Jonathan Coe è diventato per l’Europa il cantore dell’Inghilterra con romanzi spesso politici come La banda dei brocchi e Middle England. E infatti i suoi libri hanno più successo in Francia o in Italia che non nella madre patria. È da poco uscito per Feltrinelli La prova della mia innocenza che parla dell’omicidio di un giornalista che indaga su un centro studi di fanatici che vuole portare il governo sempre più a destra. Nei nuovi uffici della casa editrice milanese, Coe ci racconta di aver visto in aeroporto la massiccia autobiografia di Boris Johnson, che non leggerà, ma, dovesse essere costretto, la leggerebbe più volentieri di quella dell’ex premier Liz Truss, quella che è durata solo un mese e mezzo, con cui si è anche ritrovato a cena insieme a Kazuo Ishiguro.
Partiamo dalle cose importanti. La reunion degli Oasis.
Non sono mai stato un grande fan degli Oasis. Sono della decade sbagliata. Ho smesso di ascoltare musica pop negli anni Ottanta con gli Smiths. E comunque ho sempre pensato che gli Oasis fossero un po’ derivativi dei Beatles, che invece mi piacciono. Le mie figlie invece, che hanno vent’anni, sono molto esaltate all’idea, andranno al concerto.
Cosa pensa di un altro ritorno, invece, quello del Labour al governo dopo vari anni di premier conservatori? Vede qualche speranza in questa sinistra inglese?
Molte persone pensano che Keir Starmer non sia nemmeno di sinistra, e che la vera sinistra sia stata quella di Jeremy Corbyn. Non farò previsioni, perché è un momento complicato per la politica, in tutto il mondo. Ho provato un grande sollievo quando Starmer è stato eletto, che abbia vinto la maggioranza parlamentare, perché quattordici anni di governo conservatore sono stati distruttivi, pieni di corruzione e di menzogne, e in otto anni abbiamo avuto sei primi ministri, una grande instabilità.
Quasi come in Italia.
È quello che mi dicono sempre gli italiani: «Benvenuto nel nostro mondo». Con Starmer possiamo avere un po’ di respiro. È un tecnocrate, è competente, è rispettabile. Quindi per cinque anni possiamo aspettarci un quinquennio di politica centrista relativamente noiosa. Dopo il caos degli ultimi tempi è una buona cosa. Ma non sono convinto che lui e il suo partito abbiano la forza di riportare la sinistra in auge, visti i successi della destra nel mondo. L’abbiamo appena visto con Donald Trump in America. E il Partito conservatore britannico si sta riorganizzando, sta acquisendo una nuova energia, e ha appena eletto un leader molto più radicale e di destra dell’ultimo premier, Rishi Sunak. E più nell’ombra abbiamo una figura come Nigel Farage e il suo Reform Uk, le sue politiche e quelle del Partito conservatore, come cerco di mostrare nel mio libro, si stanno avvicinando sempre di più. C’è la possibilità che i due partiti si uniscano, o che Farage entri nei Tory e diventi una figura potente, perché come Trump il suo populismo può attrarre molte persone. Non è proprio il momento che la sinistra si riposi sugli allori solo perché Starmer ha vinto, la sua popolarità è già scesa in modo considerevole negli ultimi mesi. Forse è una cosa normale quando hai un nuovo leader, ma ha un compito impossibile, e spero solo riesca a fare qualche progresso contro la spinta sempre più a destra dei conservatori e la spinta sempre più a destra dei media inglesi.
In La prova della mia innocenza vediamo che c’è ancora chi vuole far fuori i giornalisti.
I giornalisti sono ancora importanti, sì. I giornalisti che creano guai, che dicono la verità, come prova a fare a modo suo Christopher in questo romanzo, rischiano qualcosa.
Non mi sembra però che nel Regno Unito ci siano stati assassinii politici di giornalisti da un po’ di tempo, questo è un bene. Speriamo resti così ancora a lungo. Ma è tipico dei regimi autoritari, a cui si ispirano queste destre. Silenziano i giornalisti e mettono al bando i libri. Sono le classiche prime azioni di ogni regime autoritario. Non vogliono che la gente dica la verità e non vogliono che la gente usi la propria immaginazione.
E poi c’è un altro tipo di censura, quella dei libri con idee ed espressioni un po’ antiquate, che alcuni vogliono correggere, riscrivendo La fabbrica di cioccolato.
È il modo sbagliato di procedere. Dobbiamo decidere con onestà se un libro che trent’anni fa era un riflesso appropriato della società lo è ancora oggi nel presente. E se non lo è, invece di cercare di sanificarlo, se ci disturba dovremmo leggere altri libri, o libri più recenti. Ma gli editori non vogliono mettere da parte i libri che hanno un’ampia diffusione, non vogliono farlo con Roald Dahl e altri autori per bambini, non vogliono perché vendono parecchio. Fosse per me, se vuoi continuare a fare soldi con questi libri, da editore dovresti comportarti onestamente e al massimo mettere una nota che dice qualcosa che ti para il fondoschiena, una cosa tipo: «Era la postura di un’altra èra». È un’idea offensiva quella di riscrivere le parole di uno scrittore.
Lei ha studiato all’università il romanziere settecentesco Henry Fielding. Oggi, ci dicono i dati, anche nei corsi di letteratura universitari gli studenti non riescono a finire i romanzi, troppo lunghi.
È un paradosso. Perché nel mondo commerciale dell’editoria i libri lunghi possono avere un grandissimo successo. I lettori, se gli piace il mondo in cui un autore li sta invitando, spesso vogliono stare lì dentro per molto tempo. Pensiamo a una serie di grandissimo successo come Harry Potter, gli ultimi libri sono immensi. Conosco ragazzi che li hanno letti più e più volte e la lunghezza non li ha mai infastiditi. Allo stesso tempo, e so che è un cliché, i social media e gli smartphone hanno distrutto la nostra curva dell’attenzione, e come molti cliché penso ci sia della verità. Io stesso non leggo quanto leggevo prima, forse è che sto invecchiando, ma forse è anche perché non sono più in grado di avere quell’attenzione prolungata che ti richiede un romanzo impegnativo. Quindi non mi sorprende che i prof di letteratura facciano fatica a far leggere Henry Fielding o Charles Dickens o Victor Hugo. Ma non penso che la nostra curva dell’attenzione sia stata indebolita in modo irrimediabile, e c’è ancora un piacere nella lettura, nell’immergersi in lunghi romanzi. Forse è semplicemente arrivato il momento per riscrivere il canone e insegnare libri diversi. Henry Fielding purtroppo è insegnato molto poco in Inghilterra. Ma le mode in letteratura vanno e vengono. E in questo non c’è niente di sbagliato. Se un romanzo quarant’anni fa era considerato un grande classico, non c’è motivo per cui oggi debba ancora essere considerato tale. Ci sono sempre degli altri libri disponibili.
Magari Fielding riavrà il suo momento tra qualche anno.
Il canone è in un costante stato di fluttuazione. Se i tuoi studenti trovano impossibile leggere un romanzo di cinquecento pagine, cerca un altro romanzo di cinquecento pagine con cui potrebbero connettersi di più.
Lei come scrive?
Quando scrivo un libro per me esistono due fasi. C’è il pensare, il sognare il libro, che prende una specie di forma e solidità nella mia mente, e poi, seconda fase, il vero e proprio mettere le parole sulla pagina. E i due processi a un certo punto si incrociano appena, ma essenzialmente sono separati. Penso a lungo a un libro prima di scriverlo. Per La prova della mia innocenza magari ho preso qualche appunto mentre pensavo, sì, ma non molti, e ci ho pensato per circa un anno. I personaggi prendono forma, inizia a emergere la storia, mi vengono in mente certi episodi. Quando la forma è soddisfacente mi siedo e inizio a scrivere, e a quel punto la scrittura è piuttosto veloce. Scrivo in un inglese alquanto semplice. È uno dei motivi per cui i miei libri sono facilmente traducibili e possono attrarre lettori di altri paesi, perché lo stile non è la cosa importante dei miei libri. Non passo molto tempo a scegliere le parole, a pensare a quali parole usare, scrivo velocemente. In una buona giornata posso scrivere anche cinque pagine. E se scrivi cinque pagine per trenta settimane hai il tuo libro.
Il fatto che sia apprezzato all’estero ha a che fare solo con la lingua?
Quando ho iniziato a scrivere, se non altro quando ho iniziato a essere pubblicato, non avevo capito l’importanza della particolarità nella narrativa, anche delle particolarità geografiche. Ne avevo paura. Ho sempre voluto dei lettori internazionali, se non altro europei, perché mi piace viaggiare in paesi come la Francia, la Spagna, l’Italia. Speravo di esser letto da persone di questi paesi. Ma con i miei primi tre libri non è andata così, non sono nemmeno stati tradotti. E mi sono reso conto più tardi che mi stavo sforzando troppo a scrivere cose non troppo inglesi. Invece la britishness dei miei libri, qualsiasi cosa voglia dire, ho capito che piace ai lettori di altri paesi. Ci sono persone che incontro in Inghilterra, persone di sinistra, che sono timide nell’esprimere il proprio patriottismo, e non sanno che c’è un discreto livello di anglofilia nel mondo. Si è visto quando abbiamo lasciato l’Unione europea, eravamo considerati una spina nel fianco, ma una spina nel fianco utile. Sollevavamo domande che altre nazioni non sollevavano. Io beneficio di questa anglofilia perché, anche se la cosa non è intenzionale – non ci penso mentre scrivo – offro una finestra sul Regno Unito, una certa atmosfera inglese, e forse un modo di esprimere emozioni e affrontare le emozioni che attrae persone di altri paesi, perché sono modi diversi dai loro.
Con questo romanzo ha scelto una protagonista donna, e non è la prima volta. Com’è scrivere da un punto di vista femminile con i tempi che corrono?
È un salto nel buio. Esco dalla mia prospettiva. Ma penso che la narrativa finisca in un cul-de-sac quando non fai quel salto. Non direi che sono coraggioso, perché anche personaggi come Rashida, che è giovane, donna e nera, condivide comunque con me molti atteggiamenti, e il mio stesso background sociale. Conosco i miei limiti, e qui un pochino provo a spingerli. Ma ho 63 anni, ho conosciuto molte donne nella mia vita, penso di averne conosciute abbastanza da essere in grado di sapere come parlano e come vedono il mondo. E ho due figlie. Faccio semplicemente il lavoro dello scrittore di narrativa.
La serie tv Friends ha un ruolo importante nel libro. È un fan?
L’ho vista due volte. La prima volta quando è uscita negli anni Novanta, che ero sulla trentina e potevo relazionarmi con i personaggi anche se erano appena più giovani di me. In qualche modo parlava alla mia generazione. E poi l’ho rivista con le mie figlie e loro erano davvero dipendenti dalla serie e guardavano anche tre volte lo stesso episodio e a un certo punto ho pensato: ho visto troppo Friends nella mia vita ora. Ma poi quando ho iniziato a scrivere questo libro mi sono detto: finalmente un modo per poter usare quell’esperienza. Trovo qualcosa di toccante nel fatto che la generazione delle mie figlie abbia continuato a guardare questa serie, anche perché rappresenta un mondo che precede i social media, un modo di vivere che precede la conquista della loro vita.
Lei non fa binge-watching? È una cosa da millennial?
Uno dei motivi per cui leggo meno oggi è perché c’è davvero dell’intrattenimento di buona qualità sugli schermi. Come molte persone della mia età mi lamento spesso del continuo declino del cinema, come Martin Scorsese non sono un grande fan dei film Marvel. Ma molte cose si sono spostate sulle piattaforme streaming.
Cosa guarda?
Mi piace la serie britannica Slow Horses, quasi di spionaggio, su AppleTv. Ma c’è un’altra cosa da dire sul binge-watching: non ti ricordi bene cosa hai visto. Le cose non si incastrano più nel tuo cervello, rispetto per esempio ai romanzi. Spesso la tv la guardi oggi e domani l’hai già dimenticata.
Ci ricordiamo ancora i romanzi che leggevamo da adolescenti.
A quell’età abbiamo una mente particolarmente ricettiva. A dodici anni ho letto Catch 22 di Joseph Heller, non l’ho mai più riletto ma lo ricordo con vividezza. Ricordo di aver improvvisamente capito che un romanzo può essere serio e divertente allo stesso tempo, nessuno me l’aveva mai detto! Ha avuto un grande effetto sulla mia scrittura.
Si diverte a scrivere?
Con questo libro sì, perché mi sono nascosto dietro al pastiche, imito generi come il dark academia o il cozy crime, e questo mi permette di mettere uno schermo protettivo tra me e la realtà. Mi sono divertito, cosa che non facevo dai tempi de La famiglia Winshaw. Per libri più seri e personali come Bourneville la scrittura è più una sfida, assomiglia di più al lavoro. Qui invece no, è come non lavorare.
L’idea del cozy crime è interessante, un modo molto inglese per ammorbidire l’orrore degli omicidi.
La gente è da sempre attratta dai misteri e dagli scandali. Non è il nostro movente più sofisticato per essere attratti da qualcosa, ma è proprio della natura umana. Quello che mi interessa del cozy crime è questo appetito oscuro per il crimine e l’omicidio e per ciò che è sinistro e crudele e che però in questo genere viene fasciato dentro l’Inghilterra rurale pittoresca e quasi mitologica che non esiste più e che forse non è mai esistita. È un paradosso, ma siamo un paese molto paradossale. L’ala a destra del partito di destra fa eleggere una leader donna e nera e il partito di sinistra non ha mai avuto né un leader nero né un leader donna. Per me da scrittore l’Inghilterra rimane un paese di paradossi e contraddizioni perché è quello che nutre la mia immaginazione.
E dell’ondata di autofiction contemporanea cosa dice?
Non mi piace mettere giù delle regole per gli scrittori, penso che gli scrittori possano scrivere tutto quello che vogliono. Ma io non saprei come fare a scrivere autofiction. Per scrivere devo nascondere, per dire quello che voglio dire devo mettere finestre protettive tra me e il mondo, tra me e il lettore. E così mi devo inventare trame complicate, coincidenze, un grande cast di personaggi, esattamente l’opposto dell’autofiction. Se qualcuno vuole fare quello, prego faccia pure. Ciò che un po’ satirizzo, o su cui mi pongo domande in questo libro, è il tono un po’ troppo evangelico che trovo negli autori di autofiction quando fanno interviste. La pretesa che questo tipo di scrittura permetta di arrivare a un’autenticità e un’onestà che non si possono ottenere con la narrativa. Su questo sono profondamente in disaccordo, il mio tipo di narrativa, per quanto piena di stratagemmi, può essere molto veritiera e molto onesta, tanto quanto l’autofiction.
Sta scrivendo un nuovo libro?
Ci sto pensando.