiamo a questa nostra incapacità di scrivere una sinossi.
Ma noi sceneggiatori alla fine, la sinossi dobbiamo scriverla. E l’unica vera soluzione che ha trovato Ludovica per non scrivere più le sinossi è passare alla regia. E lo so che Ludovica non vede l’ora che un produttore la chiami e le dica: bisogna fare la sinossi e lei dice: giusto, chiamo lo sceneggiatore. E a quel punto non è lei a essere chiamata, ma è lei a chiamare qualcuno e a dire: bisogna fare una sinossi di una quindicina di righe. Per questa telefonata, Ludovica è passata dalla sceneggiatura alla regia. Vuole cambiare il suo destino: vuole passare da chi riceve la telefonata a chi fa la telefonata. È un buon motivo per diventare registi, lo capisco.
Panella ha alcune caratteristiche che probabilmente non ha nessun altro posto. Prima di tutto cambia continuamente le regole per sedersi e ordinare al tavolo, cambia l’entrata, l’uscita, quindi ogni volta che ci vai non sai cosa ti aspetta: da dove entrerai, da dove uscirai, se potrai sederti, se alcuni tavoli sono lì perché tu possa andare al banco a prenderti la roba e portartela a tavola. Soprattutto non sai mai in quale cassa pagare, ci sono casse specifiche per ogni scelta, e non bisogna immaginare che si paghi alla cassa più vicina (quella è un’idea banale che possono avere in altri posti, non da Panella, dove le azioni banali sono bandite); tutte queste scelte sono spiazzanti per i clienti, anche per quelli come me che ci vanno da anni. Ma tutto questo non basta: è uno dei posti più cari di Roma; è anzi la sua caratteristica più famosa. Ma questo non basta: ti trattano molto male, sono insofferenti al fatto che tu non capisca dove ti devi sedere, e a quale cassa devi andare a pagare, di solito ti rivolgono la parola a stento, e ti fanno sentire sempre una persona poco desiderata. Ogni volta che tu vai da Panella pensi: loro qui non mi vogliono.
Allora: perché io, noi (Panella è sempre pieno di clienti a qualsiasi ora del giorno), andiamo lo stesso da Panella a essere sconcertati, essere trattati male, a pagare tantissimi soldi? Si potrebbe rispondere che le cose di Panella sono molto buone e in realtà, tutto quello che fa Panella è buonissimo. Ma non è questo il motivo. Perché anche in altri posti le cose sono buone, e questo è banale. Il motivo per cui ci andiamo da Panella è proprio perché è sconcertante, avvilente, castrante, dominante e in qualche modo usa la sopraffazione. La signora di Panella che è dietro la cassa e mi vede lì davanti da decine di anni e che a stento mi riconosce – anzi, questa è la mia speranza, essere finalmente riconosciuto da lei, ma in realtà non mi riconosce, non mi guarda negli occhi, non sa chi sono io e non sa chi sono gli altri – ha come suo unico scopo quello di trattarci male. E la verità non è soltanto che io ci vado lo stesso ogni giorno, ma che vado proprio per questo: perché non riesco a capire dove sedermi, mi trattano male e mi fanno pagare tantissimo. C’è di più: io la signora di Panella la amo, proprio perché rappresenta tutto questo. Ho lavorato alacremente ai progetti di Ludovica, cercando di non trascurare i miei. Ho consegnato le varie stesure nei tempi che i contratti indicavano, mandando una pec anche al funzionario del Ministero, al quale un giorno ho chiesto di sentirci (non puoi chiamarli, solo loro possono chiamare te). Gli ho chiesto se, considerando la quantità di lavoro che ho prodotto, sia per i progetti di Ludovica sia per i mei, ho la speranza di superare Ludovica nella graduatoria. Mi sono vergognato mentre lo chiedevo, ho pensato che mi avrebbe considerato un pusillanime; ma nonostante questo timore, il desiderio di sapere, e soprattutto il desiderio concreto di superare Ludovica in graduatoria, erano più forti. Il funzionario non ha tradito emozioni, molto immerso nell’esercizio delle sue funzioni. Ha detto che la graduatoria viene aggiornata ogni anno, e che quindi bisogna aspettare; ma che lui poteva darmi una risposta informale, che non aveva valore legale, e della quale non sarebbe stato responsabile in caso di sviluppi diversi. Ha fatto una breve pausa, e ha detto: no, non ha nessuna speranza.
Tutti noi andiamo da Panella perché ci piace essere maltrattati. Se voi una volta veniste da Panella, e vedeste tutta quella gente che c’è, potreste assistere a una visione unica in tutto il mondo: una concentrazione di masochisti che si danno appuntamento nello stesso posto in cui non sanno da dove si entra, da dove si esce, non sanno dove sedersi, non sanno a chi ordinare e se quel tavolo gli permette di ordinare, l’unica cosa che sanno è che pagheranno tantissimo, ma non sapranno a chi pagare e non è detto che ne usciranno. E questa esperienza, è una esperienza totalmente diversa da qualsiasi altro posto di Roma o di Italia o del mondo dove entri, ordini, paghi e te ne vai, ti sorridono e ti dicono buongiorno. E questa esperienza che fai in tutti gli altri posti, dopo che sei stato da Panella, ti sembra banale. Vai nei caffè e ti sembrano delle persone insulse quelle che te lo danno il caffè solo per il fatto che tu lo ordini e la cassa è visibile e paghi una cifra che paghi in tutti gli altri caffè (anche questo è banale).
Ecco: Ludovica e la signora di Panella si assomigliano molto. Perché lei e la signora non si accorgono di me, perché non mi hanno mai guardato negli occhi, perché in maniera generica sanno a stento chi sono. Ludovica dice che mi vuole bene ma lo dice in maniera distratta, la signora di Panella non mi dice nemmeno che mi vuole bene, e senz’altro non mi vuole bene.
Amo Ludovica come amo la signora di Panella; oppure amo la signora di Panella come amo Ludovica; non ricambiato. Ma non ricambiato non perché c’è una volontà nel non ricambiarmi, ma perché è il sistema che non permette di ricambiare.
Il cuore della signora di Panella, e il cuore di Ludovica, assomigliano perfettamente al locale di Panella: non si sa come entrarci, non si sa lì dentro cosa ti aspetta e quindi le uniche due cose che puoi fare è starci lontano (ma è banale); oppure masochisticamente, accettare l’idea di essere attenti e affettuosi verso Ludovica e ricevere in cambio distrazione e un ti voglio tanto bene liquidatorio che vuole sottintendere: adesso levati dal cazzo.
Amo Ludovica di un amore soggiogato, fatto di ricatto sociale, tentativo di essere accettato nel mondo, apprensione, desiderio di renderlo noto: sono gli stessi motivi per cui amo la signora di Panella; e Panella intero, tutto. Li amo perché non mi considerano, mi trattano male, mi estorcono denaro e non mi danno quello che desidero, e se me lo danno me lo fanno sudare – e in ogni caso esco da Panella, e vado via da un incontro con Ludovica, con un senso di sconfitta, di frustrazione, di inferiorità.
Però nel momento in cui sono seduto da Panella, e nel momento in cui sto insieme a Ludovica, sento di far parte di qualcosa, sento di avercela fatta. Anche se sono abbastanza intelligente da capire che è proprio questa sensazione che mi dice che non ce l’ho fatta, e che non ce la farò mai.
Quindi, se dovessi scrivere la sinossi della mia vita, non avrei bisogno di quindici righe, perché, in sintesi, è questa: è andato per anni da Panella, ma da Panella continuano a non considerarlo. In pratica, non ce l’ha fatta.
E ho pensato che questa cosa è talmente evidente anche al Ministero della Cultura e dello Spettacolo, sezione Albo Degli Sceneggiatori, che mi hanno messo dietro a Ludovica nella graduatoria. Poi forse è o sarà più brava di me. Ma se io amo Ludovica, e Ludovica non ama me, davanti in graduatoria, a prescindere, ci sarà sempre lei.