Il Polo Nord? Non esiste. È un non luogo, pura astrazione priva di ogni consistenza.
Non è terra non è mare, non è nulla. Anzi no: il Polo Nord è luogo per eccellenza, la bussola di ogni altro posto al mondo, il momento d’inizio da cui il mondo si dipana e forse della fine quando tutto imploderà. L’impronta prima del creato. È l’ombelico del mondo, «il punto fisso attorno al quale noi uomini – e oceani, terre e continenti – ruotiamo, quasi senza percepirlo». È talmente vero, il Polo Nord, che ce ne sono quattro, racconta nel suo libro Polo Nord. Storia di un’ossessione (Einaudi) Erling Kagge. Non uno solo, ma ben quattro: c’è il Polo Nord celeste, quello che si vede soltanto durante la lunga notte polare volgendo gli occhi verso l’alto, a una «angolazione quasi verticale». C’è il Polo Nord magnetico, là dove punta l’ago della bussola, cioè dove l’asse del campo magnetico terrestre incontra la superficie del nostro pianeta. C’è quello geografico: un certo punto in una distesa di ghiaccio che teoricamente non è così difficile da raggiungere. Basta camminare sempre verso nord e prima o poi si arriva a destinazione. Teoricamente.
E poi c’è il Polo Nord immaginario: il più vasto e concreto che ci sia. La meta di viaggi mai giunti a destinazione, di fantasie covate per anni e anni, di sogni e incubi, la tomba di tanti uomini morti nel tentativo di conquistarlo. L’oggetto di ossessioni scientifiche o sgangherate, pietose tanto quanto ardite. Di gente che sin da quando l’umanità ha scoperto il mondo come è fatto, cioè rotondo e non piatto, è partita per raggiungere il Polo Nord e vedere che cosa c’era dall’altra parte ma il più delle volte è rimasta lì, in un punto imprecisato in mezzo al ghiaccio, perché la storia delle esplorazioni al Polo Nord è fatta soprattutto di spedizioni che si sa quando partono rifornite di entusiasmo, braccia e remi e vele e strumenti e viveri, ma quasi mai quando né dove finiscono. Tanto è vero che, per raccontare queste avventure quasi tutte mal riuscite, Frank Westerman ascolta la voce degli animali mica quelle degli uomini che per lo più tacciono da secoli nel silenzio dei ghiacci e così il suo Bestiario artico (Iperborea) parla di anguille e renne, di oche colombacce e di narvali (a dire la verità soprattutto delle loro lunghissime zanne). Ma anche di gente come Willem Barents, l’esploratore olandese che nel XVI secolo si spinge più a nord che può per ben due volte, ma accanito com’è ci riprova ancora e la terza volta la sua nave rimane intrappolata fra i ghiacci, viene abbandonata e usata (legno e vele) per costruire una capanna in cui svernare fra attacchi di orsi polari e non ben identificati indigeni. Lui muore nel giugno seguente, più a nord che si può, chissà come e perché; in compenso quel mare lì, quello più su di ogni altro mare, prende il suo nome. Westerman ci spiega una cosa che sappiamo ma facciamo per lo più finta di niente, e cioè che gli animali sono molto più a loro agio di noi su questa terra. Vedi l’anguilla che migra disinvoltamente dai Tropici a Capo Nord o l’enorme granchio reale che è originario dalla Siberia ma dove lo metti sta – si dice specie invasiva. Per non parlare degli orsi polari, che abitano sul ghiaccio ma anche sulla terraferma se la cavano benissimo. Noi umani invece no. Tutte le sette specie artiche menzionate da Westerman incontrano per certo l’umano Barents e lo guardano presumibilmente con quell’indifferenza sublime di cui sono capaci gli animali a casa loro nel mondo. Loro ci sono ancora, lui no. E chissà dov’è, sepolto o sublimato.
Willem Barents, come altri, tentava il passaggio a nord-est – o a nord-ovest, è solo questione di punti di vista e di punti di partenza. Proprio quello che ha appena aperto la flotta commerciale cinese con grande soddisfazione perché rispetto alla rotta opposta su e giù per oceani e continenti e canali offre un notevole vantaggio di tempo e risorse. La Cina gongola, i ghiacci un po’ meno perché di questo successo è sicuramente complice il cambiamento climatico e nella fattispecie quel riscaldamento globale che intiepidisce l’acqua e costringe il Polo Nord in ritirata. Però la storia è sempre un po’ la stessa, di chimera o rotta si tratti: l’umanità, in fondo, non è casa in nessun luogo. Tutto va conquistato e prima ancora sognato, temuto, intravisto, raggiunto e poi perso. Magari a bordo di un dirigibile come fa Umberto Nobile per ben due volte solo che la seconda, con il pallone che si chiama “Italia”, si schianta sulla banchisa, il generale la scampa ma a costo di rimetterci la reputazione perché è il primo superstite dell’equipaggio a venire salvato e quasi tutti gli altri ci lasciano le penne. Compreso il povero e coraggioso Roald Amundsen, uno che ai poli ci andava come a bere un caffè al bar e che, nonostante l’antipatia feroce per Nobile, parte con il suo aereo per andarlo a salvare ma precipita anche lui, chissà dove intorno al Polo Nord.
L’Artico è l’ultima frontiera di tutti i nostri incubi e dei nostri sogni. Un deserto di ghiaccio che più si riduce a causa del riscaldamento globale più si allarga nel nostro immaginario. Quanto deve essere bello sorvolarlo in idrovolante, scivolarci sopra in slitta, pestare coi piedi la banchisa. Tutto sembra fermo ma niente lo è, perché il Polo non è immobile, anzi: il rumore che fa l’acqua di sotto quando incontra il ghiaccio di sopra lo senti una volta e non lo dimentichi più, dice Erling Kagge raccontando la propria ossessione e quelle altrui. È un’eco che non se ne va più via dalle orecchie. Ghiaccio non vuol dire silenzio e nemmeno immobilità, anzi. Lassù tutto si muove e parla continuamente.
E c’è vita, lassù. Eccome.
Siaja, ad esempio. Una ventenne inuk (anzi, mezzo sangue, cioè mezza inuk e mezza di razza bianca purtroppo le svela un giorno sua madre assai rammaricata) che vive in una comunità sperduta su un’isola in quella parte del continente americano (stato del Canada) dove allunghi un braccio e ti ritrovi in Groenlandia. Lassù che più su non si può, duemila persone con i soliti grattacapi: tresche amorose, guai in ufficio, invidie e gelosie ma anche un sacco di risate. La serie tv North to the North (Netflix) racconta di caccia alla foca ma anche di caccia al tesoro, della discarica che prende fuoco anche se sta sul ghiaccio, di un marito modello primo della classe in tutto (e pure belloccio) ma talmente noioso che alla fine, anzi all’inizio della serie Siaja lo molla e decide di emanciparsi. Tutto il mondo è paese, però deve essere bello vivere lì, in quel paesaggio bianco a perdita d’occhio, sotto a quella luce lì non filtrata da niente.
A proposito di luce. Sejseljja, un milione e trecentomila follower su Instagram, non la sopporta. Lei vive alle Svalbard con il suo barbuto e paffuto compagno e un simpatico cane di nome Grim. Non vive in centro città, si fa per dire, Longyearbyen, ma un po’ fuori, in campagna, proprio sul mare. La famigliola ha anche una cabin in un posto più tranquillo (sic!) che d’inverno si raggiunge comodamente in un’ora e mezza di motoslitta mentre d’estate ci vuole ben mezza giornata di navigazione. Strade manco a parlarne. Sejseljja adora il caffè e tutte le mattine ci mostra sui social come dà aria al piumone del letto perché dice che è fondamentale. Detesta l’estate artica in cui è giorno per tre mesi e il sole non tramonta mai, lei dice che questa cosa stanca, stressa e stordisce. Adora invece l’atmosfera cozy di quando è buio sempre, notte e giorno. Non si sa bene che cosa faccia tutto il giorno a parte leggere un sacco e prepararsi il caffè in tazzoni che cambia ogni giorno mentre il piumone prende aria sul davanzale della terrazza di legno. Fa jogging molto spesso, ma con il fucile perché fuori città passeggiano gli orsi, e anche Grim, il cane, lo porta a spasso con un guinzaglio molto lungo per evitare che faccia da prima o seconda colazione a uno di quei bestioni. Certo è che il paesaggio tutt’intorno a lei ha un che di ipnotico, altrimenti non si spiegherebbe il milione e quasi mezzo di follower che la seguono, avidi di quel mare quasi sempre piatto, solo ogni tanto una famigliola di narvali che sbuffa appena sotto la superficie, del buio tempestato di fiocchi bianchi quando c’è bufera e tutti e tre se ne stanno chiusi in casa anche perché la porta d’ingresso è completamente sbarrata da cumuli di neve (capita per magari due, tre giorni di fila) a bere quel caffè inesauribile che gorgheggia talora da una macchina formato bar talora da una piccola Bialetti. C’è da dire che ogni tanto Sejseljja molla la sua cozy cabin, il compagno e il cagnolone e parte per il Portogallo dove vivono i suoi genitori, e chi può darle torto.
È il magnetismo del Polo Nord. Se non proprio di quello vero che è un punto reale ma immaginario, preciso ma irraggiungibile, sognato e temuto, di tutto ciò che gli sta intorno. Il ghiaccio rumoroso della banchisa sempre in movimento, la fauna supremamente indifferente al saltuario passaggio di un’umanità in cerca di chissà che cosa, quel cielo che dev’essere davvero qualcosa di speciale, visto da lassù. E la poca umanità che ci vive e ci si sente a casa quando è sempre buio e quando è sempre luce, quando c’è da squartare un caribù o arbitrare una partita di baseball (artico, che è tutta un’altra cosa da quello su terra, beninteso).