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La mia America è piena della poesia dell’Iran

«La libertà non è né occidentale né orientale. La libertà è universale»: è uno slogan delle donne di Teheran contro la fatwa dell’obbligo del velo, nel 1979. Vale ancora oggi, anche negli Stati Uniti, democrazia in pericolo. Conversazione con Azar Nafisi, all’ombra del Watergate, sull’esilio, sul film di Eran Riklis, sull’arte che deve turbare. Finché abbiamo l’immaginazione, siamo liberi

Nata in Iran nel 1948, Azar Nafisi è figlia della prima donna eletta al Parlamento iraniano e del sindaco di Teheran al tempo dello scià. Dopo un dottorato in letteratura ha scritto diversi libri dove parla della forza dell’immaginazione e delle storie nella vita politica e privata di tutti noi.

Prima di trasferirsi in America organizzava lezioni clandestine di letteratura occidentale con alcuni suoi studenti, dopo esser stata mandata via per essersi rifiutata di indossare il velo. Da questa esperienza è nato Leggere Lolita a Teheran, diventato un bestseller e ora un film diretto da Eran Riklis. Sotto il curvilineo complesso del Watergate sulle rive del fiume Potomac, dove vive, abbiamo incontrato la scrittrice che ha appena pubblicato Leggere pericolosamente (pubblicato da Adelphi – «Avevo un ottimo rapporto con Calasso», ci dice). Abbiamo parlato di libertà, del film, di Primo Levi e della vittoria elettorale di Donald J. Trump.

Partiamo dalle elezioni?

Ho provato una sensazione di rabbia e indignazione. Ho sentito che c’era qualcosa che non andava con questa democrazia quando sono tornata negli Stati Uniti dopo aver presentato il film in Europa. Uno dei vantaggi di essere un’immigrata è che vedi le cose con gli occhi del vecchio mondo, e noti cose che la gente del luogo non vede. Alla fine di Leggere Lolita a Teheran uso una frase di Saul Bellow che dice che in Russia la brutalità era così ovvia, nelle democrazie non si ammazzano o torturano le persone, ma ciò che minaccia le democrazie è la nostra coscienza assopita e l’atrofia dei sentimenti. Chi è sopravvissuto, si chiede Bellow, al calvario dell’Olocausto come sopravvivrà al calvario della libertà? Nei miei libri provo a far passare l’idea che la libertà non ci è stata data, non ci siamo nati, milioni di persone sono morte, e muoiono oggi, per averla. Quindi anche la libertà è un calvario, perché deve essere protetta. Noi in quanto cittadini liberi siamo responsabili per noi stessi, per la nostra libertà. Se vivi in una società totalitaria abdichi alla tua individualità, la tua identità è definita da qualcun altro. Ma quando vivi in una democrazia devi rispondere alle minacce. Queste elezioni non riguardano solo Trump e i suoi milioni di seguaci, riguardano anche noi e dobbiamo chiederci: che cosa abbiamo sbagliato? L’America vuole essere comoda. Non vuole quel calvario. Come fai a stare comodo quando c’è un uomo cattivo lì fuori?

E che ruolo possono avere gli intellettuali, che dovrebbero essere figure scomode?

Gli intellettuali non sono più intellettuali. Io sono preoccupata per l’università. Perché penso che la conoscenza non debba prendere posizioni politiche, ma che sia un’investigazione della verità. Agli studenti non dovremmo insegnare quale posizione politica prendere, ma a come pensare in modo indipendente. I nostri intellettuali non lo fanno più. Le università in America sono controllate dai soldi. Se paghi 70 mila dollari l’anno non puoi chiamarla istruzione, ma business, ed è ovvio chi finisce in queste università d’élite. E poi, a prescindere dalla mentalità corporate, c’è la questione ideologica: tutto viene diviso tra bene e male. E si ritorna al fatto che gli americani non vogliono essere turbati, e gli intellettuali hanno abbandonato la curiosità di andare verso cose sconosciute, come Alice nel paese delle meraviglie. Dovresti saltare nel buco e non chiederti se tutto confermi quello che sai già, no, vuoi buttarti e basta, nel buio, e scoprire cosa c’è in fondo. Quell’urgenza è stata soppressa. Ora si parla una lingua diversa… Ce li avete in Italia i trigger warning?

Solo in certi ambienti.

Ti immagini essere un intellettuale e avere bisogno dei trigger warning? Se per leggere un libro hai bisogno di questi avvisi, cosa fai davanti alla realtà? Voglio citare James Baldwin che diceva: «Gli artisti sono qui per turbare la pace». Il ruolo dell’arte e dell’immaginazione è quella di disturbare, di turbare. E nessuno vuole più essere turbato. Tutti oggi ti giudicano in base alle tue posizioni politiche o, come nel caso di Israele e Palestina, in base alla tua origine. Mi fa impazzire.

Oggi è più difficile scrivere?

È più difficile ma è più necessario. Uno degli scrittori che amo molto, ed è estremamente umano, è Primo Levi. Parla di come noi sopravviviamo grazie alle storie, alla narrativa. Dobbiamo  raccontare  per  sopravvivere.
«Siamo schiavi, ci hanno portato via tutto. Ma c’è una cosa che non dobbiamo dargli, ed è il nostro consenso», dice Levi. E aggiunge che lui vuole scrivere perché vuole riunirsi alla «comunità dell’umanità». Il totalitarismo ci divide, la letteratura e l’arte ci uniscono.

E i libri bannati, la cancel culture?

Si dice che prima bruciano i libri, poi ammazzano le persone. Sai, i libri come le donne e le minoranze diventano segni della direzione politica in cui si sta andando. Quando lo dicevo anni fa mi prendevano in giro, dicevano che ero paranoica. Ma io sapevo che Trump avrebbe vinto, ci ho scommesso con degli amici e ho vinto una bottiglia di champagne.

Democrazia in pericolo dicevano i democratici, ma non ha funzionato. Kamala Harris non ha spaventato nessuno.

Penso che Trump sia un pericolo. Come con Hitler, anche se non voglio paragonarlo a Hitler, la gente pensa che sia un clown. Non lo prendono seriamente. Molti mi dicono: «Parla parla ma non farà niente». Ho notato una cosa in Iran ai tempi: la gente non voleva accettare la realtà. Dell’ayatollah Khomeini dicevano: «Ma è solo un vecchio, non farà mai niente». E non è stato così. Primo Levi diceva anche che «i mostri esistono, ma sono troppo pochi per essere pericolosi, sono più pericolosi gli uomini comuni». Oggi non è importante cambiare i governi, ma cambiare la mentalità. Finché hai un governo con una mentalità divisiva, vivremo in questa situazione. Ho paura di queste persone che appoggiano Trump. Lui non sarebbe niente senza il suo popolo.

Non può fare a meno di fare parallelismi tra Iran e America.

Il motivo per cui ho scritto e per cui scrivo ancora è che, quando sono arrivata negli Stati Uniti, se si parlava della repressione delle donne alcuni dicevano: «Ma è la loro cultura, vogliono essere così, non dobbiamo criticarli». Questo mi ha davvero colpito. Un paese vecchio cinquemila anni, un’antica civiltà orgogliosa dei suoi poeti e dei suoi pensatori come l’Iran, è ridotto a un’entità che dice che le donne devono essere lapidate, che una bambina di nove anni si deve sposare. Quando qualcuno me lo dice io rispondo: allora il fascismo e il comunismo sono la tua cultura. Perché tutti noi siamo capaci del peggio e del meglio. Voglio citare uno slogan dalla prima manifestazione delle donne, nel 1979, contro la fatwa di Khomeini sull’obbligo del velo, quando migliaia di donne iraniane scesero in strada a Teheran: «La libertà non è né occidentale né orientale. La libertà è universale». Il movimento di opposizione che vediamo oggi in Iran non è occidentale. Pensarlo è paternalistico. Pensieri come «le donne iraniane vogliono essere mutilate gentilmente», come dice la femminista Germaine Greer, vuol dire che la libertà è percepita come occidentale. Stanno dicendo che non è nella nostra cultura avere libertà di scelta.

Il suo libro Leggere Lolita a Teheran è appena diventato un film.

Ci avevano già provato. Molti anni fa una grossa azienda di produzione americana mi aveva contattato. Quando ho visto la sceneggiatura sono rimasta scioccata. Era il classico film di Hollywood dove io facevo la figura dell’eroina contro i cattivi islamisti. Per molto tempo ho rifiutato le offerte. Poi è arrivato Eran Riklis, che è israeliano, e sapevo che questo sarebbe stato controverso. Per me era importante far passare un pensiero preciso, cioè che mentre i governi si fanno la guerra, gli uomini combattono per la pace. E che non dovremmo mai fare l’equivalenza tra un popolo e il suo governo. Eran è molto progressista e ha criticato Benjamin Netanyahu, ma perché ho scelto lui? Per Lemon Tree soprattutto. Il fatto che potesse empatizzare con una donna palestinese di mentalità aperta. Se può trattare così i palestinesi, tratterà i miei studenti allo stesso modo. Ero molto preoccupata all’idea, prima di vederlo. Ma ora sono contenta, perché il film riproduce i sentimenti dell’epoca raccontata nel libro.

A distanza di anni Leggere Lolita a Teheran è ancora molto amato.

Una donna uscendo dal film ha detto: «Non parla di loro, parla di noi». Intendendo gli occidentali. La cosa fantastica dei libri è che trascendono limitazioni come lingua, religione, etnicità, genere. I miei studenti che non erano mai stati in quei paesi si sentivano così vicini ai luoghi raccontati nel Grande Gatsby o in Cime tempestose. Ho avuto studenti che sono cambiati tantissimo dopo aver letto un libro o visto un film. Anche i più islamisti non resistevano alla seduzione della letteratura occidentale.

Leggere pericolosamente è quasi un sequel. Un dialogo sui grandi libri importanti della vita, questa volta con suo padre.

Mi ci è voluto molto per trovare il tono giusto per questo libro. Non volevo una serie di saggetti accademici. Volevo scrivere qualcosa anche sui sentimenti di chi legge e sui suoi pensieri. Un’amica mi ha detto: perché non ne fai una specie di dialogo, qualcuno con cui ne puoi parlare? E ho pensato a mio padre, la persona ideale. È stata la prima persona ad avermi raccontato una storia. E poi anche perché noi due ci scrivevamo tantissimo, anche quando eravamo nello stesso posto. A volte quando eravamo arrabbiati l’uno con l’altro ci scrivevamo, pur non parlando. Ho ancora le sue lettere e i suoi libri. Ho parlato davvero con mio padre di tutto quello che ho messo nel libro, in un modo o nell’altro.

Come scrive?

Sono molto disorganizzata. Mi porto sempre dietro un taccuino e prendo appunti. Devo vedere le cose su carta, devo poterla toccare. Mi manca molto il mondo pre internet che ha portato via il tocco. La sensualità ci è stata portata via. Quando sono pronta a scrivere non posso scrivere in un unico posto. Con i miei libri precedenti, a parte durante la pandemia, andavo in vari coffee shop, soprattutto nei musei. E qui i musei sono fantastici. Vado nei musei, scrivo un po’, poi faccio un giro e guardo i miei quadri preferiti, e mi rimetto a scrivere. Adoro la pittura.

Quali musei?

Due in particolare. La National Gallery e la Phillips Collection. Entri in un altro mondo.

Alcuni quadri in particolare?

Per un lungo periodo guardavo molto gli impressionisti tra una pagina e l’altra. Ora sono più in una fase da espressionismo tedesco.

Sta lavorando a un nuovo libro?

C’è un aneddoto su Strindberg. Strindberg era in un bar, arriva un tizio e lo sfida. Ed escono e iniziano a combattere. Strindberg a metà del duello si ferma e gli dice «Ci rivediamo nel mio libro, brutto bastardo». E se ne va. Volevo intitolare un libro «ci rivediamo nel mio libro». Vorrei concentrarmi su quanto sia pericoloso il modo in cui percepiamo gli altri.

Si sente ancora in esilio?

Mi porterò sempre la poesia dell’Iran dentro. Quando ho iniziato a lamentarmi dell’America ho capito che volevo diventare un’americana. Quando ami un posto vuoi che sia perfetto, ti importa qualcosa. Ti lamenti perché vuoi fare qualcosa per migliorarlo. Quando sono diventata un’americana l’ho sentito, perché questo è un paese che mi ha dato molto. Anche solo la libertà di espressione, tanto per cominciare. E i miei figli. Ma la mia America sarà sempre impregnata d’Iran, l’Iran come un bimbo disobbediente che viene a tirarti per la giacca.

Dal 1997, da quando si è trasferita qui, il paese è cambiato molto. Clinton, Bush, Obama…

Con Obama ho un problema e riguarda l’istruzione. Una persona che parla così tanto di libri e di narrativa ha lasciato un sistema educativo che separa la scienza dalla letteratura. E invece le due cose sono complementari. Ha preferito la matematica e le scienze e la tecnologia rispetto alle arti e alle discipline umanistiche. Negli anni di Obama viaggiavo molto per il paese e in ogni college e università dove andavo mi dicevano che le discipline umanistiche venivano scoraggiate. Quando sono arrivata qui c’erano tre grosse agenzie federali di sovvenzione: per le arti, per la democrazia e per le discipline umanistiche. Pensavo fossero la più alta rappresentazione di un paese libero e democratico. Ora tutte e tre sono quasi scomparse, non se ne parla più.

Oltre che attraverso i libri la sua esperienza di expat è iniziata in un posto abbastanza assurdo, l’Oklahoma.

Era stranissimo. Dovevo andare all’Università della California a Santa Barbara ma poi sono finita lì, in Oklahoma, seguendo mio marito. Mi sono sposata presto, a diciott’anni. Mio padre era stato messo in carcere e avevo bisogno di stabilità. A diciott’anni la stabilità è un concetto molto diverso da come potrei concepirla adesso. All’inizio non ero contenta di essere lì, ma ora sì, perché altrimenti non avrei conosciuto quella parte del paese, sarei finita subito su una delle due coste. E poi l’Oklahoma ha una cultura locale di proteste, pensa a Woody Guthrie, e allora ce n’erano molte di proteste.

E poi è tornata in Iran, con la Repubblica islamica, e se n’è andata definitivamente nel 1997.

Quando sono andata via dalla Repubblica islamica volevo capirne la realtà. Volevo, in un certo senso, investigare. Da una parte la realtà della mia vita, che volevo raccontare per far vedere cosa avevamo passato, e allo stesso tempo non potevo esprimere le mie emozioni senza tirare fuori quello che mi rendeva felice, cioè i libri. Il sottinteso di Leggere Lolita è che non avrei potuto sopravvivere non fosse stato per i libri. Quando l’ho iniziato volevo far vedere come Nabokov aveva cambiato la realtà della mia vita. E come quella realtà ha cambiato la mia percezione di Nabokov. Il primo libro che ho scritto, che non è tradotto in inglese, era su Nabokov. Nella Repubblica islamica non potevo scrivere della mia vita. Non per via della politica, ma per cose semplici… non avrei potuto mai scrivere «il primo libro che ho letto di Nabokov è stato Ada, me l’ha regalato il mio fidanzato americano». Sarei stata subito censurata. Il mio libro su Nabokov sembra un’opera di critica letteraria, ma stava cercando di rivelare cosa sia la mentalità totalitaria, su tutti i livelli, come quella di Humbert Humbert. La mentalità totalitaria vuole imporre la sua realtà sulla tua. Nabokov voleva far diventare Lolita una creatura di Humbert Humbert.

E poi è arrivato Leggere Lolita.

Ho pensato: se mai me ne andrò dall’Iran ne scriverò un libro. E ho iniziato nel mio diario a scrivere quelle cose su cui avevo mantenuto il silenzio. Come andare alle feste a Teheran, andare ai concerti, leggere Lolita, a Teheran. Ho fatto una lista delle cose che diventavano fuori legge e dei libri che leggevo e pensavo: immagina una donna giovanissima che non è mai andata via dalla Repubblica islamica e riesce a connettersi a un uomo vissuto duemila anni fa di nome Eschilo e si mette a piangere per Antigone. David Grossman dice: «Finché abbiamo l’immaginazione siamo liberi».

È ancora in contatto con i suoi studenti clandestini?

Sono sparsi in giro per il mondo. Tira fuori il telefono e mostra le foto di alcuni di loro sul cellulare. Lei è la ragazza che era sposata con quello che non voleva che partecipasse alle mie lezioni. Finalmente è riuscita a divorziare e lui le ha tolto il diritto di vedere la figlia. Se n’è andata dall’Iran, è venuta negli Stati Uniti, ha fatto un dottorato e ha fondato una non profit. Altri due studenti, marito e moglie, sono qui a Washington. Lei è molto riservata e qualsiasi lavoro dopo un po’ lo molla, ma scrive poesie. Un altro è in Germania, sposato e con figli. E un altro in Canada. Poi un’altra è venuta qui a fare il dottorato in antropologia poi è tornata a Teheran a insegnare, è stata una delle prime firmatarie dell’appello contro il regime e stava cercando di ricreare una classe come quella che avevamo noi.

E oggi cosa legge?

Sto rileggendo molto Primo Levi, appunto. E poi questo incredibile poeta palestinese, Mahmud Darwish, e molti autori dell’est Europa. E un saggio di Anne Applebaum sull’autocrazia.

Salvano ancora la vita, i libri?

La mattina in cui ho visto che Trump ha vinto ho provato rabbia, ho bevuto il caffè, sono andata sul balcone, ho guardato il fiume, e poi sono tornata a letto con un libro.

Che libro?

Un giallo. Di Louise Penny. Leggo molti gialli. Mi interessa la moralità nei gialli. Raymond Chandler, Dashiell Hammett, Ian Rankin… Anche a mio padre piacevano molto, anche i film. In Iran guardavamo di nascosto quelli con Lauren Bacall e Humphrey Bogart.

E ha mai pensato di scrivere un giallo?

La narrativa è la cosa massima… Ho molta paura a scrivere narrativa.

Giulio Silvano (Lerici, 1989)  è  redattore di Nuovi Argomenti, ha  tradotto  alcuni libri (tra cui Bernard Malamud e Anne Carson), collabora con il Foglio.