Quando vedo la chiamata di Cecilia Sala su whatsapp la prima cosa che penso è che si è sbagliata, non voleva chiamarmi, e com’è banale adesso, io che mi commuovo per strada e lei che non sa come uscire dalla telefonata partita per errore. Invece è un Ciao come stai? Io adesso sto bene, ho dormito un po’, le dico che l’abbiamo tutti pensata sempre, ma davvero sempre, e che poi è imbarazzante chiedere di parlare dopo una cosa così enorme, anzi dentro una cosa così enorme. «Per fortuna mi trovo in un giornale di gente che si imbarazza, perché invece da quando sono tornata a casa mi hanno citofonato al portone per tutta la notte dei giornalisti tivù». All’inizio era impossibile dormire, un giorno di euforia e quattro di disperazione, amici del Washington Post con detenzioni di questo tipo alle spalle le hanno chiesto come siamo messi in Italia con la marijuana, e Cecilia ha detto: non me lo ricordo, poi normalmente con lo Xanax, mai preso prima, ce l’ha fatta. Adesso è una persona che parla, sembra perfino che ne abbia voglia, o forse è solo gentile, lo è sempre stata.
Cecilia Sala è stata arrestata il 19 dicembre a Teheran, e mentre noi facevamo il Natale in famiglia e tenevamo la bocca chiusa fino al 27, con il cuore gonfio e la tavola imbandita, lei era in una cella di isolamento, per terra, senza occhiali e con la luce puntata addosso. Ci vedi proprio poco?
«Mi mancano quattro e quattro, sono una talpa». Ho bisogno di sapere se c’erano gli scarafaggi che corrono sul pavimento, come leggevo ovunque. «Nella cella non ne ho mai visti, ma le mie coperte erano sporchissime, piene di capelli e di peli, mi chiedevo chi si fosse avvolto nudo lì dentro, prima di me». Cecilia ride, ride di nervosismo ma anche di felicità. «Sono stata fortunatissima, mentre ero là mi ripassavo tutti gli arresti in Iran, ero pronta a seicento giorni, la mia liberazione è stata la più rapida dal 1987 e davvero io non la ritenevo possibile. Ma quando ero in isolamento, per terra, senza vedere nessuno, senza vedere il cielo, senza parlare mai, senza un libro, pensavo ai racconti di chi ci era passato e poi aveva continuato la sua vita, aveva fatto figli e carriera, e pensavo: loro sono più bravi di me, io non ce la faccio, io tra poco do le testate al muro». Non è successo, Cecilia è rimasta Cecilia, anche perché in questa storia è entrato quasi subito qualcuno, oltre all’uccellino che ha commosso Cecilia con il suo canto. È arrivato un gatto. «Quando mi hanno spostato per farmi incontrare l’ambasciatrice, siamo passati dal cortile, che per me era il posto più bello del mondo, e nel cortile c’era un gatto, un gatto rosso, persiano, bellissimo. Anche per la bellezza di quel gatto ho pianto. Una sera, è stata l’unica volta, ho accettato un sonnifero per dormire e la mattina dopo, un po’ confusa, ho chiesto se si poteva stare in isolamento e però avere un gatto, se il gatto insomma potesse far parte dell’isolamento. Sapevo che se avessi avuto il gatto avrei potuto resistere anche 600 giorni. Mi hanno detto di no, ovviamente, ma intanto qualcosa è cambiato». E ci sono i gatti nel libro che poi le hanno portato in cella, il libro in inglese più lungo che avessero lì in carcere, Kafka sulla spiaggia di Murakami, «che non mi è piaciuto per niente, avrei voluto tanto leggere Il falò delle vanità di Tom Wolfe, sempre per la lunghezza, ma insomma ho letto quello che c’era e in questo libro la cosa più bella sono i gatti che parlano: gatti saggi, bravissimi, gatti geniali, mi hanno confortato tanto». Cecilia adesso ha voglia di andare al mare, c’è stata già una mattina, partendo da Roma prima dell’alba, vuole sedersi sulla sabbia e «guardare un gabbiano, o anche un piccione», ha un po’ paura di incontrare troppa gente e pensa sempre alle donne iraniane, alle ragazze del carcere di Evin, a quelle che ci finiranno dentro: «Loro non hanno nessuno che le protegge». In questa storia, la storia di Cecilia Sala, giornalista con regolare visto arrestata a Teheran il giorno prima di tornare in Italia, e chiusa nel famoso carcere di Evin, c’è un prima e un dopo. Il prima è l’isolamento nella coperta sporca piena di peli e capelli, il gatto rosso nel cortile che comunque è un segno, l’ambasciatrice che le dice: tua mamma mi ha detto di portarti dei classici, mi ha detto Anna Karenina, e Cecilia dice: niente pesantate russe per favore, datemi qualcosa di leggero, ma comunque il pacco non è mai arrivato quindi a questo punto chi se ne frega, mentre il libro di Murakami stava già in carcere insieme a Pirandello e a Verga e glielo hanno consegnato in un momento che coincide con l’inizio del dopo. Nel prima, che poi è il periodo più lungo, diciassette giorni, ci sono gli interrogatori ogni giorno o quasi. «Nessuno mi ha mai toccata o sfiorata, ma entravo incappucciata in una stanza, stavo in piedi con la faccia al muro, e un tizio bravissimo a fare il suo terribile lavoro, dare speranza e togliere speranza, per farmi crollare, mi chiedeva cose che a volte andavano verso lo spionaggio, prima mi coccolava e poi mi spezzava, e io poi passavo la notte a temere che trovassero qualcosa per costruire accuse tremende contro di me. Avevano preso il mio telefono ovviamente, io ripassavo con la memoria le chat, le frasi, le faccine, e la mia memoria in quei momenti mostrificava tutto; so anche che a loro basta niente, se vogliono. Ripassavo gli arresti fatti negli anni, la durata, li conosco tutti. E intanto pensavo: magari adesso è scoppiata la guerra nucleare e io non lo so. Cercavo di farmi forza per l’interrogatorio del giorno dopo, imparavo a capire che per qualche minuto di gentilezza e rassicurazioni poi arriva sempre la mazzata». Cecilia dice che l’isolamento e il carcere sono «due cose molto diverse»: «In carcere potevo stare anche seicento giorni, in isolamento sarei impazzita». Le chiedo, ma bisbiglio e infatti lei non sente subito, se negli incubi a occhi aperti c’era anche quello di essere condannata a morte. «Dici se avevo paura di finire impiccata? Beh sì, avevo fatto in tempo a leggere dell’arresto di Abedini, l’avevo collegato a me, e pensavo che se Trump a dieci giorni dall’insediamento avesse preteso di avere Abedini per metterlo sulla sedia elettrica, io allora ero spacciata». Noi non glielo avremmo dato mai, Cecilia.
Cecilia ride, dice: «Lo so, lo so, ma lo so adesso, adesso vedo e capisco e ascolto, io là dentro non sapevo niente, e anche quando mi spostavano per interrogarmi ero incappucciata, oltre che mezza cieca: in tutto quel tempo ho visto solo l’ambasciatrice quella mezz’ora, il gatto rosso e l’uccellino che cantava». Avevi paura? «Era una sensazione mai provata, mai provato perché sono una donna fortunata, ma adesso so che cos’è: non hai più il controllo di niente. Del corpo, del sonno, dei movimenti, della tua faccia, di quello che succede fuori. Per fortuna c’era Daniele, nei miei pensieri e in quelle poche telefonate: pensa se fossi stata fidanzata con un cretino, a quest’ora sarei morta».
Nel prima c’è tutto lo sforzo per non impazzire, per dormire, per chiedere di leggere qualcosa. «Il Corano in inglese lo chiedevo molto, pensavo che non potevano negarmelo e che era abbastanza lungo per farmi resistere per due anni: ragionevolmente pensavo due anni, al di là delle buone intenzioni e dell’impegno mi sembrava una matassa da sbrogliare troppo grossa per chiunque, non avrei mai creduto di tornare dopo ventun giorni». Poi, nel mondo di cui Cecilia aveva perso completamente il controllo è successa una cosa, una cosa che abbiamo visto noi e non lei. Sua madre è stata intervistata, uscita dall’incontro con la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, e ha detto alle telecamere che Cecilia in carcere non aveva un cuscino e non aveva un materasso.
La madre ha detto che non voleva che una giovane donna di ventinove anni fosse segnata per la vita da quella detenzione.
Quelle parole sono state importanti, oltre che asciutte, rispettose, dignitose, ma nel carcere di Evin, durante l’interrogatorio successivo, quelle parole sono state fatte pagare a Cecilia. «Mi hanno punita, dicendomi che le mie condizioni di detenzione sarebbero molto peggiorate, e io pensavo incappucciata contro il muro: ma peggio di così?, e mi hanno detto: adesso starai dentro molto di più. Io non avevo motivo di non crederci, così quando ho potuto chiamare mia madre l’ho sgridata tantissimo, l’ho massacrata poverina, le ho detto non devi dire più niente, nessuno deve dire niente, non far parlare papà, state zitti vi prego. Ero arrabbiatissima, una figlia in prigione che sgrida la madre in pena per lei, è stato folle». Invece stava per cambiare tutto. Stava per cominciare il dopo.
«Nella stessa sera ho avuto le lenti, un libro e una compagna di cella», dice Cecilia, quello è stato il suo giorno di Natale. Mentre noi cercavamo di rispettare il silenzio stampa, mentre costruivamo relazioni, ipotesi, scadenze, mentre discutevamo su cosa fosse giusto e cosa fosse utile, mentre ce la prendevamo con gli hashtag e con gli spregiudicati e anche solo con i frivoli che mettevano sui social le loro foto migliori insieme a Cecilia. Quella sera Cecilia ha conosciuto Farzaneh, una donna iraniana di 54 anni, oppositrice del regime, che passava la notte a urlare in farsi: «Io odio Khamenei». Quella sera anche a Farzaneh hanno dato un libro, «e io le dicevo accettalo, è un libro, ma lei è davvero tostissima, e l’ha rifiutato: era un contro-romanzo in farsi su Salman Rushdie, che dimostrava che Rushdie aveva torto. Lei ha urlato che non lo voleva, e dopo gliene hanno portato un altro». Ma tu non hai paura di parlare adesso di Farzaneh, di farle danno? «Io e Farzaneh abbiamo fatto un patto: lei mi ha chiesto di essere la sua voce fuori da lì, e io lo sarò. Non era la prima volta che finiva in carcere, è una donna adulta, preparata, convintissima, famosa dentro e fuori la prigione: l’Iran è il suo paese e lei lotta per la libertà del suo paese. Abbiamo passato insieme tre o quattro notti, lei che urlava e quando non urlava parlavamo, dell’Iran e di noi: per me è stato come rinascere». Cecilia ha detto anche altre cose, delle persone che si sono dimostrate molto più che giornalisti, e di quelle che invece molto meno, e dei gatti parlanti che l’hanno consolata, e cose che non si possono scrivere. Le ho chiesto, prima di salutarla, che cosa ha in mente adesso: «Non penso ad altro che alle ragazze iraniane, a quanto sono forti e pazze, e non vedo l’ora di tornare a parlare soltanto di loro».