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La ragazza del convenience store

I konbini sono aperti tutto il giorno e tutta la notte per la gratificazione immediata: è il posto in cui vorresti essere durante l’apocalisse. I turisti lo amano alla follia. A Tokyo come a Taipei, il convenience store è un quartiere in miniatura. Tra gli scaffali di onigiri, le macchine del caffè e i calzini, la quotidianità asiatica è scandita dalla musichetta di ingresso e di uscita del 7 Eleven

Attraversare la strada non era un’operazione facile. Avevo scelto con cura scientifica l’incrocio a cui approcciarmi: quello a sinistra era troppo aperto, sgombro, e le raffiche di vento avevano appena fatto scivolare un tizio in motorino fermo al semaforo; quello a destra, invece, sembrava più tranquillo perché i palazzi stretti proteggevano meglio l’attraversamento di tre corsie per i due sensi di marcia. Una coppia ferma di fianco a me al semaforo mi guardava come si guardano i sopravvissuti nei film post apocalittici: con solidarietà, ma anche con sospetto. L’ultimo venerdì di novembre a Taipei c’è stata quella che viene chiamata typhoon vacation, una vacanza non per via di Halloween ma perché Kong Rey, il tifone più potente degli ultimi trent’anni, stava attraversando l’isola. Durante le (frequenti) typhoon vacation parte della città chiude per precauzione, compresi scuole e uffici; i negozi possono scegliere se restare aperti – i grandi centri commerciali di solito sono aperti, ufficialmente per offrire riparo a chi un riparo non ce l’ha, ma anche nella speranza che la gente durante le vacation spenda. I servizi pubblici però continuano a funzionare qualunque cosa succeda: gli ospedali naturalmente, ma anche gli autobus e la metropolitana, e poi quei luoghi simbolo dell’identità dei paesi asiatici: i konbini.

Era lì che ero diretta: c’era un 7 Eleven proprio di fronte all’ingresso del mio appartamento, ma dalla parte opposta della strada. Dovevo solo attraversarla e poi sarei stata al sicuro nel posto in cui uno vorrebbe essere prima e dopo ma perfino durante una calamità naturale, quello in cui per ventiquattro ore al giorno, tutti i giorni e tutte le notti, puoi andare a procurarti cibo, alcolici, medicine, magliette della salute, rimedi per il dopo sbronza, pinzette per le sopracciglia, biglietti per il treno, bancomat, quadernini, fotocopie, pagare le bollette. Se pensate a qualcosa di essenziale, il konbini ce l’ha.

Konbini è una parola giapponese, la traduzione letterale e abbreviata di convenience store. In Asia orientale, ma soprattutto in Giappone, Taiwan e Corea quei posti simili ai minimarket, ma molto diversi dai nostri minimarket come sa chiunque abbia frequentato un po’ l’Asia, sono considerati servizi essenziali. E infatti quel giorno, il 7 Eleven di un quartiere vicino al centro di Taipei durante la tempesta del decennio era pieno di gente. Io lì dentro ho comprato, nell’ordine: un pacchetto di sigarette, due onigiri, una birra giapponese al miele, un paio di calzini. Forse l’appetito non bastava a giustificare l’attraversamento della strada con pioggia e vento (il giorno dopo diversi alberi erano caduti, spezzati in due), ma il 7 Eleven ha una forza attrattiva inspiegabile, una formula magica di rassicurante presenza, e così, visto che per arrivarci avevo messo i piedi dentro a una gigantesca pozza d’acqua, avevo deciso di comprare per l’equivalente di un euro anche i calzini bianchi con le strisce arancioni e verdi, da qualche anno diventati popolarissimi capi d’abbigliamento che indossano pure le star.

I sociologi lo definiscono bisogno di gratificazione immediata: è la caratteristica essenziale affinché una società costruisca attorno a sé una struttura di esercizi commerciali che soddisfino i loro desideri senza attese. Perché i mercati notturni asiatici non sono ovunque, nelle grandi metropoli, magari vendono esclusivamente cibo, e con i bisogni che cambiano cambia anche il modo di soddisfarli. Il grande successo delle più famose catene di konbini in Asia orientale ha sfruttato proprio questa necessità, e ora per incontrare un 7 Eleven o un Family Mart non serve camminare più di due minuti in qualunque città asiatica ci si trovi. Secondo gli ultimi dati del ministero degli Affari economici di Taipei, sul territorio taiwanese ci sono 13.706 konbini, cioè uno ogni 1.703 persone, una densità più alta di quella giapponese – un konbini ogni 2.220 persone – ma ben più bassa di quella sudcoreana, dove c’è un convenience store ogni 897 persone. Esco di casa, mi giro, e ho subito quello che mi serve.

Oltre al baseball, se c’è una cosa che i giapponesi hanno preso dagli americani e migliorato sono i convenience store. Che non hanno una storia antica ed esotica, ma quella di un successo imprenditoriale legato alla capacità tutta giapponese di studiare e soddisfare i bisogni dei loro cittadini-consumatori. E infatti la catena 7 Eleven, considerata il primo konbini su suolo giapponese, in realtà nasce a Dallas, in Texas, nel 1927. Più o meno negli stessi anni a Tokyo nasceva pure uno degli uomini d’affari più famosi del Giappone, Masatoshi Ito, che aveva in gestione il negozio di abbigliamento di famiglia e che dopo la guerra ribattezzò Ito-Yokado (Yokado era il nome del fratello morto – ancora oggi è una catena di grandi magazzini giapponesi). Gli affari andavano bene, c’era il boom economico della ricostruzione degli anni Sessanta e Settanta, e Masatoshi Ito come molti imprenditori giapponesi in quel periodo venne invitato in America per osservare le novità del settore.

Scoprì i family restaurant come Denny’s e i 7 Eleven, entrambi ancora attivi in Giappone. Nel 1973 la Ito-Yokado riuscì a portare il primo konbini nell’arcipelago, grazie a un accordo con la tormentatissima azienda proprietaria, l’americana Southland Corporation, di cui nel 1991 divenne addirittura proprietaria. Masatoshi Ito è morto l’anno scorso a 98 anni, anche se si era già dimesso da tempo dalla Seven & I Holdings, la gigantesca entità creata dopo il successo dei konbini, per via di uno scandalo che, come nei film giapponesi, aveva a che fare con strani guadagni legati alla yakuza, la mafia nipponica. Eppure la grande idea di Masatoshi Ito era stata più o meno la stessa della yakuza: andare a lavorare sul territorio, lontano dai grandi centri urbani, facilitando le acquisizioni grazie al nuovo concetto imprenditoriale di catena commerciale. Ito aveva soprattutto capito che doveva sostituire gli hot dog, che non avevano conquistato i cuori dei giapponesi dopo la guerra, con gli onigiri, le famose palle di riso con il ripieno, lo street food giapponese per eccellenza – oggi un konbini di media ne vende duecento al giorno. Moltiplicate pure per i 56 mila konbini su tutto il territorio nipponico.

Ogni volta che ricarico il mio telefono, penso alla notte in cui il mio vecchio cavo ha deciso di smettere di funzionare, ma ne avevo bisogno – un giornalista europeo in Asia lavora di notte per via del fuso orario – e sono scesa alle tre del mattino al konbini a prenderne un altro, che uso ancora. Dieci minuti netti di disservizio. A Tokyo quando piove è sempre meglio uscire con un ombrello del convenience store – si riconoscono, sono bianchi e trasparenti, tutti uguali. Il motivo è che bisogna lasciarli fuori dai locali, e all’uscita nessuno guarda di quale specifico ombrello sia il legittimo proprietario, così semplicemente se ne prende uno qualunque, senza storie. Pure quelli sono diventati negli anni parte dell’identità estetica giapponese: un ombrello trasparente che costa in media l’equivalente di tre euro. Molti giornali asiatici di recente si sono applicati sul fascino che esercitano sugli occidentali i konbini, e le tre catene più grandi, 7 Eleven, Family Mart e Lawson, stanno cercando di sfruttare al massimo i profitti dell’esperienza creando konbini foreign friendly pieni di souvenir, snack esotici e calzettoni brandizzati. Un po’ perché da noi non esiste qualcosa di simile, che offra caffè e pasti caldi a qualsiasi ora. Un po’ per colpa dei social network.

Qualche mese fa è finito al centro del dibattito pubblico un konbini Lawson a Fujikawaguchiko, nella prefettura di Yamanashi. Davanti a quel negozio all’improvviso si era iniziata a creare tutti i giorni una piccola folla di visitatori, perché si potevano scattare fotografie a quanto pare molto suggestive: l’insegna del Lawson e dietro il monte Fuji, la vetta più alta e il vulcano simbolo del Giappone. Solo che i residenti mal sopportavano il chiasso, la gente buttata in mezzo alla strada, la spazzatura. A maggio scorso il consiglio comunale aveva deciso di risolvere la questione à la giapponese, bloccando cioè il panorama con un telo nero. Allora i turisti non hanno fatto altro che spostarsi di un chilometro, davanti a un altro Lawson. Solo allora i giornali giapponesi si son domandati: ma forse i visitatori non cercano la vista del monte Fuji, ma l’insegna del Lawson. «A quanto pare deve essere un negozio Lawson», ha detto all’Asahi un funzionario comunale: «Forse perché non ci sono molti Lawson all’estero? E lo vedono come uno scenario unicamente giapponese».

Ma per i giapponesi, come per i taiwanesi e i sudcoreani, il konbini non ha niente di esotico, ma è un pezzo fondamentale della routine quotidiana. Dal caffè del mattino al pranzo veloce (i bento, set con riso, carne e verdure, o il tamago sando, il sandwich di uova), a volte anche la cena dopo gli straordinari al lavoro, la giornata è scansionata dalla musichetta d’ingresso che cambia a seconda della catena (Family Mart ne ha una famosissima che si chiama Melody Chime No.1 – Daiseikyou) e dall’annoiato “benvenuto” dei dipendenti. In Perfect Days, l’ultimo film del regista tedesco Wim Wenders, profondo conoscitore del Giappone sin dagli anni Ottanta di Tokyo-Ga, il protagonista mangia tutti i giorni i sandwich del konbini seduto su una panchina, quelli che costano al massimo due euro. Ma è soprattutto nella letteratura asiatica che i convenience store sono diventati luogo di culto: ne La ragazza del convenience store di Sayaka Murata (e/o, 2018) il protagonista della storia è più che altro il konbini, con le sue regole e la sua routine, che racconta pure la trasformazione della rigida società giapponese, dove sono sempre di più i dipendenti stranieri dei negozi aperti 24/7. E pure in Corea del sud, nel best seller Il minimarket della signora Yeom dello scrittore Kim HoYeon (Salani, 2024), tutto ruota attorno al piccolo konbini di un’anziana signora che non si rassegna a chiudere un posto che qualcuno definisce «il granaio dei passeri», e che per qualcun altro è il posto dove «si aiutano tutti». Forse in Europa non arriverà mai l’èra dei konbini, per diverse ragioni. Ma qualcosa che gli somigli, prima o poi, potremmo pure cercarcelo: ci servirebbe proprio, in attesa dell’Apocalisse.

Giulia Pompili (Roma, 1985), giornalista del Foglio. Ha una newsletter, “Katane”, e ha scritto per Mondadori «Sotto lo stesso cielo» (2021) e «Al cuore dell’Italia» (2022, con Valerio Valentini).