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Il regime iraniano ha paura dei fantasmi

Omid aveva 14 anni quando è scomparso, nel 1985. È stato arrestato con l’accusa di essere un traditore. Sua madre Bita lo ha scoperto dopo mesi, sa che è stato giustiziato, presume sia sepolto a Lanatabad, il lotto 41 del cimitero di Behesht-e-Zahra, la fossa incolta dei dannati. L’incontro con Bita tanti anni fa e le sue parole oggi: gli ayatollah costruiscono un parcheggio sulla lapide di suo figlio

Omid in persiano vuol dire speranza e il figlio di Bita si chiamava proprio così, Omid. Ogni volta che lo va a trovare, Bita si veste con cura e prepara i biscotti. È il suo modo di sentirlo vicino, perché Omid la prendeva in giro su molte cose, ma due caratteristiche di Bita lo solleticavano più delle altre: l’eleganza caparbia e ricercata che si ostinava a custodire sotto al manteau informe, e i biscotti, che secondo lui avevano sempre qualcosa di troppo o di troppo poco, che si trattasse di granella di pistacchi, di zucchero o di zafferano. Alla fine era diventato un gioco, irritante per chiunque tranne che per loro, discutere di cosa andasse aggiunto oppure levato – e Bita non ci vuole rinunciare, indossa il vestito buono e scivola sul sedile malconcio della sua Paykan stringendo un contenitore di plastica trasparente. Con un metro di neve, o sotto una tempesta di sabbia, per Bita non conta, pazienta nel traffico impossibile, sulla strada che unisce Teheran a Qom e punta verso il “paradiso”.

Omid aveva 14 anni quando è scomparso. Era il 1985, un giorno di guerra come tanti altri, con il freddo di gennaio e gli alberi spogli contro un cielo bianchissimo. Bita l’ha cercato ovunque, a scuola, per strada, a casa degli amici, e quando non l’ha trovato, ha sfinito di domande i cugini, ha ripercorso i luoghi della sua adolescenza, è tornata ancora e ancora ai nascondigli della sua infanzia, in preda alla disperazione si è trascinata fin dentro una camera mortuaria, ma i giorni si sono trasformati in settimane e le settimane in mesi, prima che scoprisse che era stato arrestato. A quel punto, per mezza famiglia si è trattato di una tragedia e per l’altra metà di uno scandalo, perché l’accusa rivolta a Omid era quella di essere un fedayyin, un’accusa che li marchiava tutti. «È solo un ragazzo», ha continuato a ripetere Bita, fronteggiando gli sguardi dei parenti del marito, incredula davanti ai cancelli della prigione e attraverso i corridoi gremiti di tante madri e altrettanti padri come lei. «Erano solo due volantini», ha implorato di là dal tavolo di formica che la separava da funzionari sempre diversi, ma con gli stessi occhi di piombo. «Prendete me», ha supplicato con il ghiaccio nelle vene quando ha capito che protestare l’innocenza del figlio non sarebbe bastato. Ma non è servito. In tante stanze differenti, davanti a tavoli di formica tutti uguali, qualcuno l’ha insultata e qualcuno che non ha avuto il coraggio di incrociare il suo sguardo le ha detto: «Non hai ancora capito che non puoi fare niente? Torna a casa sorella». Perché Omid era un “traditore” e per i traditori non poteva esistere redenzione.

Ho incontrato Bita per caso, una mattina di marzo del 2003, nel cimitero di Beheshte Zahra (behest in persiano significa paradiso e Zahra è il nome della figlia del profeta). Questo succedeva alla vigilia dell’attacco anglo-americano contro Saddam Hussein in Iraq e a pochi giorni dal Nowruz (l’anno nuovo zoroastriano), una ricorrenza prima della quale è d’uso visitare i defunti. Mi stavo accingendo a inquadrare una vecchia lapide, quando una sconosciuta dal volto ossuto mi ha interrotto con un colpo secco sul dorso della mano. «Niente foto a Lanatabad – ha detto Bita – può finire male». In Iran molte cose possono finire male in tutti i momenti, in tanti luoghi diversi. Le linee rosse appaiono e scompaiono come se fossero state tracciate sulla sabbia. Non esistono certezze, non si è mai del tutto al sicuro. Ma quel giorno ho imparato che a Behesht-e Zahra una certezza c’è ed è che nella geografia dei quattrocento ettari del “paradiso”, Lanatabad è la terra di nessuno. Non la delimitano file ordinate di alberi né la rallegrano aiuole fiorite. Tutt’intorno l’erba cresce a macchie, rada e secca. Non siamo così lontani dalle fontane tinte di rosso che commemorano il sangue degli eroi di guerra, eppure siamo infinitamente distanti, distanti dalla retorica e dal pathos delle vetrinette con le foto dei martiri defunti e i brandelli insanguinati delle loro uniformi, distanti dalle fedi nuziali, dai fiori di plastica, dalle copie del Corano, dagli Ak-47 e dagli altri ricordi conservati come reliquie dentro alle teche, distanti, soprattutto dalle bandiere della Repubblica islamica che in tutti gli altri lotti scandiscono lo spazio ondeggiando nel vento. Perché questa è la fossa dei “dannati”, qui le tombe sono nude e le lastre di pietra crepate o del tutto divelte lasciano esposto il cemento. Su queste lastre, come potrebbe accadere in seguito a un terremoto o riemergere alla fine di uno scavo archeologico, i nomi dei morti si leggono a malapena, o non si leggono affatto, e chi attraversa la città per accarezzarle sa che bisogna guardarsi le spalle.

È in questo lotto che Bita ritiene sia stato sepolto Omid.

Non ne è sicura, Bita non è mai più stata sicura di niente dal gennaio del 1985, se non del fatto che suo figlio sia stato giustiziato, ma è plausibile che sia lì e in ogni caso si tratta dell’unico straccio di informazione che le è stato fornito, quando si è presentata all’ufficio del cimitero. «In questo punto, lotto 41», ha bofonchiato un impiegato disegnando un circoletto su una mappa. Era stato molto più loquace all’inizio, disponibilissimo nel descrivere nei più minuti dettagli i servizi dei marmisti, dei fiorai e dei cantori che avrebbero potuto rievocare storie esemplari sulla vita del caro estinto. Ma questo era prima che Bita scandisse il nome del defunto e prima che l’impiegato lo rintracciasse dentro all’elenco «dei traditori e degli ipocriti», perché dopo quel momento, tutto il calore e la gentilezza si erano dissolti di botto.

Va da sé che nessuna delle tombe del lotto 41 ha mai usufruito dei servizi offerti dall’ufficio del cimitero di Behesht-e Zahra. I disallineati – che si tratti di maoisti, monarchici, intellettuali dissidenti, attivisti per i diritti umani, guerriglieri fedayyin, o mujaheddin-e-khalq, – non potevano aspirare a tanto. Migliaia di corpi sono stati gettati nella fossa di notte, nessuno li ha mai identificati, e Bita non riesce a non invidiare la cugina che almeno ha avuto la fortuna di posare un’ultima volta le dita sulla guancia della figlia. A lei è stata semplicemente indicata una posizione approssimativa. Ci ha fatto sistemare sopra una lastra sulla quale ha inciso il nome di suo figlio ed è a questa lastra che Bita seguita a tornare con il contenitore di biscotti e i capelli ormai bianchi. Spesso capita che, all’inizio di questi appuntamenti con Omid, il cuore di Bita si stringa fino a fare male davanti all’affronto di uno sfregio alla sua tomba o a una di quelle vicine. Decenni fa per picconare le lastre del lotto 41 si davano appuntamento i miliziani di Ansare-Hezbollah. Di questi tempi, Bita non sa più dentro a quale sigla si riconoscano i vandali che arrivano muniti d’asce e coltelli per incattivirsi sulle tombe, strappare i fiori, e lanciare per aria i sassi deposti a mucchietti da genitori colpevoli solo di avere bisogno di un segno per riconoscere una lastra senza nome. «Kesafat!», schifosi, ha gridato Bita ogni volta che se li è ritrovati davanti. Una ragazza nuova dell’ufficio del cimitero l’ha messa in guardia: quelli che gironzolano al 41 sono pericolosi, potrebbe finire male, oltretutto sono pure state piazzate telecamere ovunque, e in fondo è lei la madre del traditore, mica loro. Però Bita se n’è infischiata, ha continuato ad attraversare Lanatabad con il solito portamento altero, perché nel lotto 41 ormai si sente più tranquilla che in tanti altri posti, e del resto di cosa si deve preoccupare una madre che ha già perso un figlio, il suo unico figlio, la risposta a tutte le sue speranze? Niente, si è detta Bita, fino a quest’estate, fino al momento in cui ha scoperto che Lanatabad sarebbe stato asfaltato per costruirci sopra un parcheggio. «Sì è corretto, abbiamo trasformato il 41 in un parcheggio per i visitatori del lotto 42», ha confermato il 16 agosto, al quotidiano Shargh, il direttore del cimitero di Behesht-e Zahra Mohammad Javad Tajik, spiegando che lo spazio era quantomai necessario visto che il 42 avrebbe accolto i martiri della Guerra dei dodici giorni, quella contro Israele.

«Si tratta di un assalto calcolato alla memoria e alla giustizia. Il livello d’impunità per i crimini contro l’umanità perpetrati nella Repubblica islamica cresce inesorabilmente da decenni», ha commentato Hadi Ghaemi, direttore del Center for Human Rights in Iran, sottolineando che esiste un filo diretto che lega i massacri degli anni Ottanta, quelli del 2009, del 2019 e del 2022 e che la tempistica della demolizione ha tutta l’aria di essere una reazione scomposta al rapporto del Relatore speciale delle Nazioni Unite, Javaid Rehman, che nel luglio del 2024 ha definito le esecuzioni di massa del 1980 come “crimini contro l’umanità e genocidio”.

Ma Bita cosa può farsene della riprovazione delle organizzazioni internazionali? Le immagini aeree confermano che ad agosto metà sito era già stato piastrellato, presto Omid sarà definitivamente intrappolato sotto una colata di cemento e lei non crede che il suo cuore possa reggere alla notizia di un altro ragazzo giustiziato.

«Vorrei tanto poterti dire qualcosa di speranzoso, ma non so se ci riesco», sussurra Bita dall’altro capo della cornetta. «Dicono che Khamenei sia malato, ma non muore mai, dicono che il regime abbia i giorni contati, eppure non crolla. Lo sai che a Teheran respiriamo sette volte il monossido di carbonio ritenuto sopportabile dal corpo umano? Non so dove andremo a finire».

A breve le foglie sui platani di Shemiran inizieranno a virare dall’oro al senape, dal senape allo zafferano e nel frattempo le nipoti di Bita si consumano gli occhi imparando parole straniere su Duolingo, convinte che, in prospettiva, l’unica soluzione sia la fuga.

«Per me è tardi – aggiunge prima di congedarsi – però mi chiedo: quanto può durare un regime che ha paura pure dei fantasmi?». E il piglio nella sua voce è quello della Bita d’un tempo.

Tatiana Boutourline (Firenze, 1975), giornalista e scrittrice. La sua famiglia non ha più potuto tornare in Iran dal 1978. Ha studiato a Oxford, oggi vive e scrive in Italia. Racconta l’Iran sul Foglio dai primi anni Duemila.