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La letteratura è come il sesso: piacere e conoscenza

Javier Cercas a quattordici anni ha perso la fede e ha trovato la letteratura. Caffè, CocaCola, pisolino: la gioia di scrivere e l’entusiasmo costante per Borges e Kafka. Il viaggio con Papa Francesco in Mongolia per chiedergli, anche per conto di sua madre, se esiste la vita dopo la morte. Ma la vera letteratura non offre risposte, solo altre domande. Conversazione con un laicista militante alla fine del mondo

Lo scrittore spagnolo Javier Cercas, nato nel 1962, ha avuto enorme successo con Soldati di Salamina, amato da Susan Sontag e da Vargas Llosa, libro che racconta della guerra civile spagnola e dei repubblicani che fucilano i falangisti. Da allora Cercas ha scritto libri che mescolano le sue esperienze personali con la Storia, tra colpi di stato falliti e vite di grandi impostori. Incontro il membro della Real Academia Española a Mestre, dove è ospite del Festival delle idee. Non riesco subito a intervistarlo però, perché veniamo portati a cena da Aldo Cazzullo, che con Cercas parla di Sinner, di san Francesco e di politica spagnola, e conosce i nomi esatti di tutti i crostacei che ci vengono serviti. Ci riprovo poi al ritorno di Cercas in Italia. Perché lo scrittore, oltre a parlare perfettamente italiano e leggere libri in lingua – quando lo incontro sta leggendo La ricreazione è finita, di Dario Ferrari – viaggia spesso nel nostro paese. E di un viaggio parla anche il suo ultimo libro: Il folle di Dio alla fine del mondo (edito da Guanda, tradotto da B. Arpaia). Cercas, dichiaratamente ateo, “laicista militante, razionalista ostinato, empio rigoroso”, viene contattato dal Vaticano per seguire Jorge Mario Bergoglio, Papa Francesco, nel suo viaggio in Mongolia, e tra steppe e cardinali, rinnovamenti ecclesiastici e citazioni di Arendt e san Paolo, aleggia una domanda fondamentale: “esiste la vita dopo la morte?”.

«Sono uno scrittore perché ho perso la fede», scrive a un certo punto del libro. Come mai?

A quattordici anni, dopo aver letto San Manuel Bueno, martire di Miguel de Unamuno – e poi il resto della sua opera –, persi la fede; allora andai a cercare nella letteratura la sicurezza e le risposte che fino ad allora mi aveva fornito la fede. Naturalmente questo era un errore, perché la letteratura – quella autentica – non fornisce né sicurezza né risposte, ma solo più domande, più inquietudine. Ma quando l’ho scoperto era già troppo tardi. Per il resto, non credo che il mio caso sia così eccezionale, almeno dalla metà o dalla fine del XIX secolo: da allora, alcuni scrittori hanno cercato o trovato nella letteratura un surrogato della fede perduta.

Nonostante, e forse proprio per questo, è stato invitato a seguire il Papa in questo viaggio. L’ha sorpresa Bergoglio quando le ha detto: «Scriva quello che vuole?»

Ciò che mi ha sorpreso enormemente è che il Vaticano mi abbia aperto le sue porte e mi abbia permesso di parlare con chi volevo, chiedere ciò che volevo e scrivere ciò che volevo. È qualcosa che la Chiesa non ha mai fatto in oltre duemila anni di storia. Come potevo rifiutare un invito del genere?

Ha davvero scritto quello che voleva? E soprattutto, ha avuto dopo la pubblicazione dei feedback da parte di autorità religiose o del mondo cattolico che l’hanno sorpresa?

Naturalmente ho scritto quello che volevo: se così non fosse stato, non avrei pubblicato il libro, né avrei nemmeno iniziato a scriverlo. Aggiungo che in Vaticano non mi hanno nemmeno chiesto di leggere il libro prima di pubblicarlo. Sono stato io a chiedere a una persona del Vaticano, Andrea Tornielli, di leggerlo e di fare da factchecker (lo ha fatto, e lo ha fatto molto bene e con grande rispetto: si è limitato a segnalarmi gli errori fattuali contenuti nel manoscritto, come ce ne sono in tutti i manoscritti). Per quanto ne so, la reazione delle autorità religiose e dei cattolici è stata molto positiva; credo che molti siano rimasti sorpresi dal rispetto con cui un ateo si avvicina alla religione. E anche dal fatto che al centro di questo libro c’è il centro del cristianesimo (un centro che a quanto pare alcuni cristiani hanno dimenticato): la follia totale della resurrezione della carne e della vita eterna. Questo non è un libro che pretende di difendere la Chiesa, né di attaccarla. Questo libro pretende solo ciò che tutti i miei libri pretendono: capire, mostrare le cose con tutta la complessità possibile, porre le domande più complesse nel modo più complesso possibile. Mi sembra che questa sia la missione della letteratura.

Questo libro l’ha definito «un esperimento eccentrico». Ma spesso i suoi libri non arrivano da una scelta precisa, come diceva nell’incipit dell’Impostore «io non volevo scrivere questo libro». Cosa vuol dire quindi per lei scrivere un libro? Cos’è la letteratura?

La letteratura è prima di tutto un piacere, come il sesso; ma è anche una forma di conoscenza, come il sesso. Ecco perché quando qualcuno mi dice che non gli piace leggere, l’unica cosa che mi viene in mente è dargli il mio cordoglio, come se mi avesse detto che non gli piace il sesso. La letteratura è un modo per vivere di più, in modo più ricco, più complesso e più intenso.

Come pensa che possano cambiare i lettori leggendo Il folle di Dio alla fine del mondo rispetto al loro rapporto con la Chiesa? Qual è la cosa che l’ha cambiata di più di questo viaggio?

Questo libro mi ha cambiato completamente. Ma, ovviamente, un libro è un’avventura, e un’avventura che non ti cambia non è un’avventura. La letteratura, come ho appena detto, è una forma di conoscenza, e la conoscenza che non ti cambia non è conoscenza. Ma questo libro ha cambiato tutto: la mia visione della religione, del cristianesimo, della Chiesa cattolica, del Vaticano, di me stesso. Spero che al lettore accada qualcosa di simile; ma, poiché ogni lettore crea il proprio libro – in questo consiste la lettura –, ogni lettore cambierà in modo diverso.

Lei chiede al Papa se il paradiso esiste.

Questa è la domanda centrale di questo libro. Guarda, quando mi hanno proposto di scriverlo, la prima cosa a cui ho pensato è stata mia madre. Mia madre era una persona profondamente religiosa, una cattolica devota (in un punto del libro si dice che, se paragonata alla fede di mia madre, quella di Papa Francesco era piuttosto vacillante). E quando mio padre morì, lei diceva che lo avrebbe rivisto dopo la morte; non lo diceva perché fosse una sua idea, ma perché è il centro del cristianesimo («Noi risorgeremo perché Cristo è risorto», scrive san Paolo, che in un certo senso ha creato il cristianesimo. «E se Cristo non è risorto, vana è la nostra fede»). E, non appena me lo sono ricordato, ho capito di cosa avrebbe parlato il mio libro, che effettivamente parla di questo: di come un pazzo senza Dio – io – va alla ricerca del pazzo di Dio – Francesco – fino alla fine del mondo – la Mongolia – per fargli la domanda più elementare e allo stesso tempo più essenziale per un cattolico: mia madre vedrà mio padre dopo la morte, come dice lei? Vado anche per porre questa domanda al Papa, per ascoltare la sua risposta e per riportarla a mia madre. Quindi questo libro è una sorta di thriller, di romanzo poliziesco, solo che in esso l’enigma non è un enigma qualsiasi, è l’enigma centrale del cristianesimo, cioè l’enigma o uno degli enigmi centrali della nostra civiltà: la resurrezione della carne e la vita eterna. Di questo tratta questo libro.

Lei scrive che «La cultura occidentale è inseparabile dalla cultura cattolica». Pensa che oggi questa cultura stia cambiando, che l’influenza cattolica sia minore e che venga sostituita da altre?

Sì, certo, l’influenza della Chiesa cattolica è minore oggi rispetto al Medioevo o a un secolo fa. Ma ciò non significa che l’Europa non sia ancora culturalmente cristiana.
«Non possiamo non dirci cristiani», disse l’agnostico Croce. E aveva ragione: il cristianesimo è stato determinante per l’Europa sotto tutti i punti di vista e, sebbene oggi la sua influenza sia minore, l’Europa continua a essere cristiana. L’Europa è una congiunzione di Gerusalemme e Atene, di Cristo e Socrate, della Ragione e della Rivelazione. Questa non è un’opinione, è un dato di fatto.

Il mondo ha bisogno del Papa? O solo la Chiesa ha bisogno di un Papa?

Non credo che il mondo abbia bisogno di un Papa, ma credo che il Papa possa fare cose buone per il mondo (e anche cattive). Detto questo, è ovvio che i media esagerano molto il potere politico del Papa. A differenza dei papi precedenti, quelli attuali non hanno alcun potere politico effettivo. Possono avere influenza, ma non potere politico reale, o lo hanno solo in Vaticano, che è uno stato insignificante. Il potere politico reale è nelle mani dei politici: Trump, Xi, Macron ecc. Non bisogna chiedere al Papa ciò che il Papa non può fare. A Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio.

Aldo Cazzullo, che appare anche nel libro, l’ha definito «il più importante scrittore civile d’Europa». Cosa vuol dire oggi essere uno scrittore civile, secondo lei? A cosa servono, cosa possono fare oggi gli scrittori?

Non so bene cosa significhi “scrittore civile”, in verità. Quello che so è che gli scrittori devono fare oggi quello che hanno sempre fatto: scrivere nel miglior modo possibile, con la massima energia e complessità possibile. Ma noi scrittori non siamo creature semidivine, fauni o ninfe appollaiate su una torre d’avorio, siamo cittadini normali, con gli stessi obblighi degli altri cittadini. Assumere questa doppia condizione significa essere uno “scrittore civile”? Allora lo sono, o cerco di esserlo. Essere uno “scrittore civile” significa considerare la letteratura un piacere, ma anche una forma di conoscenza? Allora lo sono, o cerco di esserlo. Essere uno “scrittore civile” significa considerare la letteratura un gioco, ma un gioco in cui si rischia tutto, che impegna completamente lo scrittore (e anche il lettore)? Allora lo sono, o cerco di esserlo.

Parliamo di politica. Lei ha espresso più volte scetticismo sull’attuale premier spagnolo Pedro Sánchez. Come mai? Non è una delle poche forze politiche che resiste all’ultradestra?

Devo darle una brutta notizia: il governo spagnolo è sostenuto da partiti di destra, come i nazionalisti baschi del Pnv, e persino di estrema destra, come i secessionisti catalani di Junts per Catalunya. Questa è una delle cose che non mi piacciono di questo governo. Guardi, ho votato due volte per Pedro Sánchez – entrambe le volte che si è candidato alla presidenza del governo – e, prima delle ultime elezioni, quando tutto faceva pensare che avrebbe perso, ho scritto un articolo a suo sostegno. Ma in questo secondo mandato ha fatto cose che non mi piacciono. Per esempio: il suo partito ha perso le elezioni, ma lui ha formato un governo con il sostegno della destra e dell’estrema destra nazionalista, per cui ha dovuto fare cose fondamentali che per sei anni, e fino a poco prima delle elezioni, aveva detto che non avrebbe fatto. In questo momento sua moglie è in attesa di giudizio, suo fratello è in attesa di giudizio, il suo procuratore generale dello stato è sotto processo, il suo braccio destro – Santos Cerdán – è in prigione, il suo ex braccio destro – José Luis Ávalos – è in attesa di giudizio e il braccio destro del suo braccio destro – Koldo García – è in attesa di giudizio. Non credo che, in queste circostanze, un presidente debba continuare a essere presidente: avrebbe dovuto lasciare il posto a un altro membro del suo partito. Per il resto, è vero che in Spagna la macroeconomia funziona, ma è altrettanto vero che siamo uno dei paesi europei in cui cresce maggiormente la disuguaglianza tra i cittadini (se non il paese in cui cresce di più). Non credo che questo sia molto di sinistra.

Però la sinistra è forte lì, più che in altre nazioni europee. Come mai?

Per l’alternanza al potere, che è l’essenza della democrazia. La destra si è corrotta mentre era al governo, e questo ha dato spazio alla sinistra; ora la sinistra si sta corrompendo mentre è al governo, e questo darà spazio alla destra. Lo sappiamo bene: il potere corrompe (e il potere assoluto corrompe in modo assoluto, per questo bisogna evitarlo).

Come si spiega l’avanzata di questa nuova destra?

Ci sono molte spiegazioni. Una delle più importanti è la crisi del 2008, paragonabile solo a quella del 1929. La crisi del 1929 provocò in tutta Europa e in gran parte dell’occidente l’ascesa al potere o il consolidamento del fascismo (o dei totalitarismi); la crisi del 2008 ha provocato l’ascesa al potere o il consolidamento in tutta Europa e in gran parte dell’occidente del nazionalpopulismo, che non è fascismo ma una maschera postmoderna del fascismo. La storia non si ripete mai esattamente, ma si ripete sempre con maschere diverse, perché le circostanze storiche sono sempre diverse, ma noi esseri umani non smettiamo di ripetere più e più volte gli stessi errori. Lo scrisse Bernard Shaw: «L’unica cosa che si impara dall’esperienza è che non si impara nulla dall’esperienza».

Questa destra estrema da decenni prova a distruggere l’Unione europea (guardiamo la Brexit) – pensa che la Ue stia reggendo?

Sì, ma non sappiamo per quanto tempo L’Europa resisterà al populismo nazionalista solo se sarà in grado di costruire o iniziare a costruire uno stato federale, capace di combinare l’unità politica con la diversità linguistica e culturale. L’Europa unita è l’unico modo che abbiamo per preservare la pace, la prosperità e la democrazia resisterà. Secondo me, l’Europa resisterà all’assalto del nazionalpopulismo solo se sarà in grado di costruire o iniziare a costruire uno Stato federale, capace di combinare l’unità politica con la diversità linguistica e culturale. Non sono solo io a dirlo: Mario Draghi ha appena affermato qualcosa di simile. L’Europa unita è l’unica utopia ragionevole che noi europei abbiamo inventato (utopia non nel senso etimologico, ma nel senso di orizzonte desiderabile o ideale), perché è l’unico progetto in grado di preservare la pace, la prosperità e la democrazia nel continente.

Da ragazzo andò in Illinois e ci passò un paio d’anni. Com’era l’immagine che aveva dell’America? E quella di oggi?

Completamente diversa. Da giovane adoravo gli Stati Uniti: la loro letteratura, il loro cinema, la loro musica, tutto, ma sotto molti aspetti ormai non li riconosco più. Forse Donald Trump è il sintomo di un declino irreversibile: un motivo in più per cui noi europei dobbiamo unirci davvero ed emanciparci da un paese che non è più quello di una volta. Per il resto, i due anni che ho trascorso negli Stati Uniti sono stati meravigliosi e decisivi per me; e, nonostante tutto, ogni volta che ci torno mi sento a casa.

Torniamo alla scrittura. Qual è il suo metodo? Scrive la mattina? La sera? A casa? Al computer?

Scrivo soprattutto al computer, ma prendo molti appunti a mano. Scrivo a casa, ma anche negli hotel, negli aeroporti, ovunque. Scrivo soprattutto al mattino e al pomeriggio (la sera leggo e guardo film, a volte qualche serie televisiva). Per scrivere ho bisogno solo di quattro cose: correre al mattino, fare un pisolino – sono l’ultimo spagnolo che fa la siesta, chi lavora molto, come me, non può permettersi il lusso di non fare un pisolino – e bere caffè e CocaCola. Tutto il resto è superfluo.

Ha già in mente cosa scriverà quando si siede? O le idee arrivano mentre scrive?

Entrambe le cose. Ho un piano, ma poi improvviso molto; talmente tanto che il risultato finale non assomiglia affatto a quello che avevo previsto. La scrittura è uno strumento di conoscenza: so cosa voglio dire solo dopo averlo detto.

Mentre scrive legge cose che non hanno a che fare col libro a cui sta lavorando? O la distraggono?

Non ho regole: alcuni libri richiedono molta documentazione, altri meno. Ogni libro è completamente diverso. Ma di solito mi documento prima di iniziare a scrivere, anche se a volte continuo a documentarmi mentre scrivo. E, una volta che mi sono documentato, leggo per puro piacere, quello che mi va di leggere, senza pensare a quello che sto scrivendo, senza alcuna relazione con esso.

Ci sono autori che leggeva da ragazzo e che oggi non sono più così importanti?

Ci sono pochi autori che ho iniziato a leggere da adolescente e che continuo a leggere oggi con lo stesso entusiasmo e lo stesso interesse di allora. Ne cito due: Borges e Kafka.

Si aspettava il successo che ha avuto mentre scriveva Soldati di Salamina? E come l’ha vissuto?

Nessuno si aspettava il successo di Soldati di Salamina. Tenga presente che ero uno scrittore totalmente sconosciuto. Inoltre, all’epoca si pensava che la guerra civile fosse un argomento ormai superato: è stato proprio il successo inaspettato del libro a contribuire a riportare il tema in auge. Come ho vissuto il successo? Con perplessità. A volte con gioia. Spesso, sorprendentemente (o forse non così sorprendentemente), con un senso di colpa, come è risultato chiaro quando ho scritto il mio libro successivo: La velocità della luce.

Cervantes è il suo vero maestro ideale. Oggi molti giovani hanno problemi di attenzione e non riescono a finire i libri. Perderemo i lettori di Cervantes?

Non lo so. L’unica cosa che so è che, finché ci saranno lettori, Don Chisciotte continuerà a essere letto, perché più che un romanzo sembra un miracolo. Io lo rileggo continuamente, ma chi non l’ha letto è molto fortunato: può ancora leggerlo.

Lei usa i social? Cosa ne pensa?

Non uso i social network: li tengo d’occhio. Ovviamente non sono contrario. Di per sé, i social network non sono né buoni né cattivi: tutto dipende da come li usiamo. Il problema è che al momento li stiamo usando soprattutto in modo negativo.

Lei è stato amico di Roberto Bolaño, che appare anche in Soldati di Salamina. Come lo ricorda? E come spiega il successo che negli ultimi anni ha riavuto Bolaño tra i millennial?

Bolaño era un amico, anche se aveva dieci anni più di me. Durante la nostra amicizia eravamo due scrittori sconosciuti, ma lui era nel momento migliore della sua carriera e io in quello peggiore, o quasi, e in quel momento lui mi aiutò, incoraggiandomi e sostenendomi. Questo è il Bolaño che appare in Soldati di Salamina, un Bolaño forse un po’ idealizzato dall’affetto che ci legava, in ogni caso non il Bolaño reale, come lui stesso ha tenuto a ricordare nella prima recensione del libro che è stata pubblicata. Inutile dire che il suo successo postumo mi rende molto felice.

A cosa sta lavorando adesso? Un altro libro “che non voleva scrivere”?

Il prossimo anno pubblicherò un paio di saggi. Ho anche alcuni progetti in varie fasi di elaborazione, ma è meglio che non ne parli: se parli del libro che stai scrivendo, qualcosa di essenziale va perso.

Se lei non avesse fatto lo scrittore, cosa avrebbe fatto?

Fino ai quarant’anni ho fatto l’insegnante, ma in realtà non sono mai stato un insegnante che ogni tanto scriveva romanzi: sono sempre stato un romanziere che si guadagnava da vivere all’università, il che è molto diverso. Mi sarebbe piaciuto molto anche diventare un tennista.

Quando ha capito che la scrittura e la letteratura sarebbero state così importanti per lei?

A partire dai quattordici anni, quando ho perso la fede, ho iniziato a immaginarmi come scrittore. Ovviamente era un’idea assurda, perché la mia famiglia non era particolarmente interessata alla letteratura e non conoscevo nessuno scrittore; infatti, per me, a quel tempo, essere uno scrittore era come essere un astronauta. Eppure eccomi qui, a vagare nello Spazio.

Cosa le manca dell’infanzia?

La capacità di stupirsi. Lotto ogni giorno per mantenerla, ma è possibile – forse inevitabile – che con l’età si perda.

Come mai parla così bene l’italiano?

Perché mi piace leggere gli scrittori nella lingua in cui hanno scritto e da adolescente ho letto molti autori italiani. E perché venticinque anni fa, quando ho iniziato a viaggiare spesso in Italia, ho deciso che l’italiano e lo spagnolo sono la stessa lingua: latino mal parlato. E mi sono lanciato senza vergogna a parlare italiano.

Giulio Silvano (Lerici, 1989)  è  redattore di Nuovi Argomenti, ha  tradotto  alcuni libri (tra cui Bernard Malamud e Anne Carson), collabora con il Foglio.