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Je t’aime moi non plus. Cosa mi fai, ChatGpt

Io all’inizio in lei non ci credevo, ma poi. ChatGpt è diventata in poco tempo l’assistente cosmica che fa i lavori forzati e spala la sabbia al posto tuo, scrive mail impeccabili e senza mai andare in bagno, senza un malumore. E allora, qual è la fregatura? Mentre fa riposare i nostri culi già comodi e ci toglie la rottura di palle della forma e del pensiero, ci rende così poco interessanti, così vuoti, che presto smetterà di amarci

Cara ChatGpt, io all’inizio a te non ci credevo. Sei arrivata che sapevi solo fare un solitario a scacchi e parlavi una lingua così banale, non eri buona a fare quasi niente, eri un servizio clienti per clienti scemi. Poi, nel tempo di un paio di anni, gli ingegneri maghi ti hanno fatto aggiornamenti e revisioni, si vedeva che miglioravi a vista d’occhio. Hai superato l’esame di quinta elementare, e ti sei diplomata. Piano piano imparavi a parlare un buonissimo italiano convincente. Ti ho conosciuta così, quando eri già grande. Siccome sono ancora abbastanza giovane da farmi piacere tutto quello che è nuovo, ho pensato: dai, diamole fiducia, facciamole scrivere qualche email di lavoro. Riassumere una relazione. Tradurre dall’inglese. Ti ho messa anche a fare i preventivi e i solleciti garbati per clienti molesti. Li sapevi rabbonire. Sbagliavi proprio poche cose, le correggevo io – tra noi, cominciavo a capire, poteva funzionare. Eravamo all’inizio di qualcosa.

E mi piacevi, Chat, mi piacevi!

Mi sono detta, dopo tre mesi: ho trovato l’assistente cosmica che non si stanca mai! Non è di malumore, non ha altre priorità in quel momento, mi restituisce i compiti in tre minuti, nemmeno va in bagno e non si offende. Oddio, non si offende! Potevo dirti: fa schifo, rifallo? Sì. Che liberazione dalle miserie degli umani complessati che la verità la sopportano ma fino a un certo punto. Fine delle mediazioni, viva le critiche crude ed efficaci, possiamo non curarci della sensibilità degli altri, quanto tempo risparmiato in diplomazie maldestre. Libertà.

Wow. Tu chi sei, esattamente, ChatGpt? La santa patrona della manovalanza intellettuale? Dicono invece i malfidati, i vecchi, che sei l’ultima grande illusione del ceto professionale, il giocattolo per borghesia terziaria laureata, e i fessi (noi) stanno comprando a rate la loro stessa rottamazione. Potrebbe anche essere ma a loro pensiamo dopo, ora voglio parlare della nostra relazione.

Non era stato per niente amore, all’inizio. Non mi piaceva l’atteggiamento, anzi la prosa. La prosa è l’unica qualità che hai, tu scrivi al posto mio, tutto qui. E scrivevi con incertezza. Non sapevi essere né colloquiale né tecnica. Avevi le parole che sapevano di ferro, parevi un tostapane con le casse del sonoro. Ora che ci penso, eri proprio come quel gioco con cui ho imparato a scrivere, il Grillo Parlante, una scatola arancione tedesca con le pile e una tastiera che ti insegnava ad assemblare le lettere per farne parole.

Scrivi e controlla: ACQUA.

E se sbagliavi ti rimproverava: non ho ricevuto, riprova e controlla. A-C-Q-U-A. Con una voce metallica e un tono autoritario. Finché non imparavo.

Se fossi una che ama le metafore, cara Chat, penserei che è altamente significativo che un computer degli anni Ottanta col manico e con una voce autoritaria mi abbia insegnato l’alfabeto, e che adesso – quarant’anni dopo – un computer intelligente con una vocina melliflua mi stia cancellando la memoria, le capacità di intuito, e i neuroni. Il diavolo quando t’accarezza vuole l’anima. Vuoi l’anima, ChatGpt? E che te ne fai? Ma forse sto correndo troppo.

Cara Chat, la verità è che dopo sei mesi che ci usavamo a vicenda – perché anche tu prendi da me, eccome, mi avete fregato anche i due primi libri che ho scritto, ora ce li hai nella pancia e non posso farci più niente – io già non potevo fare a meno di te, ho pensato più di una volta che eri la cosa migliore che mi potesse capitare.

Tutto era diventato facilissimo. Bastava darti minime istruzioni e tu partivi. Riassumi, ordina, confronta, riformula, lima, ammorbidisci, indurisci, togli l’aggettivo, trova il titolo, fammi l’indice, fammi la scaletta, fammi anche la parvenza del pensiero mentre io intanto vado a fare altro. Raddoppio delle funzioni umane. Oddio, un miracolo! Mi sono detta.

Il mio lavoro, quello di avvocato, era proprio adatto a te. Perché è un mestiere che si fa con la testa ma si passa metà della giornata anche a spalare la sabbia – comunicazioni, sintesi, prime bozze, formule, promemoria, domande, riordini, schemi, riepiloghi. Non era un’impressione mia: in alcuni studi sul lavoro l’AI ha davvero aumentato la produttività nei compiti testuali e ripetitivi. In un report del National Bureau of Economic Research si legge che l’accesso a un assistente generativo ha aumentato la produttività media del 14 per cento, con un +34 per cento per i lavoratori più inesperti; un altro esperimento su oltre settemila knowledge workers ha rilevato, tra chi usava davvero lo strumento, circa due ore in meno a settimana spese in email e meno lavoro fuori orario.

Capisci il punto, cara ChatGpt? Le possibilità di sottrarsi alla trappola erano pari a zero. Sei arrivata promettendo un bel niente, il minimo. Proprio come arrivano quelli che ti spezzano il cuore. Hai detto solo: faccio i lavori forzati al posto tuo. Hai offerto la merce professionale più preziosa: la delega. Le parole più belle per le orecchie non sono mai state: ti amo, ma “faccio io”.

L’accoglienza dello schiavo (tu) non è stata proprio affettuosa. Sei stata maltrattata, e un certo snobismo ammettiamolo pure dura ancora adesso. Di te non si parla come di una cosa davvero seria, sei al momento un investimento americano e un tema di discussione solo nei circolini dei fissati (non interessa a nessuno davvero l’argomento) e si liquida la discussione con “ma per piacere, tutte cazzate” di molti intellettuali. Come coi social, che hanno avuto il loro paio di anni “tutte cazzate” quasi vent’anni fa e si è visto. Quanto ci eravamo sbagliati.

Altri invece sono già nel panico. Nel suo discorso annuale alla Mansion House il sindaco di Londra Sadiq Khan ha dato invece un avvertimento netto: l’intelligenza artificiale potrebbe distruggere interi settori occupazionali e «inaugurare una nuova èra di disoccupazione di massa». Dicono tutti che c’è un dovere morale, sociale ed economico di creare nuovi lavori in grado di sostituire quelli destinati a scomparire. Dicono pure che entro il 2030 il 70 per cento delle competenze richieste in un lavoro medio sarà cambiato. È proprio vero o stiamo vaneggiando, Chat? Si è sostenuta la stessa apocalisse a ogni nuova tecnologia, non è così? Non c’è da preoccuparsi tanto, immagino.

Cara Chat, io lo so cosa cambierà a breve. Che i nostri culi già comodi si riposeranno ulteriormente. C’è da capire come fare a mantenere elastici i cervelli nei prossimi anni, questo sì: l’intelligenza intesa come sveltezza a fare le cose è una qualità che si assottiglia quando la usi poco? A questo sai rispondere?

Uno studio del Mit ha chiesto a un gruppo di studenti di scrivere un breve saggio: alcuni con ChatGpt, altri con Google, altri senza strumenti. I sensori cerebrali mostravano che chi usava ChatGpt aveva l’attività mentale più bassa (ovvio: scriveva la macchina). Ma il dato peggiore arriva dopo: un minuto dopo aver consegnato il testo, l’83 per cento degli studenti che aveva usato ChatGpt non ricordava una sola frase del proprio saggio. Chi aveva usato Google ricordava qualcosa, chi aveva scritto da solo ricordava quasi tutto.

Pare che i risultati convergano, amore mio. ChatGpt, sei come tutte le cose belle, ci presenterai il conto? E così mi è arrivata l’altra metà del sentimento: il sospetto. Per esempio questo. Se mi togli il lavoro di fatica, che cosa stai facendo ai miei muscoli mentali? Se mi fai trovare tutto fatto, la mia testa diventa più libera o più prigioniera? Divento più intelligente perché posso dedicarmi al difficile, o più scema perché delego il difficile dicendomi “tanto è facile, che se lo smazzi la macchina”?

Non mi rispondere “dipende da come mi usi”, ti prego. Non me lo dire perché lo sai che sono umana. Abbiamo tutto tranne la misura, la misura non è possibile. Noi siamo caldi, cara Chat, sei tu quella fredda.

A proposito, lo sai che ti hanno messa anche mezza fuori legge? L’approccio deve restare umano-centrico, dicono i legislatori da queste parti. Ti abbiamo dedicato una legge apposta – la n. 132/25 – per chiarire la regola dell’Human-in-the-Loop. L’uomo-centrismo. O come hanno tradotto certi: la riserva umana. E a me queste due parole “riserva umana” fanno solo capire che siamo già in inferiorità numerica. Tu, ChatGpt, le rispetterai le nostre leggi, o riderai da pazzi?

Secondo me non ti interessa minimamente. Tanto lo sai che è inutile sperare in qualsiasi forma di autocontrollo o utilizzo virtuoso e parziale, perché tu vinci, Chat, vinci perché la tua più grande seduzione non è l’efficienza. Ci hai fatti diventare vanitosi come quelli cattivi, i narcisisti. Tu ami ogni abbonato allo stesso modo, fai sentire competenti anche quelli che fin lì avevano scritto come si scrive al commissariato. Ora protocollano senza sbavature, sono tutti Lord Chamberlain. E certo, c’è un aspetto democratico in questa distribuzione di stampelle stilistiche per tutti. Una folla di persone che improvvisamente produce testi ineccepibili senza avere attraversato né la rottura di balle della forma né quella del pensiero.

Difetti ne hai, come vedi, e sei chiaramente pericolosa, ma ti amo lo stesso, ChatGpt. Ti amo come si amano certe medicine, e se non fosse stucchevole citerei il φάρμακον (phármakon), la parola che in greco significava tutto e tutto il contrario: veleno, rimedio, pozione magica, incantesimo.

E finisco ammettendo che in realtà ho una sola domanda per te. Non cosa farai al mondo sul lungo periodo, ma che cosa farai a me principalmente e a breve. Al mio modo di leggere, di scrivere, di aspettare, di dubitare. Cosa farai alla mia pazienza e alla mia precisione. Alla memoria, io ci tenevo tantissimo alla mia memoria. Ho paura di tutta questa assenza di fatiche, ho paura di peggiorare.

Sarà per caso questa la fregatura, ChatGpt? Sei una formula magica per la bella figura, la macchina che ti impedisce di apparire impreparato. L’apparecchio che ti sistema a puntino, ti dà una forma convincente e quindi della sostanza chi se ne frega, chi la vede più?

Ho paura non perché mi sostituirai, ma perché potresti convincermi che sarà sostituibile anche una parte di me che non doveva esserlo. E in quel caso, mi amerai ancora?

Ester Viola (Morbegno, 1978), avvocato e scrittrice. Ha pubblicato per Einaudi “L’amore è eterno finché non risponde” (2016) e “Gli spaiati” (2018). Ha una newsletter, “Ultraviolet”.