Han Kang ha appena compiuto 55 anni e l’anno scorso ha vinto il Nobel per la Letteratura, la prima sudcoreana della storia. Dopo la vittoria non ha parlato a lungo con la stampa, ma ha continuato a scrivere. Ora in Italia è appena uscito Il libro bianco (Adelphi, traduzione di L. Iovenitti), un libro che parte dalla morte di sua sorella maggiore, che lei non ha mai conosciuto perché è deceduta due ore dopo un parto casalingo in cui sua madre era da sola a casa. Struggente, come ogni sua opera, Il libro bianco ha in parte una struttura poetica, perché dopo tutto Han Kang ha iniziato a scrivere poesie quando era bambina, in una casa strapiena di libri. I suoi romanzi partono da sogni o domande o da tragedie e diventano esplorazioni delle sofferenze e della bontà umana, o come ha detto l’Accademia, «affrontano i traumi storici ed espongono la fragilità della vita». La incontriamo a Milano, nella hall di un hotel del centro.
Sa di essere molto letta anche dai ragazzi e dalle ragazze? Sa di avere trovato un canale letterario di comunicazione con le nuove generazioni?
Mi ha fatto molto piacere scoprire che, soprattutto in Italia, mi leggono i giovani. Io quando scrivo cerco sempre di trasmettere l’elettricità e la volontà della vita, il fatto che mi leggano i giovani forse vuol dire che un po’ sono riuscita a farlo.
Oggi si parla molto dell’incapacità di concentrazione, e di finire i libri.
Viviamo in un periodo storico con tantissime sollecitazioni visive, video brevi, media che creano anche dipendenza, ma alla fine se ci pensiamo il libro è bellissimo. È un medium che ha una lunghissima tradizione. E poi c’è il tatto, è una cosa che esiste, lo senti, lo trasporti. La vita del libro non può scomparire. Sono certa che anche i giovani possano scoprire la bellezza del libro. Poi certo, la letteratura ha una sua tradizione, esiste da tanto, ma secondo me continua a essere nuova, continuerà a essere nuova per sempre, perché continua a parlare delle persone.
Lei usa i social?
Ho una libreria a Seul. L’ho aperta nel 2018, e da lì ho iniziato a usare i social per la libreria, per pubblicizzare la lettura di libri, le conversazioni che ospito. Ma non ho profili personali.
Lei è cresciuta con molti libri in casa e più volte ha detto che l’hanno protetta crescendo. È per quello che ha aperto una libreria?
Sì. È sempre stato il mio sogno aprire una libreria. Poi ogni volta che andavo nelle librerie, da quando ho una ventina d’anni, ho sempre immaginato di averne una. Quando ero a casa disegnavo la libreria che avrei avuto nel futuro. Per esempio, volevo che entrandoci, più si andava in fondo nella stanza più i libri diventavano complessi, seri. Nel secondo piano immaginavo di ospitare degli eventi. Disegnavo loghi. Poi nel 2017 mentre passeggiavo, ogni volta che vedevo dei negozi vuoti, mi fermavo e mi informavo. Se durante la notte non riuscivo a dormire mi mettevo a scrivere le frasi per presentare i libri, i bigliettini da metterci sopra, quasi come un gioco. Amo molto stare in mezzo ai libri, sì.
Lei ha iniziato con la poesia, quando è passata a immaginare di scrivere romanzi? Nel Libro bianco c’è quasi una fusione tra le due forme.
Ho cominciato a scrivere poesia da piccola, ma scrivevo tantissimo anche dei diari. Poi all’università ho iniziato con i romanzi brevi, continuando in parallelo con la poesia. Ma tra le due per me il processo di scrittura non è molto diverso. A volte comincio a scrivere una poesia e se mi riscaldo un po’ la riaggiusto in un romanzo. E anche viceversa, passo da romanzo a poesia. Sento sempre che la poesia penetra costantemente nel mio lavoro. Unisco le due pratiche.
Però lavora molto anche sulla struttura narrativa, pensiamo ad esempio alle diverse voci nella Vegetariana.
La struttura a differenza della poesia porta a fare un piano. Nella Vegetariana ogni capitolo ha una voce narrante diversa. Il primo capitolo ha un personaggio non credibile. Il secondo un personaggio leggermente più credibile ma che ancora non capisce la protagonista. Il terzo capitolo invece è un personaggio, la sorella, che si avvicina molto di più alla protagonista.
Atti umani invece fin dall’inizio l’ho organizzato in sei capitoli, più l’epilogo. Nel primo capitolo tutti i personaggi sono uniti nello stesso momento storico. Poi c’è un’esplosione tipo big bang e man mano si avvicina tutto al presente. Tutti i personaggi di ogni capitolo ricordano lo spazio vuoto lasciato dal ragazzo che muore e lo nominano. La struttura anche qui ha un ruolo molto importante, perché fa capire che più ci si avvicina al presente più il protagonista si avvicina agli altri.
In Atti umani la Storia ha un ruolo importante, si parla della carneficina di Gwangju. Come anche in Non dico addio, dove si racconta dell’insurrezione e del massacro di Jeju. Questi eventi storici che impatto hanno avuto su di lei?
Quando ho scritto questi due romanzi ho cercato di leggere qualsiasi documento che potessi trovare. Ovviamente non potevo raccontare di ogni singola persona coinvolta, ma non volevo nemmeno inventare una storia che non esiste. Ho cominciato a leggere microstorie, tantissime testimonianze, e ho cercato di capire ogni singolo ricordo. Dopo aver letto milioni di ricordi ho cercato di creare una mappa del tutto. Leggendo questi documenti dimentichi un po’ il senso del tempo. Durante l’inverno, per esempio, leggevo di eventi ambientati in estate e uscivo scordandomi il cappotto. E il tempo passa molto veloce. Ovviamente questo processo mi ha cambiato molto, nel profondo, considerate le violenze in tutto ciò che è accaduto. Ma una cosa che mi ha sorpreso molto è che c’erano delle persone coinvolte che hanno vissuto comunque una vita molto dignitosa. Trovarle mi ha sorpresa. Ho riflettuto molto sul coraggio dei sopravvissuti, quelle persone che ricordano e non si fermano mai, che sono ancora in lutto, che combattono ancora. Ovviamente questi documenti mi hanno fatto deprimere molto, ma queste persone mi hanno fatto riflettere più a fondo su chi sono gli esseri umani.
Dopo che finisce di scrivere un libro che la fa soffrire così tanto poi si sente meglio?
Quando ho scritto Atti umani ho pensato che questo dolore sarebbe scomparso una volta finito di scrivere, ma non è stato così.
Il dolore è durato a lungo, ma mentre scrivevo Non dico addio mi sono immedesimata molto in un personaggio, così tanto che quando mi svegliavo la mattina ho sentito come se mi svegliassi col suo cuore. Quindi era un processo molto strano, di recupero. In Atti umani mi chiedo come mai diciamo che l’anima delle persone è fatta di vetro. Spesso consideriamo il vetro come un materiale irrecuperabile, una volta rotto. Quindi se facciamo un paragone con l’anima umana, cerchiamo di non romperla, e forse anche la mia anima in quel caso era frammentata. Però il dolore della protagonista e la densità dell’amore che lei prova, in un certo senso ha riscaldato la mia anima e ha riunito e fuso il vetro frammentato. Ho elaborato questi due romanzi in nove anni e non li vedo come romanzi separati, per me sono uniti.
Ha detto che spesso i suoi lavori nascono da alcune domande, sulla sofferenza umana, sull’amore, sulle tragedie. Scrivendo trova le risposte?
Il romanzo stesso alla fine potrebbe sembrare una risposta alla domanda iniziale. Ma è più una conclusione delle domande che mi ero fatta, non una vera e propria risposta.
Che domande si sta facendo in questo periodo?
Adesso mi interessano ancora molto: la storia delle persone, la vita e la memoria. Questi sono i miei temi chiave.
Anche i sogni hanno un ruolo chiave nei suoi libri. Succede anche nella sua vita?
Inserisco molti sogni nei romanzi, non tutti sono reali. Alcuni sono veri sogni che ho fatto io. A volte ho l’impressione che i sogni mi guidino, mi condizionino più della vita reale. Per esempio, il sogno iniziale di Non dico addio è vero e quando mi sono svegliata ho pensato che sarebbe stato un buon incipit. La struttura stessa del romanzo poi è costruita anche in modo che i personaggi entrino in quel sogno.
Qual è il suo processo di scrittura?
Mi piace scrivere a casa. Mi sveglio presto la mattina quando ho la mente limpida e credo che così i risultati siano migliori. Nel pomeriggio leggo il libro a cui sto lavorando. Cerco di ripetere questa routine ma poi non riesco a farlo sempre. Ma provo a tornarci. Se potessi avere questa routine ogni giorno potrei scrivere un romanzo all’anno.
Cosa la ferma dal farlo, oggi?
Ci sono tante cose da fare nella vita. Non è facile avere una vita solo di scrittura. Durante il Covid avevo cancellato tutti i viaggi pianificati e dal 2020 al 2021 ho scritto Non dico addio, allora riuscivo a mantenere la routine. Ci ho messo quasi sette anni a scrivere questo romanzo, se non ci fosse stato il Covid ci avrei messo di più.
Lei insegnava prima di essere una scrittrice full time.
Solo per sopravvivenza. Erano lavori che dovevo continuare a fare. Però mi piace lavorare. Fino al 2017, appunto, insegnavo. Poi mi sono riposata per sei mesi e alla fine ho aperto la mia libreria. Non credo sia ideale stare seduti tutto il giorno. Mi piace incontrare le persone nel pomeriggio.
Legge altri romanzi mentre scrive?
No. Mentre scrivo non leggo. Solo tra un libro e l’altro.
Cosa sta leggendo ora?
Mentre venivo in Italia ho letto Carlo Rovelli. Lo avevo letto anche in Corea. Mi piace come riesce elegantemente a spiegare concetti complessi della fisica.
Dopo il Nobel è cambiato qualcosa nel modo in cui scrive?
Nella scrittura non è cambiato molto. Quando scrivo semplicemente scrivo. Sono molto avvantaggiata perché riesco a non pensare ai lettori quando comincio a scrivere. Però la cosa mi pesa un po’ quando ho finito il libro.
E a chi pensa?
Mentre scrivo penso solo a ciò che scrivo. Penso solo ad arrivare alla conclusione. È come se stessi su un’altalena che passa velocemente dal “vorrei finire” al “non ce la faccio a finire”. Questi pensieri mi portano a non pensare ad altro.
È felice quando finisce?
È davvero il massimo della felicità. Mi ricordo ancora il giorno in cui ho finito Non dico addio dopo sette anni. Un tempo infinito. Mi ricordo pure la data: 26 aprile 2021. Lo continuavo a ripulire e aggiustare. Poi di colpo una sera ho sentito: è finita! Basta. Ed ero così felice! Ho messo il romanzo su una chiavetta Usb e me la sono infilata in tasca perché ho pensato: anche se la casa dovesse bruciare il libro è salvo. Poi ho passeggiato tutta la sera tra le stradine, ed ero così felice.
Suo padre è uno scrittore. Lui legge i suoi libri?
Solo dopo la pubblicazione.
E suo figlio?
Non tutti. Ha letto Atti umani e Il libro bianco. È strano, io non leggo i libri di mio padre, quindi capisco se mio figlio non legge i miei. Capisco se vuole essere indipendente. Però legge altri scrittori.
Suo figlio vuole fare lo scrittore? Continuare la tradizione?
Scrive poesie. Ma è più interessato alla musica.
Come altri scrittori e scrittrici importanti ha scelto di non pubblicare in Israele dopo la guerra di Gaza. Ed è uno dei motivi, la guerra, per cui non ha parlato molto pubblicamente dopo il Nobel.
Sì, pensavo che non fosse il momento giusto di pubblicare. Ora momentaneamente la guerra si è fermata, ma non è conclusa. Allora ero molto addolorata, guardavo tanto i telegiornali, leggevo molti articoli e riflettevo su quanto si stesse trasformando il mondo. Non era un momento in cui riuscivo a celebrare, o a essere facilmente allegra. Il motivo del silenzio poi è stato anche che in molti provavano a contattarmi, e ne sentivo il peso. Non potevo nemmeno accendere il mio telefono, arrivavano troppi messaggi e troppe chiamate e lo lasciavo spesso spento.
Adesso il tempo è passato, e c’è un nuovo Nobel e non c’è la stessa atmosfera di prima.
Pensa che scrittrici e scrittori e poeti possano avere un impatto a livello politico e geopolitico?
Sì, ovviamente la letteratura ha un grande potere di dare immaginazione alle persone. Parliamo e scriviamo di verità, e quindi per natura la letteratura è contro la violenza. Quando ascolti il telegiornale, quando leggi articoli, spesso si parla di quante vittime ci sono state, di quante persone sono morte. Sono scene terribili. Però ciò che fa la letteratura è immaginare oltre il numero delle persone. La letteratura è far immaginare delle singole vite, quindi è importante il ruolo della letteratura.
A parte finire i suoi libri cosa la rende felice?
I momenti. Adoro i singoli momenti o i dettagli. Sono una persona che può essere felice molto facilmente, basta un momento, come sorseggiare del tè e guardare le ombre che fa la luce sul muro. Divento felice molto facilmente.