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Il vero potere della scrittura è il dubbio

Il lago della creazione è ambientato in una comune di anarchici nella Francia agricola, un amalgama di pezzi di terra coltivata dove la gente parla il proprio dialetto. La voce narrante è un’americana mandata dall’Fbi a spiare gli attivisti di sinistra. Conversazione con Rachel Kushner: l’autofiction, Guy Debord, le lotte interne a mondi che crediamo in armonia e il viaggio inverso che può intraprendere un personaggio, dall’arroganza all’innocenza

Aprendo un libro di Rachel Kushner non sappiamo mai cosa troveremo. Fedele alla forma del romanzo, in passato nei suoi libri abbiamo seguito le vite degli expat durante la rivoluzione cubana, di motociclisti del Nevada coinvolti nel movimento del ’77 a Roma, di ergastolane in una prigione californiana. Ora Kushner è tornata con Il lago della creazione (in italiano edito da Einaudi e tradotto da Silvia Pareschi). La storia è narrata da Sadie, un’agente dell’Fbi che si infiltra, tra sesso e anticapitalismo rurale, in una comune francese di anarchici che potrebbero preparare un attacco terroristico contro la costruzione di un bacino idrico. Per conoscere la comune e le sue dinamiche, per manipolarne i seguaci, Sadie legge incessantemente le mail del suo fondatore e guru, in fissa con i Neanderthal, un ex sodale di Guy Debord che da anni si è ritirato a vivere nella gigantesca rete di caverne sotterranee.

Nei suoi romanzi c’è sempre molta politica.

Non sono completamente conscia di scegliere temi politici. Quando leggo i romanzi non li leggo necessariamente per la politica. Ma non so se riesco a separare la politica dalla vita. Se volessi capire meglio l’ambiente quotidiano dopo il 1848 in Francia, leggerei Hugo o Balzac, non tornerei indietro leggendo i giornali dell’epoca. Perché voglio capire la trama della vita quotidiana. Le strutture della vita di tutti i giorni, come le ha definite il grande storico Fernand Braudel. Siamo tutti toccati dall’ambiente in cui viviamo e per me questi ambienti non possono esser separati dalla narrazione – ad esempio in questo libro penso molto alla contraddizione sociale tra la visione dei contadini e dell’Unione europea che controlla il prezzo del latte e dei borghesi scolarizzati e ambientalisti. Sono parte della storia di un romanzo e voglio includerle. Questo non vuol dire che io abbia, per esempio, una missione politica di sinistra. Non vorrei mai leggere un romanzo che ha dietro una missione politica di sinistra. Spesso io non so niente delle soluzioni, di come dovremmo vivere. Ma sono toccata dalla domanda “come dovremmo vivere?” e dalla storia di persone che si sono impegnate, hanno lottato, intorno a quella domanda. Nella politica francese questo è successo tantissimo nel Ventesimo secolo, dal quale sono nate tanta arte e letteratura e filosofia. Del cinema incredibile. E tutte le contraddizioni della classe politica del maggio del ’68.

Perché un romanzo ambientato in Francia? Perché questa storia?

La storia che racconto nel libro mi è arrivata attraverso la Francia, attraverso quella specifica regione. Non è che avessi una storia in mente e poi ho cercato un luogo dove ambientarla, non è che poi ho cercato il giusto umore nazionale per i personaggi e per la trama. È stato l’opposto, prima l’ambientazione, poi la storia. Passo molto tempo nella regione della Francia in cui è ambientato il romanzo e ho preso elementi di certi villaggi, certe fattorie, certi fiumi, certe caverne, particolari dialetti occitani, specifiche lotte e fatiche, come quelle dei contadini della zona, aspetti tipici di diversi dipartimenti, di certe aree della Dordogna o della Corrèze. Ciò che puoi fare con la narrativa è sintetizzare queste cose per creare un universo parallelo che per me diventasse un posto dove poter vedere tutto più chiaramente di quanto non faccia nella mia vita. Non penso che in Italia sia successo allo stesso modo, ma in Francia è quasi una tradizione: dopo il maggio del ’68 molte persone sono rimaste molto disilluse rispetto alla possibilità di una rivoluzione che poteva avvenire nelle fabbriche, nelle zone industrializzate del paese, nelle città. Così queste persone desiderose di un cambiamento sociale, dopo la disillusione, sono andate nelle campagne pensando: l’unica fonte di un vero e impetuoso spirito rivoluzionario in Francia è tra la classe contadina. E se guardi nel corso della storia ci sono state queste incredibili lotte contadine nell’Undicesimo e Dodicesimo secolo, e anche nel Quindicesimo, Sedicesimo e Diciassettesimo. E se passi molto tempo in questi posti senti tutta questa storia.

La storia nel libro viene fuori.

Il personaggio principale di questo libro, Sadie, deve conoscere la stessa storia che conosco io, anche se per motivi completamente diversi. Per lei il punto è: distruggere le vite delle persone che credono in un cambiamento sociale. Io invece conosco la stessa storia perché sono interessata a quel cambiamento sociale. Storie come quelle di hippy, fattori, pastori e preti che sono andati a occupare dei terreni nell’altipiano del Larzac dove il governo voleva costruire una base militare, o le storie di quelli che hanno evitato, nel nordest, che si costruisse un aeroporto. E c’era una particolare comune nel nord della Corrèze che avevo visitato e che alla fine del 2008 era stata colpita da un blitz della polizia che ha portato via tutta la loro biblioteca. Era stato molto drammatico e incredibilmente strano perché l’unica prova che avevano contro queste persone è un libro che avevano scritto. E ho sempre pensato che potesse essere una buona partenza per un libro. Gente idealista e depressa che va in campagna, gente piena di contraddizioni, che non riesce a fuggire da una struttura costruita intorno a un leader carismatico. Per me la sfida era una: “Chi sarà il narratore?”. Non pensavo proprio di poterlo raccontare dal punto di vista di una persona francese. Volevo una specie di outsider. C’è qualcosa nell’individualismo americano, con tutta la sua brutalità, che è ideale per un narratore convincente. Ci ho messo parecchio tempo a capirlo. E ho pensato di potermi basare su situazioni reali, come quelle dove i governi americano e britannico arruolano agenti per spiare attivisti di sinistra in Europa.

Lei passa le estati in Francia da oltre un decennio. Ha preso appunti per il libro, negli anni?

A volte sì, ma quando sono molto presa dalla costruzione di un universo parallelo, questo acquista una sua vita. E più scavo più diventa vivido. E a quel punto non devo guardare gli appunti.

Per me usare appunti per un romanzo è problematico perché implica che il romanzo diventa il posto in cui inserire le tue piccole osservazioni che hai fatto camminando nella foresta. Invece voglio le cose di prima mano. Voglio conoscere la foresta così bene da riprodurla, come se stessi facendo un sogno.

Non c’è identificazione scrittrice-narratrice, con Sadie, in quanto straniera che scopre un mondo?

È il personaggio più diverso da me rispetto a tutti i miei narratori precedenti. Per prima cosa perché è uno sbirro. E io non sono uno sbirro. E poi è cinica, e io non lo sono. E dice a voce alta cose in cui io non crederei mai, o cose che non mi permetterei mai di dire a voce alta. Lei è troppo sicura di sé, è arrogante. Pensa che non incontrerà nessuno che potrà sorprenderla. Si comporta come se gli altri fossero tutti dei sonnambuli e lei sia l’unica sveglia.

Alcuni mi hanno chiesto: ma il detective è uno scrittore? Io la vedo più come un agent provocateur, perché il detective vuole puntare la torcia in giro per illuminare la verità. Lei invece vuole manipolare le persone e gli eventi. Bisogna ricordare che il vero potere della scrittura è il dubbio. La vera azione dietro la scrittura è la curiosità. È la ricchezza di ciò che non conosco. A posteriori ho visto che il mio obiettivo era vedere se potevo muovere la protagonista dal cinismo e dall’esperienza verso l’innocenza. Perché di solito i romanzi si muovono nella direzione opposta. Il narratore è solitamente più innocente e con l’avanzare del libro acquisisce esperienze, nel bene e nel male, perché le esperienze possono anche essere dolorose.

C’è anche un lato comico.

Un’influenza è stata JeanPatrick Manchette, un giallista di sinistra degli anni Settanta. Alla fine dei suoi libri c’è sempre un grande fiasco, ma anche con un tono un po’ à la Harpo Marx.

Che reazioni ci sono state rispetto a Il lago della creazione? C’è gente che si è riconosciuta?

C’è chi legge i libri di narrativa solo cercando di riconoscere sé stesso. Mi è successo in passato con alcuni personaggi. In certi posti, tipo Portland, Oregon e Seattle, Washington, ci sono state molte infiltrazioni di polizia nei gruppi di ecoattivisti. Lì ho avuto a che fare con alcuni di questi attivisti ben prima di scrivere il libro. E così quando ho presentato il libro da quelle parti la gente veniva all’evento e mi diceva, con orgoglio: io sono nel tuo libro! Poi la ricezione è una questione di prospettiva. Bisogna vedere se qualcuno sente un certo allineamento col libro e ne capisce le battute, oppure se lo vedono come un attacco. Alcuni, per esempio, hanno trovato il libro cinico. Ma più le persone sono lontane dal milieu degli attivisti, più lo possono trovare cinico. Perché se sei stato coinvolto con gli attivisti ti rendi conto, per esempio, che le divisioni di genere si riaffermano, per quanto tu le voglia combattere, come nella cura dei figli. Per chi l’ha vissuto questo è divertente, per quanto ci sia un po’ di amarezza perché non si è ancora capito perché succede. Ma le persone liberal, che tendono a sinistra, dicono: è cinico. Ma solo perché hanno un’idea più utopista di cos’è una comune. Una comune è piena di lotte interne e contraddizioni.

E in Francia come è stato accolto il libro?

È andato bene, o così sembrerebbe. Quando ho detto cosa stavo scrivendo l’editore mi ha guardata stupito chiedendomi: oddio, ma sei sicura che vuoi scrivere sulla Francia? Perché i francesi non vogliono che gli vengano dette cose sul loro paese da parte di stranieri, e soprattutto da un’americana. Uno dei motivi per cui poi penso che abbia funzionato in Francia è che così tanta della vita francese è incentrata intorno alla città metropolitana, a Parigi, o al massimo Marsiglia e Strasburgo, alle città universitarie. Molti non conoscono la France profonde, luoghi che non sono mai stati davvero parte della nazione ma un amalgama di pezzi di terra coltivata, dove la gente parla il proprio dialetto. Questa profonda tradizione agricola e di vita agraria francese è cambiata drammaticamente nel corso del Ventesimo secolo. Subito dopo la Seconda guerra mondiale un terzo dei francesi viveva di agricoltura. Ora è meno del 10 per cento. Quindi magari hanno apprezzato la lettura di una versione della Francia che ormai è relativamente straniera per loro, oscura. Così come alcuni elementi del romanzo. C’è un tipo specifico di uomo francese nato dopo la Seconda guerra, un boomer diciamo, che se menzioni Manchette l’hai conquistato, e io volevo omaggiarli. E Guy Debord è ancora un mistero in Francia. I suoi documenti e la sua biblioteca dovevano essere acquistati da Yale e solo dopo che lo stato francese è venuto a saperlo si è interessato e ha detto: se Yale vuole le sue carte forse questo Debord è più di una semplice canaglia e nemico dello stato. E allora li ha comprati lo stato. E quando hanno fatto la mostra alla Bibliothèque nationale, i vecchi alcolisti anarchici ancora vivi dicevano: “Non andateci”, perché la vedevano come una cosa da venduti.

Sadie, quando le manca la California, dice: «I francesi hanno forse romanzi migliori (Balzac, Zola, Flaubert), e senza dubbio formaggi migliori (Comté Roquefort, Cabécou). Ma questo, in definitiva, non conta niente».

La mia intera vita è stata dedicata al romanzo, come forma. E spero di continuare come praticante di quella forma. Certo, i romanzi francesi sono i miei preferiti. Quella è una battuta ma è anche per prendere in giro Michel Houellebecq quando in Serotonina fa dire alla sua ragazza, che piange quando lascia la Francia per via dell’antisemitismo: «Mi mancherà, non lo so… il formaggio».

Houellebecq appare nel romanzo.

Sì, col suo vero nome, Michel Thomas. C’è un motivo. Ci ho messo sei anni a capire questo romanzo, Il lago della creazione. Poi la parte di scrittura è stata piuttosto rapida, sui quattordici mesi. Prima era un viaggio che non riuscivo a decifrare. Non avevo ancora un personaggio malevolo per attivare tutto. Sapevo solo che stavo scrivendo un romanzo su un milieu di sinistra che va a lottare accanto a contadini e fattori anti Europa e anti stato. E poi è uscito Serotonina, che parla di un agronomo depresso che va dai produttori caseari che combattono contro lo stato. E ho pensato: oh no, Houellebecq mi ha battuto. Me ne lamentavo con un amico, uno scrittore irlandese e lui mi ha detto: allora infilalo nel romanzo.

Ne I lanciafiamme, il suo secondo romanzo, c’è molta Italia.

Inizia in Nevada su una motocicletta ma poi si va su questo personaggio che è una specie di Marinetti, un futurista che diventa un industriale. E tutto nasceva da un pensiero: sai cos’è interessante dei futuristi? Che parlavano tanto di velocità, facevano quadri sulle macchine, ma nessuno di loro è diventato un industriale. E ho deciso: what if? Ero interessata al modernismo e alla violenza e all’immagine della velocità, perché una volta andavo in moto, la mia prima moto è stata una Guzzi. Dal 1969, dopo l’autunno caldo nelle fabbriche Fiat, venivano prodotte in Italia le motociclette più veloci sul mercato. Socialmente, tramite mio marito, avevo incontrato varie persone in Italia coinvolte direttamente nel movimento dell’Autonomia, o studenti di Toni Negri, che era fuggitivo a Parigi. E tutti mi raccontavano storie degli anni 70 e io chiedevo: ma nessuno ci ha scritto un romanzo su queste cose? E all’epoca, con l’unica eccezione di Nanni Balestrini, la risposta era: no, questa storia per noi è ancora irrisolta. Mi ricordo che stavo camminando per San Lorenzo a Roma con un amico che conosce bene la storia dei centri sociali e mi parlava di un tizio e io gli ho chiesto se fosse dentro uno di quei gruppi armati, e lui mi ha risposto con un totale silenzio. C’erano cose di cui non si poteva parlare, al massimo si potevano ammiccare cose. Molto di quello che puoi sapere sugli anni 70 lo ottieni dai silenzi.

A parte Mastroianni e La dolce vita, il G8 di Genova, la Tav e un filosofo italiano non direttamente menzionato, tra le cose italiane che appaiono in Il lago della creazione c’è soprattutto la Nutella.

Ero stata invitata a fare una residenza di scrittura vicino a Urbino, a Civitella Ranieri, e su Internazionale c’era la storia di copertina sulla Nutella e la famiglia Ferrero e su come l’olio di palma sia terribile per la deforestazione etc. Un amico parlandomene mi ha aperto a tutta quell’èra del Dopoguerra della finta cioccolata, che mi fa molto ridere. Ah, poi dentro c’è anche un altro film italiano, D’amore si vive di Silvano Agosti, film incredibile.

Parlando del suo attaccamento al romanzo, è mai stata attratta dallo scrivere autofiction, tipo Carrère?

Se dovessi coprire il processo di Luigi Mangione per una rivista, credo che poi diventerebbe un libro del genere, tipo L’avversario. Anche se è una storia completamente diversa. Quando ci ho pensato, il motivo per cui vorrei farlo, è avere l’esperienza di andare nel tribunale federale a New York ogni giorno e sedermi e assorbire le più inscrutabili trame della vita americana, per provare a capire cosa sta succedendo nel paese. Nei romanzi, anche se si parla del contemporaneo, tendo ad ambientare tutto ad almeno dieci o quindici anni fa, perché penso che la realtà come la stiamo vivendo nel presente sia molto più difficile da capire. E da lettrice voglio essere nelle mani di qualcuno che ha un grande controllo sul proprio materiale, grande autorità, anche se la sua autorità viene dal dubbio, se viene dalla curiosità. Trovo il present tense per la narrativa molto sfidante. E spesso quando le persone includono ad esempio Trump e la pandemia nei loro romanzi per me cade nel vuoto. Non mi interessa perché stanno descrivendo qualcosa di piuttosto banale che tutti abbiamo vissuto. Guardiamo quello che ha fatto Carrère con V13: è un libro tosto, è stato faticoso per me leggerlo. Sono le piccole sacche di cose che succedono intorno a noi, e la capacità di legarle tra loro, che mi interessano. E il genocidio a Gaza stava avvenendo nello stesso momento in cui lo leggevo e la realtà, fuori e dentro era tutto uno spargimento di sangue. Ma l’abilità di Carrère di sedersi e prestare attenzione a quello che succedeva intorno a lui nel tribunale, l’attenzione ai piccoli rituali burocratici, è molto invitante. L’autofiction in generale per me è molto meno interessante, forse perché mi interessa poco la mia vita, o la vita dello scrittore. Credo più nell’idea di vivere una vita normale, strutturata dalla santità dell’abitudine e lo scrivere è solo la parte “strana” di questa vita. Ma io ho anche accesso a persone reali. Mentre molti scrittori di autofiction scrivono cose come: «Vivo a New York, vado a un party del New Yorker». Certo, alcuni lo scrivono benissimo eh, come il mio amico Ben Lerner che mi dice: «Scriverei romanzi come i tuoi se potessi, ma è questo quello che so fare». Quindi penso che ognuno di noi abbia un ruolo, e il mio non è quello dell’autofiction.

Sta lavorando a un nuovo romanzo?

Sì, oggi, appena finisce l’intervista, ci lavoro.

Giulio Silvano (Lerici, 1989)  è  redattore di Nuovi Argomenti, ha  tradotto  alcuni libri (tra cui Bernard Malamud e Anne Carson), collabora con il Foglio.