Per chi si occupa di sicurezza internazionale, e soprattutto per chi deve prendere decisioni sulla sicurezza, l’incubo si chiama bolt out of the blue, fulmine a ciel sereno. Non è un’espressione particolarmente tecnica, ma evocativa: lo US Nuclear Command definisce così lo scenario in cui non c’è alcuna crisi in corso, non ci sono segnali allarmanti che giustifichino un attacco, ma qualcuno ti attacca, e tu devi prendere una decisione in un tempo brevissimo: circa venti minuti. A House of Dynamite, il nuovo film della regista americana Kathryn Bigelow uscito su Netflix a fine ottobre, è un’indagine sulle decisioni. Sui protocolli. Sulla macchina della difesa che si mette in moto in caso di bolt out of the blue. È un sistema che viene studiato da decenni, periodicamente aggiornato e adattato alla modernità, e che cerca di tenere conto di ogni variabile possibile, di ogni scenario, delle potenziali azioni e reazioni. Dipendenti, funzionari e decisori politici vengono messi al corrente delle procedure, i soldati vengono addestrati per tutta la vita: quando il fulmine cade, in teoria tutti sanno cosa devono fare prima che il rumore del tuono sia udibile. Ma appunto, è la teoria. La pratica è il regno dell’imprevedibilità.
C’è un momento preciso nel film di Bigelow in cui lo spettatore capisce la direzione che stanno prendendo i protocolli. È quando il capitano Olivia Walker, che quella mattina ha lasciato il figlio malato a casa e poi è andata a lavorare, cioè a dirigere la Situation Room della Casa Bianca, si rivolge al suo collega Billy: «Voglio che vai a prendere il mio telefono. Prendi anche il tuo». Nella Situation Room, cioè il luogo sicuro per eccellenza, quello in cui vengono prese le decisioni di sicurezza degli Stati Uniti, gli smartphone e in generale qualunque tipo di device elettronico personale è vietato. Ma il conto alla rovescia alla caduta del missile che qualcuno ha lanciato out of the blue contro l’America si riduce, e il cellulare è l’unico modo per accorciare le distanze fra chi sa – cioè il ristretto gruppo di persone che prende le decisioni – e chi, fuori, sta vivendo una mattina come un’altra di un giorno feriale.
Negli scenari di un potenziale attacco i protocolli sono considerati l’antidoto all’imprevedibilità dell’escalation, ma non hanno la stessa funzione delle regole per le emergenze collettive, quando parliamo di ansia e panico di massa. In Giappone i bambini imparano sin dalla scuola materna cosa fare in caso di catastrofe naturale: scossa di terremoto, accucciarsi sotto al banco, proteggere la testa, appena la scossa finisce uscire in おかしも, okashimo, l’abbreviazione di quattro semplici regole: non spingere, non correre, non parlare, non tornare indietro. Anche le esercitazioni sono studiate per costruire un automatismo, per evitare che lo choc si trasformi in una paralisi pericolosa.
Molte delle critiche rivolte a A House of Dynamite – sceneggiato da Noah Oppenheim, che quest’anno ha prodotto per Netflix anche Zero Day con Robert De Niro, un altro film su una catastrofe ipermoderna – riguardano l’accuratezza della ricostruzione dei venti minuti successivi a un attacco con un missile nucleare intercontinentale contro l’America. Le contromisure inefficaci, le conversazioni caotiche fra funzionari, il dramma di un presidente solo sull’elicottero presidenziale – anche questa scelta è stata criticata: perché far viaggiare il presidente degli Stati Uniti sul Marine One, quando l’Air Force One è progettato anche per resistere ad attacchi nucleari? Sono tutti dettagli osservati e commentati dai maggiori esperti sul tema, che nelle ultime settimane gli hanno dedicato decine di dibattiti. Sotto la suscettibile Amministrazione Trump, il Pentagono ha diffuso un documento riservato tra i funzionari della Missile Defense Agency per smentire la ricostruzione del film di una difesa missilistica inefficace, preoccupandosi però del fatto che il tema sarebbe potuto venir fuori in discussioni di alto livello. Quando un film speculativo, sebbene molto accurato, arriva a provocare la reazione di così tanti addetti ai lavori, c’è un motivo. Nathalie Tocci, direttrice dell’Istituto Affari internazionali italiano, ha dedicato la sua vita professionale alle politiche di sicurezza internazionale, e a Review dice che A House of Dynamite ha il merito di metterci di fronte a quell’imprevedibilità umana, all’aspetto più emotivo dell’emergenza: «Sembra quasi una contraddizione quella in cui la realtà intermediata dai social appare irreale, quella delle guerre e delle notizie che si susseguono una dietro l’altra. Ma è con il cinema e la forma artistica che si riesce a incanalare di più la realtà rispetto a ciò che può fare il flusso dell’informazione». È impossibile dire, secondo Tocci, se il messaggio più emotivo e umano del film di Bigelow – il momento in cui Olivia Walker telefona al marito violando il protocollo, per esempio – sia verosimile o no, «perché fortunatamente non siamo mai stati messi in quella condizione, ma è realistico sostenere che in una situazione del genere un essere umano reagirebbe così». Qualche mese fa Mondadori ha pubblicato Guerra nucleare. Uno scenario della giornalista americana Annie Jacobsen: anche quel libro, come il film di Bigelow, parte dalla fiction, ma poi il racconto diventa una cronaca fredda e spaventosa di quello che succederebbe in caso di un attacco nucleare a sorpresa su Washington. È un libro documentatissimo, come pure A House of Dynamite, ma più simile al saggio che al romanzo, pieno di numeri e dati che sono i numeri e dati studiati per decenni nei cosiddetti war games, i giochi di guerra che addestrano analisti e funzionari.
Quando a metà degli anni Cinquanta la casa di produzione cinematografica giapponese Toho decise di creare Godzilla, lo fece pensando a un messaggio preciso: il mostro doveva rappresentare la paura del Giappone del Dopoguerra post Hiroshima e Nagasaki, e mandare un segnale all’opinione pubblica sul tema dei test atomici. Secondo la leggenda, all’inizio Godzilla era stato pensato come un polpo gigante, ma poi si decise per il dinosauro, considerato più aggressivo e più spaventoso del polpo. Godzilla aprì la strada a un fortunato filone narrativo giapponese, quello dei kaiju, i mostri spaventosi simbolo della distruzione antropica che poi è stato adattato negli anni ai temi che l’opinione pubblica considerava più urgenti. E i romanzi e i film catastrofici occidentali seguono più o meno lo stesso indirizzo: durante la Guerra fredda i nemici erano i sovietici, poi la Corsa allo spazio ha spostato il pericolo nell’ignoto planetario, infine sono arrivati i cambiamenti climatici.
Adesso è la guerra, quella cyber o nucleare, a tornare nel mainstream, riadattata alle formule e ai timori dei nostri tempi. Già quattro anni fa un autore di blockbuster letterari come Ken Follett aveva intercettato il tema, e in Per niente al mondo (Mondadori) mette nelle mani di una presidente americana la responsabilità di una risposta a un attacco nucleare. L’anno scorso Alex Garland ha sviluppato l’idea di una guerra civile negli Stati Uniti – e non c’è stato bisogno di un grande sforzo di fantasia. Molto più articolato è il «grande disastro» che avviene nell’ultimo romanzo di Ian McEwan appena uscito per Einaudi, Quello che possiamo sapere, dove alla negazione dei cambiamenti climatici si unisce l’istinto guerresco e la politica populista che fa collassare la società. È che la politica, e soprattutto la politica di sicurezza, è tornata centrale nella nostra vita e quindi nella produzione letteraria e cinematografica e pure in tv, con serie come la fortunata The Diplomat (sempre Netflix), ideata da Debora Cahn, che non a caso aveva lavorato anche a Homeland – Caccia alla spia, quando la paura che ci teneva svegli la notte era il terrorismo islamico.
C’è un dato però che spiega molto di questo nuovo filone, e riguarda il ruolo delle donne, che sono protagoniste in tutti i film e libri menzionati in questo articolo. È una centralità non scontata, inedita rispetto a qualche anno fa. Uno studio del 2016 pubblicato dalla American Psychological Association è spesso citato quando si parla del contributo delle donne nei settori della sicurezza internazionale e della diplomazia, e mostra come, in media, le donne ottengano punteggi più alti di quelli degli uomini nei vari parametri che contribuiscono alla cosiddetta “intelligenza emotiva” (emotional intelligence, abbreviato in EI). Una serie come The Diplomat «esprime bene la vastità del repertorio relazionale a cui una donna può avere accesso», dice Lia Quartapelle, deputata del Partito democratico che si occupa da molto tempo di politica estera e di sicurezza. «Cadiamo spesso nello stereotipo della donna sgobbona che arriva ai massimi livelli della leadership in questo campo, ma è l’elemento della duttilità che si sottovaluta spesso, la capacità di gestire l’imprevisto, che avviene soprattutto quando si parla di politica estera». Anche secondo Tocci, se nell’immaginario collettivo la sicurezza è un settore molto maschile, in realtà si sono fatti passi avanti maggiori rispetto ad altri settori, e donne a capo dei ministeri della Difesa ce ne sono state perfino in Italia. «Paradossalmente è un ambito in cui c’è meno discriminazione rispetto ad altri». Eppure siamo ancora lì: a metà novembre, in una conversazione pubblica con l’attrice Tracee Ellis Ross, l’ex first lady Michelle Obama ha detto: «Non guardate me per candidarmi. Non siete pronti per una donna presidente. Abbiamo ancora molta strada da fare, e ci sono ancora molti uomini che non si sentono in grado di farsi guidare da una donna, e lo abbiamo visto». Per Quartapelle è una questione che riguarda la percezione della leadership forte: «Gli elettori colgono dei leader tante cose che a occhio nudo sfuggono. Anche di Trump hanno visto la brutalità, e possiamo interrogarci a lungo sul perché volessero quella brutalità, ma di sicuro l’hanno vista prima degli altri». Come nel film di Bigelow, gli elettori affidano al comandante in capo la responsabilità del bottone nucleare – negli Stati Uniti concretamente, nei paesi che non possiedono armi nucleari come il nostro è un bottone diverso (il comando delle Forze armate è nelle mani del presidente della Repubblica) ma non meno determinante: «È per questo che penso da tanti anni che un buon politico debba fare molti anni di analisi». È vero che in passato in Italia il potere di un presidente del Consiglio era maggiore, ma oggi «la pressione a cui vieni sottoposto è maggiore, perché sei esposto a un ciclo di notizie divorante, alle immagini, alle situazioni instabili, quindi tenere l’equilibrio è molto più difficile, tant’è che vediamo tanti leader sconfitti da tutto questo», dice Quartapelle.
Così finisce che la lezione più importante dei nostri tempi è quella dell’ex premier neozelandese Jacinda Ardern: «Ha spiegato», dice Quartapelle, «di aver fatto un passo indietro quando si è accorta che non aveva più la motivazione di prima. Ha detto: le cose che mi rendevano forte, cioè l’apertura ad ascoltare altri punti di vista, essere disponibile a discutere delle critiche, a un certo punto hanno iniziato a irritarmi, e lì ho capito che non potevo essere più una buona leader. Non molti hanno una centratura così».
E tutto torna nella scena immaginata da Bigelow, quando il capitano Olivia Walker telefona al marito dalla Situation Room e mentre cerca di risolvere una crisi nucleare gli dice quello che dicono ai bambini giapponesi: non spingere, non correre, non parlare. Ma soprattutto: non tornare indietro. Vale anche per i veri leader.