La prima volta che mi sono trovata da vanti alle opere di Zehra Dogan mi è venuta la nausea. Era il febbraio di cinque anni fa e in una sala del Pac di Milano erano esposti alcuni suoi lavori. Il tempo delle farfalle era il titolo di quella minuscola per sonale. Strideva con ciò che vedevo alle pareti: dipinti con materiali organici, tra cui sangue mestruale e capelli. Erano disturbanti come sanno esserlo solo le cose vere. Nessuna performance: Dogan aveva realizzato i lavori di nascosto, nella cella di un carcere turco, usando il suo sangue, i suoi capelli. Da quel giorno il suo nome non mi è più uscito dalla testa. Ho seguito con crescente curiosità (ammirazione?) la carriera di quest’artista e giornalista curda che 36 anni fa è nata a Diyar bakir, lungo le sponde del Tigri, nell’altopiano del Kurdistan, nel sud est della Turchia. L’ho ritrovata da Prometeo Gallery Ida Pisani (sempre una garanzia) e a Santa Giulia, chiamata dalla Fondazione Brescia Musei, per la sua prima personale in Italia. In Europa era da tempo una celeb con mostre anche alla Tate di Londra. A un certo punto, Zehra Dogan è persino comparsa nell’ambitissima lista annuale “Power 100” di Art Review. Quando ho saputo che avrebbe aperto in Italia un’ampia e documentata esposizione dedicata al suo percorso (umano, giornalistico, artistico), ho cercato di contattarla. La mostra in questione, Io, Testimone, a cura di Francesca Guerisoli, è di quelle da non perdere: ha appena aperto e chiude il 16 maggio al Macte di Termoli, un centro di arte contemporanea che è un presidio più unico che raro sul territorio molisano (programmazione efficace, buona gestione delle risorse: uno di quei piccoli mu sei per cui fare il tifo). E così, tra mail, messaggi scritti e vocali, ho scoperto che Zehra Dogan è in Siria, nel Rojava, proprio nel delicato momento in cui Damasco sta mettendo fine a quello che la stampa occidentale ha de finito “l’esperimento curdo”. «Mi trovo nella città di Qamishlo – mi scrive in un momento in cui la connessione funziona –. Il Rojava è una regione autonoma nel nord della Siria dove curdi, arabi, assiri e persone di diversi orientamenti religiosi vivono insieme. È costruito su un modello sociale basato sulla libertà delle donne, sulla democrazia locale e sull’ecologia. Sono venuta con una delega zione di dodici persone, tra cui parlamentari svizzeri e austriaci, giornalisti, artisti e atti visti. Qui vedo che la guerra non è solo distruzione, ma sfollamento perenne. Le scuole non sono più luoghi di istruzione, ma rifugi temporanei per migliaia di persone costrette a fuggire da Raqqa, Aleppo e dai villaggi circostanti. In ogni aula vive una famiglia. Non è ancora arrivato alcun aiuto umanitario». Altro messaggio: «Ma qui non c’è solo distruzione. C’è anche una forte resistenza, con le donne civili armate. Loro lo spiegano chiaramente: uno stile di vita basato sulla filosofia di Jin Jiyan Azadî (Donna, Vita, Libertà) è inaccettabile per un sistema islamista e do minato dagli uomini. Ecco perché viene preso di mira. Donne, artisti e operatori culturali sono costretti a proteggere le proprie istituzioni e i propri spazi vitali. Come artista e giornalista, documento questa realtà con la mia macchina fotografica e cerco di riportarla alla stampa internazionale il più possibile. C’è una verità fondamentale da tenere a mente: per creare l’arte della resistenza, bi sogna prima sopravvivere. Sopravvivere qui significa purtroppo anche essere armati. Non è romantico, lo so». Mi scrive infine: «Jin Jiyan Azadî è uno slogan di resistenza donato al mondo dalle donne curde. Dillo, per favore scrivilo». Mi sono dimenticata, nello scambio di vocali, di chiederle se avesse una treccia, ché qui si è parlato molto delle trecce delle donne curde come forma di protesta contro l’oppressione islamica. Per fortuna, sarebbe suonato ridicolo.
Zehra Dogan è una a cui nel 2024 lo stato turco ha annullato il passaporto, trasformandola in rifugiata politica quando si trovava per lavoro a Berlino. «Berlino non è una scelta, è una tappa di una vita in esilio forzato. Da quando ho esposto alla Tate di Londra uno dei miei lavori, la mia casa in Turchia è stata perquisita dalla polizia. Dal 2020 ho cominciato a muovermi con cautela: non tornavo subito nel mio paese dopo le mostre al l’estero». Le accuse ufficiali che hanno portato all’annullamento del passaporto sono: aver definito la sua terra “Kurdistan”, aver esposto opere nei musei e nelle gallerie d’Europa e aver risposto con una lettera dal carcere a un murales di solidarietà di Banksy.
Forse è il momento di parlare della prigione e di come Zehra Dogan ci sia finita. Una laurea in Belle arti dell’Università di Dicle, l’artista è anche cofondatrice di Jinha, un’agenzia di stampa gestita da donne. Durante la guerra in Iraq e Siria, è stata reporter da entrambi i paesi, una delle prime a parlare con le donne yazide liberate dall’Isis nel nord dell’Iraq. Dopo l’inizio degli scontri tra l’esercito turco e il Pkk (il Partito dei lavoratori del Kurdistan: per Turchia, Stati Uniti, Ue e Nato è considerato un gruppo terroristico), Dogan è inviata in città sotto coprifuoco come Cizre e Nusaybin. Viene imprigionata nel luglio 2016 a Mardin, un giorno dopo aver la sciato Nusaybin. È stata sottoposta a custodia cautelare per cinque mesi e rilasciata sotto controllo giudiziario dopo la prima udienza in tribunale. Alla fine del processo nel marzo 2017 è stata condannata a due anni, nove mesi e ventidue giorni per “propaganda terroristica” a causa di quello che aveva scritto nei suoi articoli e di un suo dipinto sulla conquista della città di Nusaybin. Il Tribunale superiore ha confermato la sen tenza nel luglio 2017 e per lei si sono aperte le porte della prigione di Tarso. A novembre il noto artista dissidente cinese Ai Weiwei ha pubblicato una lettera in cui le esprimeva solidarietà, Dogan gli ha risposto dalla prigione: «L’arte è il miglior strumento per la lotta». Anche Banksy le ha espresso più volte vicinanza, dedicandole un murale a New York.
Zehra Dogan viene rilasciata il 24 febbraio 2019: in cella aveva concepito il suo lavoro più celebre, la graphic novel Prigione N°5, di segnata in gran segreto sul retro delle lettere che riceveva. «Sebbene le parole scritte fossero preziose, il loro retro bianco era ancor più prezioso: diventava la mia tela», dice oggi. I disegni sono usciti dal carcere attraverso canali clandestini, eludendo la censura. Nel periodo di detenzione, Dogan racconta che la madre aveva costruito una bambola con dei rametti: l’aveva chiamata Zehra, le parlava e le cantava ninne nanne. «Mi stava liberando in un modo tutto suo», racconta l’artista che alle bambole realizzate con tessuti e accessori tradizionali ha dedicato vari lavori, alcuni esposti anche al Macte.
Come si sopravvive a tutto questo? «Berlino è diventata una scuola, un luogo dove diverse esperienze e forme di resistenza esistono l’una accanto all’altra. Ironia della sorte, ho conosciuto persone del mio paese più profondamente lì, in esilio». Per capire di che pasta è fatta Zehra Dogan bisogna però tornare a Diyarbakir. «Sono cresciuta nel Kurdistan in una piccola casa piena di gente: eravamo nove fratelli, con i genitori, i nonni, gli zii, i cugini. La casa non era mai silenziosa. Il concetto di Virginia Woolf di “una stanza tutta per sé” mi è sempre stato estraneo. La mia stanza tutta per me era la trapunta che mi tiravo addosso la notte, i miei confini personali erano l’immaginazione che trovava spazio sotto quella trapunta. Il mio primo studio per di segnare è stato sopra un albero di gelso. Quando i miei genitori costruirono la casa, ne piantarono due vicino. Con il tempo, man mano che i figli crescevano e si sposavano, la casa cresceva in altezza, ma non si potevano tagliare gli alberi. Così, il secondo piano fu costruito intorno a loro. Io sono nata su quel secondo piano. Più tardi fu aggiunto anche un terzo piano, questa volta con una terrazza intorno agli alberi. Sulla terrazza venne messa una vasca di cemento, dove furono piantati anche alberi di fichi, viti, edera. Con il tempo, l’edera scendeva fino al primo piano. Tra le case di cemento, il nostro era un edificio verde: era una casa di fortuna, ma piena di vita. I nostri due gelsi giganti arrivavano fino al terzo piano: la gente si fermava e scattava foto. Ciò che per noi era ordinario, per gli altri era magico. Il mio secondo studio è stato sotto un tavolo da pranzo per dodici persone, nel soggiorno di casa. Anni dopo, quando mio padre iniziò a lavorare per un ufficio statale, cominciò a dire: «Le persone civili mangiano a tavola con forchetta e coltello». Mia madre non la vedeva come una questione di buone maniere: «Chi perde le proprie radici, perde se stesso», rispondeva e continuava a man giare sul pavimento. A noi bambini disse che potevamo scegliere se stare con nostro padre a tavola o seduti accanto a lei per terra. Optammo tutti per il pavimento e alla fine anche mio padre si unì a noi. Mia madre è stata la colonna portante di casa. Raccontava sempre storie in cui le donne erano al centro della scena: parlava di donne che avevano subìto oppressioni, ma erano resilienti, ferite ma in piedi. All’epoca ero piccola e ci capivo poco. Solo molti anni dopo ho saputo che la famiglia del padre di mia madre e la famiglia della madre di mio padre, che erano cugini tra loro, provenivano da famiglie assire sopravvissute al genocidio del 1915, convertite forzatamente all’islam. Le storie di mia madre erano un modo per tenere in vita le donne delle sue radici. Consapevolmente o meno, mia madre mi ha insegnato la resistenza attraverso la narrazione». In questa casa affollata di persone e di discussioni, con le porte rotte e riparate appiccicando locandine di film di Bruce Lee (che la sorella portava dall’Europa), l’artista vive gli anni Novanta, un periodo di pesanti conflitti: «La mia infanzia è stata politica. Ho visto presto la morte, la perdita, la violenza». Oggi Zehra Dogan, nonostante l’innegabile successo di pubblico, critica e mercato, mantiene un certo sano distacco dal sistema del l’arte contemporanea e rifiuta l’etichetta di “artista attivista”: «Non uso l’arte per fare attivismo; la mia vita si svolge all’interno di una realtà politica». Aggiunge che la resistenza non ha bisogno di urlare slogan: «Il vero potere di un’opera d’arte si mostra quando non alza la voce. L’arte contemporanea dovrebbe prestare più attenzione ai sussurri del mondo».