I pantaloni. A un certo punto i pantaloni sono diventati l’ossessione di Chow Hang-tung. Ma non per frivolezza. C’entra la battaglia politica che è ovunque, soprattutto nelle piccole cose, soprattutto in prigione. Perché ai maschi è permesso indossare i pantaloni corti d’estate, in cotone leggero, si domanda Hang-tung, e alle donne sono imposti i pantaloni lunghi quattro stagioni, fatti di poliestere, nonostante nella subtropicale Hong Kong ad agosto si arrivi ai quaranta gradi percepiti? Cosa ci stanno dicendo le autorità con questa regola, forse che gli uomini sono meno forti delle donne, che le donne sanno resistere di più, oppure che meritano di subire un trattamento peggiore rispetto ai detenuti maschi? Provate voi a mettere i pantaloni in poliestere tutto il giorno, sudarci dentro, non sapere mai quando avrete la possibilità di fare una doccia, scrive in una delle sue lettere. Ha intentato una causa contro le autorità carcerarie per discriminazione. A gennaio l’ha persa.
Chow Hang-tung ha quarantuno anni, ha studiato Geofisica ma poi ha cambiato vita e si è messa a fare l’avvocata. Ha gli occhi profondissimi ed espressivi e sorride in tutte le foto in cui non ha la mascherina sul volto, con un’espressione ferma e consapevole, rassicurante. Che sorrida ancora oggi lo sappiamo da chi può andare a trovarla, e dalle lettere che – in qualche modo che amici e attivisti tengono segreto – vengono periodicamente pubblicate sui suoi account online, o diffuse nel mondo della resistenza e della diaspora hongkonghese, in gran parte rifugiata nel Regno Unito.
Hang-tung è rinchiusa in carcere a Hong Kong dal settembre del 2021 perché parla di libertà e di diritti e non ha mai smesso di farlo, nemmeno dalla cella di isolamento chiamata didascalicamente “ad acqua e riso”, quella in cui secondo le autorità ci sarebbe perfino “un impianto di ventilazione”, ma è solo “un piccolo dispositivo racchiuso in una gabbia di ferro sul soffitto”, scrive in una lettera datata 13 gennaio. «Il flusso d’aria che genera non è nemmeno un decimo di quello di un ventilatore normale. Se sei a terra, riesci a malapena a sentire una brezza. Quando fa caldo, si suda anche stando seduti immobili, e quel sudore non evapora, e i vestiti si inzuppano al punto che potresti strizzarne fuori l’acqua».
Quello che faceva Chow, da vicepresidente della famosa “Alliance in Support of Patriotic Democratic Movements of China”, ciò per cui è diventata una “nemica” del regime di Pechino, era cercare di tenere una fiammella accesa. Ogni anno il 4 giugno, nell’anniversario delle proteste di piazza Tiananmen in Cina, l’Alleanza – cioè il gruppo di attivisti più famoso di Hong Kong – organizzava una veglia a lume di candela a Victoria Park. Ma lei è un’anomalia nel contesto dell’ex colonia inglese: dal 1° luglio del 2020, cioè da quando Pechino ha imposto la Legge sulla sicurezza per reprimere il dissenso, per piegare tutti all’autocrazia cinese, l’attivismo della città si è lentamente spento. La deterrenza ha funzionato, almeno in parte, perché le persone hanno paura, si può finire dentro per un post su Facebook anche solo lontanamente fraintendibile, per aver venduto un libro che non piace alle autorità, o per averlo comprato, quel libro; hanno paura i diretti interessati – di finire in carcere, o nei casi “meno gravi” di non poter mai ottenere un passaporto per andare all’estero – ma hanno paura anche le loro famiglie, che vengono tormentate da continue visite delle autorità, domande e interrogatori. È un metodo piuttosto comune nei regimi autoritari. Non sposata e senza figli, la produzione filosofica, giuridica e letteraria di Hang-tung, anche durante i suoi anni in carcere, non si è quasi mai interrotta: ironica, puntigliosa, a volte spietata. Ma qualcosa è cambiato il 28 maggio del 2024, quando è arrivato un nuovo arresto – lei e i suoi colleghi attivisti dell’Alleanza erano già in carcere, quella nuova indagine serviva ad aggravare la loro situazione. Ma in quella nuova stretta repressiva di due anni fa sono state fermate con l’accusa di “sedizione” anche cinque persone particolarmente vicine a lei, tra cui la madre, per via di una serie di post pubblicati sul suo account Facebook nei giorni precedenti l’anniversario del 4 giugno. In seguito nessuno di loro verrà poi formalmente incriminato, ma nel frattempo le autorità sono riuscite in parte nel loro intento, perché interi archivi dei profili social di Hang-tung vengono cancellati, e da quel momento i suoi testi si fanno più rari e meno personali, più formali e legati alle scadenze processuali. È il prezzo da pagare di mettere a rischio chi le sta accanto.
Fino a qualche anno fa, in Europa i supereroi della libertà sapevamo riconoscerli, ne ripetevamo i nomi, avevamo magliette con le loro facce stampate sopra. Poi è arrivata la postverità, la disinformazione, l’uso strumentale di certe posizioni per ragioni politiche, il rossobrunismo, e così nessuno è più celebrato come un tempo ma c’è qualcosa, in Hang-tung, che ricorda quell’eroismo che abbiamo dimenticato perché fa paura, troppo orgoglioso, troppo coerente.
Nel 2014, un anno prima di entrare come vicepresidente nell’Alleanza, si rasa la testa insieme ad altri attivisti. È un gesto di solidarietà con Liu Xia, la moglie del premio Nobel per la pace Liu Xiaobo, che allora era agli arresti domiciliari e non poteva incontrare nessuno. La storia di Liu Xiaobo, arrestato nel 2008 per aver contribuito a Charta 08, un manifesto per la democrazia in Cina ispirato alla Charta 77 cecoslovacca, e morto in carcere in Cina nel 2017, ha avuto un ruolo fondamentale nella formazione di Hang-tung. Nasce nel 1985, quando Hong Kong era ancora britannica e dodici anni prima che Londra la consegnasse alla Repubblica popolare. Cresce nella città e nelle sue involuzioni autoritarie, mentre i suoi genitori la portavano alle manifestazioni pro democrazia e pro autonomia. Lei nel frattempo si appassiona alla scienza, studia a Cambridge Scienze naturali e ottiene un dottorato in Geofisica. Il rigore scientifico la avvicina al mondo dei diritti umani, all’attivismo, e quando nel 2008 la leadership del Partito comunista cinese inizia a reprimere le proteste in Tibet, a limitare l’accesso alle informazioni del terremoto del Sichuan, a preparare il suo show artificiale delle Olimpiadi di Pechino, capisce che la lunga mano dell’autoritarismo la tocca personalmente. Così abbandona il dottorato e torna a Hong Kong, e nel 2010 inizia a lavorare per un’organizzazione che assiste gli operai delle fabbriche cinesi vittime di infortuni sul lavoro. È lì, spiegherà in una lunga intervista-ritratto pubblicata da Reuters, che scopre di voler studiare Legge: comincia i corsi serali l’anno successivo, e si avvicina sempre di più al lavoro dell’Alleanza e al ricordo di chi ha combattuto per difendere l’aspirazione democratica in Cina e l’autonomia di Hong Kong. Alla cerimonia di laurea in Giurisprudenza, consegna all’insegnante un foglio piegato come fosse un ombrello – il simbolo delle proteste di quegli anni, la “Rivoluzione degli Ombrelli”, pure quella stagione repressa e cancellata. Ma Chow Hang-tung non ha mai smesso di ricordare, anche adesso. «Chow Hang-tung, come Albert Ho e Lee Cheuk-yan, sono cittadini di Hong Kong straordinari che hanno dedicato la propria vita a battersi per la giustizia e per il diritto di ricordare chi è morto nel massacro di piazza Tiananmen», dice Mark Clifford, presidente di The Committee for Freedom in Hong Kong Foundation. «La loro convinzione affonda le radici nelle esperienze vissute nella Cina continentale governata dai comunisti. Lee consegnò di persona fondi a chi protestava per la democrazia nel 1989, correndo un grande rischio personale, e fu detenuto dalle autorità. Ho contribuì a fondare il China Human Rights Lawyers Concern Group per sostenere gli attivisti legali nella Cina continentale che si battevano per lo stato di diritto e il rispetto dei diritti umani». Anche Chow sperimentò in prima persona la brutalità del regime comunista, spiega Clifford, quando visitò i luoghi del terremoto del Sichuan (che uccise circa 10.000 persone) «e vide che pratiche edilizie corrotte avevano causato molte di quelle morti. Ad aggravare il dolore, la crudeltà del Partito al potere rese impossibile per i genitori ottenere giustizia per la perdita di migliaia di bambini in età scolare, uccisi dal crollo delle loro aule di scarti di tofu», un’espressione diventata tristemente famosa in Cina per indicare costruzioni scadenti, fatte con materiali di bassa qualità che si sbriciolano facilmente come, appunto, gli scarti di lavorazione del tofu. «I co-leader della Hong Kong Alliance», dice Clifford, «sanno che il patriottismo cinese non è la stessa cosa del sostegno al Partito comunista cinese, un’idea che fa infuriare i vecchi signori di Pechino, ed è per questo che sono sotto processo e saranno quasi certamente condannati a pene lunghe».
In uno dei post su Facebook che avrebbero portato al suo arresto, nel 2021, scrive: «Un regime autocratico è insaziabile: il compromesso non garantisce la sopravvivenza, porta solo all’espansione senza fine delle “linee rosse”. Solo tenendo duro e difendendo la nostra posizione con azioni coerenti ai principi possiamo assicurarci uno spazio di sopravvivenza». È per questo, spiega, che non vuole dichiararsi colpevole e farsi ridurre la pena, e che vuole continuare ad accendere le candele ogni 4 giugno, per ricordare i martiri di Piazza Tiananmen. In tutti i processi, continuamente rimandati e complicati dalla burocrazia usata come una clava sulla libertà delle persone, si difende da sola. Hang-tung scrive continuamente di essere pronta ad affrontare tutto quello che i giudici, o meglio, la politica a Pechino, deciderà per lei senza cedere neanche un centimetro: «Di fronte a un potere schiacciante, chi resiste potrebbe non riuscire a uscirne illeso, ma la sottomissione può davvero proteggere la sicurezza di chi ci sta intorno?». Si oppone allo scioglimento volontario dell’Alleanza, perché dice che questo è quello che vogliono, farci cedere, allora la mettessero loro al bando, la eliminassero loro l’associazione, senza il nostro contributo. L’enormità del messaggio che porta sulle spalle, o scritto sulle sue magliette, si comprende solo dopo aver capito che la sua battaglia è personale e collettiva insieme, è contro il regime cinese e contro tutti i regimi, è femminista – quando la fanno uscire per la prima volta dal Tai Lam Centre for Women, il carcere femminile di massima sicurezza di Tuen Mun, dopo diverse richieste di libertà su cauzione negate e per un solo misero mese, ha due sacchetti di plastica in mano e indossa una maglietta nera con scritto “Truth is Power”. Di quel mese di semilibertà dirà poi di averlo sfruttato il più possibile «per parlare e agire», ma anche per «tirare su il morale a tutti (e farmelo tirare su a mia volta), gustarmi diverse ottime hot pot, bere abbondante buon vino, incontrare nuovi amici, indossare per la prima volta abiti strani (non vi dirò quali), guardare l’intera serie di Evangelion, fare un po’ di escursioni… ne è valsa la pena». E si oppone «a essere chiamata povera Hang-tung», perché «poter dedicarsi e lottare per i propri ideali è in realtà una cosa molto fortunata. Quante persone al mondo hanno una simile opportunità?».
In un certo senso tutti i Millennial di Hong Kong vogliono la libertà, si oppongono al regime del Partito comunista cinese, con diversi gradi di sfumature – si parla spesso, per esempio, di una differenza generazionale legata anche alle diseguaglianze sociali: gli hongkonghesi più adulti e più ricchi sono quelli più “adattabili” alla nuova normalità, perché più disposti ai compromessi. «Dal 2019, a Hong Kong ci sono stati 1.948 prigionieri politici», ci spiega Brian Kern, scrittore e attivista.
«Chow Hang-tung è l’unica ad aver parlato apertamente e con costanza. In qualità di avvocata, si è anche difesa da sola in quattro processi. La sua franchezza, la sua fermezza e il suo coraggio derivano dal fatto che si è preparata mentalmente a uno scenario come questo per anni. Ha lavorato in Cina, quindi ha visto da vicino di cosa si occupa il Partito comunista cinese e, guidando l’Alleanza di Hong Kong, ha sostenuto innumerevoli persone come Liu Xiaobo, che il Partito ha cercato di distruggere». Chow Hang-tung non è una normale quarantenne di Hong Kong. Chow Hang-tung è uno di quei supereroi che non sappiamo più riconoscere.
Sul mio primo compleanno in carcere
31 gennaio 2022
Più l’ambiente è difficile, più bisogna saper ridere, prendersi gioco delle cose e anche di se stessi, senza prendere troppo sul serio questo mondo assurdo.
Di questi tempi sembra che non vada più di moda augurare felicità agli altri, che sia Natale o Capodanno; la formula più “corretta” pare essere augurare a tutti serenità e sicurezza, come se si pensasse che, davanti a tante sofferenze e repressioni, sentirsi “felici” non sia appropriato, e persino un po’ colpevole. Ma in questo mio primo compleanno trascorso in carcere, preferirei comunque sentirmi dire “buon compleanno”. È del tutto naturale rattristarsi quando capita qualcosa di brutto, e non c’è alcun bisogno di reprimere questo sentimento; ma permettere che questo malessere si insedi nella nostra vita è un’altra questione. Continuo a pensare che l’oppressione e le difficoltà esterne restino pur sempre cose esterne, mentre la felicità è uno stato interiore, che non deve necessariamente essere in balìa di queste forze. È vero che ciò che rende felici le persone è da sempre il più grande mistero della vita, e la risposta varia da persona a persona; anch’io sono ancora alla ricerca della mia. Ma almeno so che l’ambiente esterno non può togliermi la capacità di provare felicità – non può farlo il carcere, non può farlo nemmeno una sentenza ingiusta. Possono togliermi tutto ciò che è esterno, ma non possono portarmi via la calma interiore e le mie convinzioni, ed è proprio questo il vero fondamento su cui una persona può essere felice. Basta agire senza rimorsi, con il cuore sempre sereno: se qualcun altro sceglie di fare del male, non è colpa mia – perché dovrei lasciare che questo mi renda infelice?
Prendiamo ad esempio quella richiesta di libertà su cauzione di otto giorni, che sembrava una causa persa in partenza: un’amica mi ha scritto chiedendomi se mi sentissi stanca e amareggiata. Questa vicenda somiglia un po’ a Sisifo che spinge senza sosta il masso sulla montagna: sembra una punizione senza fine, ma il punto è che Sisifo è felice. Se non affidiamo la nostra felicità a un buon risultato esterno, ma impariamo invece a sentire e a godere ogni singolo passaggio della vita, perché non potremmo trovare la felicità anche nello spingere il masso, o nel chiedere la cauzione?
Naturalmente, un altro motivo per cui “non si osa essere felici” è il senso di colpa. Quando gli amici soffrono, si finisce sempre per pensare che essere spensierati e felici sia una colpa. Anch’io ho vissuto quello stato d’animo – anzi, lo provo tuttora, specialmente quando penso ai compagni in Cina di cui non si hanno più notizie. Questa sensazione probabilmente non si può dissolvere del tutto, ma dato che sono considerata una di quelle che “soffre”, posso solo dire che spero che tutti quelli fuori possano vivere sereni e felici; che pensando a me non sentano di dover soffrire insieme a me, ma che trovino invece un po’ più di forza per impegnarsi per il nostro ideale comune. Non voglio proprio essere la colpevole che costringe tutti a tenere sempre il broncio. E quindi voglio continuare, senza pensarci troppo, ad augurare a tutti un felice anno nuovo, e ad augurare anche a me stessa buon compleanno.
Sulla corsa
16 marzo 2022 — tradotto dal cinese
Mi ricordo che Murakami Haruki ha scritto un libro intitolato “L’arte di correre”. Penso che ora dovrei davvero imparare da lui e, ogni volta che corro durante l’ora d’aria, riflettere seriamente sulla vita. Ma non ho ancora affinato questa capacità di parlare con me stessa nella mia testa: finisco sempre per vagare con la mente mentre corro, per svuotarmi, e dopo un’ora ho semplicemente passato un’ora a fissare il vuoto. E se voglio contare i giri, concentrandomi sul conteggio non riesco a pensare a nient’altro; se penso a qualcosa, dimentico di contare i giri. Non ho ancora imparato l’arte magica di fare due cose contemporaneamente.
L’incoraggiamento degli amici resta comunque importante (anche se magari non lo sanno): tipo l’altro giorno un’amica mi ha detto che era riuscita a correre per cinquanta minuti di fila, e ho pensato: se ce l’ha fatta lei, ce la posso fare anch’io. Non ho un orologio per contare il tempo, ma so che l’ora d’aria dura un’ora, quindi tanto vale resistere finché la guardia non grida “si rientra”. Ma non poter vedere l’ora, non poter sapere quanto manca all’obiettivo, è davvero estenuante. Senza vedere il traguardo, mi resta solo quel po’ di orgoglio competitivo: mi immagino quel maledetto tizio che mi corre davanti, quasi a farmi da guida, e così riesco ad andare avanti. Alla fine credo di aver corso per più di un’ora (perché quel giorno ho corso più tardi del solito); se qualcuno un giorno mi vede in tribunale con le gambe un po’ molli, è solo il postumo di questa mia voglia di vincere.
Ma dopo quella volta, ho pensato che fosse meglio tenere l’obiettivo nelle mie stesse mani, e non affidarmi solo alle indicazioni della guardia. Così da allora ho ricominciato a contare i giri: il mio ultimo record è cento giri! In realtà non è una gran distanza – questo numero riflette soprattutto quanto sia piccolo il cortile per l’ora d’aria. Il nostro si trova sul tetto, ma è tutto circondato da mura alte; solo sopra i due metri c’è una rete metallica da cui si può vedere il paesaggio fuori. In un certo senso, dentro siamo come rane in fondo a un pozzo: possiamo solo guardare verso l’alto, solo verso le cime delle colline, ed è facile farsi l’illusione di trovarsi tra montagne maestose. In particolare, da vicino si vede la cima di un grande albero, e in lontananza le catene di montagne verdi che si susseguono; con un po’ di immaginazione, si può fingere che quell’albero sia il famoso pino “che accoglie gli ospiti” del monte Tai. È un po’ come vivere davvero la visuale limitata della rana nel pozzo: vedendo solo la cima della montagna, si crede di essere in alto, ma è solo un’illusione dovuta al non poter vedere il terreno reale. La lezione è che non ci si può mai permettere di vivere con i piedi staccati da terra.
Nota: il testo originale gioca sul termine cantonese 堅離地 (“Ginlèihdéi”, letteralmente “saldamente staccato da terra”), omofono ironico di “Kennedy” (come nel quartiere Kennedy Town, in cinese 堅尼地城), usato a Hong Kong per deridere chi vive scollegato dalla realtà della gente comune.