Mi ha telefonato una mia compagna di scuola e abbiamo parlato di come eravamo. I nostri figli oggi e noi ieri. Svegliarsi la mattina con l’ansia attanagliante, prendere la bici, uscire con la nebbia fuori e dentro e durante il tragitto casa scuola chiedere a Dio di fare uno scambio: il mio destino con quello del gatto nero sdraiato accanto al cassonetto. Abbiamo riso di quei maglioni larghissimi con cui cercavamo di coprire ogni parte del corpo e dell’ossessione per i jeans, che io veramente conservo anche adesso. Lei ancora arrabbiata con i nostri insegnanti, dopo trent’anni, io costretta a ripensarci adesso perché troppi dicono: ah, la scuola di una volta. Allora sì, che si studiava con impegno. Allora sì, che ci si formava per la vita. Allora sì.
Io lo capisco che siamo ormai troppo vecchi per crescere, però dai: un po’ di senso del ridicolo.
Dopo avere appurato che io appartengo senza dubbio a “una volta”, perché il mio esame di maturità risale al 1994, mi sono sforzata di ricordare i momenti importanti. Ricordo una liberazione confusa ma fortissima e lo zaino già pronto per partire in treno il giorno dopo l’esame orale, in cui avevo parlato di Leopardi. Ricordo che la prima tappa fu Parigi. Me lo meritavo. Voto di maturità, per cui mio padre disse che non mi ero abbastanza impegnata, cinquantasette sessantesimi perché in Matematica andavo molto male e il mio professore si era impuntato. No, alla Benini Sessanta no. Non credo abbia mai pensato che il mio rifiuto della sua materia, il mio non capire niente delle sue soporifere spiegazioni alla lavagna, la mia totale assenza di studio delle equazioni di secondo grado dipendesse anche dalla sua mediocrità. All’inizio, mi ha detto la mia compagna di banco al telefono, questo professore mi chiamava sempre alla lavagna con un sorrisetto (io non me lo ricordo), poi ha iniziato a offendersi perché lo ignoravo, non studiavo, ridevo. Non me ne importava niente, perché a lui non importava niente e perché era incapace di insegnare: non avevo un minuto da perdere con un anziano professore noioso, che parlava con un filo di voce, si mangiava le parole e ci faceva addormentare sui banchi. Tanto non mi avrebbero mai rimandato, ero brava in tutto il resto. Tranne Chimica e Biologia, ma ne parliamo dopo perché ho scoperto che è vero: le cose si dimenticano per decenni e poi tornano dentro la testa e io da qualche mese penso ogni giorno, con astio, al mio professore di Chimica e Biologia. Il professore che tutti i maschi della mia classe adoravano. Quando sei un ragazzo hai una gran voglia di adorare qualcuno, infatti io ero disposta ad adorare la professoressa di Greco che ci ringhiava addosso, però quando spiegava lei, io capivo tutto e mi appassionavo alla letteratura raccontata da Luciano Canfora in un libro rosso che sottolineavo con furia. Ma a proposito della scuola di una volta. Ricordo questa frasetta, che ci ripetevano spesso, in un liceo classico pubblico di provincia: voi siete la classe dirigente di domani! La classe dirigente, ce lo ripetevano spesso mentre prendevamo tre in Latino. Poi tornavo a casa, dicevo che ero disperata per la versione e i miei genitori dicevano: figuriamoci, una volta sì che la scuola era difficile. Ai nostri tempi! E io che avevo ereditato i loro enormi vocabolari pensavo che ero felice di vivere i miei tempi e non i loro. Perché ero disperata per cinque minuti, ma per il resto ero molto felice. Non mi interessava minimamente la mediocrità dei miei professori, non mi interessava la matematica, non mi interessava la classe dirigente. Ai miei tempi, nella scuola che doveva formare la classe dirigente di domani, il professore di Chimica e Biologia (o si chiamava semplicemente Scienze?) aveva due lunghi baffi grigi che accarezzava con sadismo, e una penna che sbatteva ritmicamente sulla cattedra mentre ci interrogava. Aveva un suo metodo di valutazione, faceva una media aritmetica fra la formula chimica e l’esposizione orale. Lo percepivamo vecchissimo, ma forse aveva gli anni che ho io adesso, forse è ancora vivo e batte la penna sul tavolo. Non mi interessa. Mi interessa che mi è tornato in mente quello che faceva. Avevamo sedici, diciassette, diciotto anni. Eravamo piuttosto fiduciosi, rispettosi perfino. E lui si accarezzava i baffi e se ci trovava impreparati o chiacchieroni ci dava dei compiti di punizione. I compiti erano delle ricerche per casa che dovevamo poi esporre in classe, in piedi. I costumi sessuali di alcuni tipi di animali, quasi sempre. Quindi io mi alzavo in piedi e mentre lui si accarezzava i baffi molto soddisfatto, io recitavo, tra le risate della classe, la ricerca che avevo studiato a casa: le abitudini della Passera Scopaiola. Oppure la ricerca sulle caratteristiche del Phallus Impudicus (un banalissimo fungo). Questa cosa dei doppi sensi lo entusiasmava e i maschi in particolare lo trovavano divertentissimo. Ma né io né le mie compagne abbiamo mai pensato di rifiutarci, o di raccontarlo a casa. A quei tempi, la classe dirigente si formava anche con queste ricerche di punizione. Se mia figlia o mio figlio tornasse a casa e mi dicesse che un professore ha dato una ricerca sul phallus impudicus da mandare a memoria e esporre alla classe, io andrei dal preside, oppure indosserei una cintura esplosiva. Ma a quei tempi ci sembrava forse normale venire umiliati dai professori, essere oggetto di scherzi a doppio senso, e a quel professore non sfiorava il pensiero che il suo privilegio e la sua posizione di insegnante potevano venire intaccati dal suo comportamento. Cosa che infatti non è accaduta. Chissà se la professoressa di greco, tanto battagliera, lo sapeva, che lui ci faceva parlare di passera scopaiola. Chissà perché non dicevamo niente, chissà perché non ci ribellavamo, chissà perché me lo sono dimenticato per trent’anni. Non era un gioco innocente, era una cosa violenta, volgare, era anche un gesto di grande mediocrità. Quella dei nostri professori di una volta, che dovevano farci da modello per la vita. Da cui dovevamo imparare. Meno male che, a quel punto, la vita era già altrove. Meno male che la mia professoressa delle scuole medie, con la gonna di tweed e i mocassini, mi diceva sempre (e io avevo dodici anni): scrivi, scrivi tutto, scrivi anche quello che non ti sembra importante. Così adesso io scrivo di quell’ometto con i baffi che insegnava Scienze, e ha cercato di essere importante senza riuscirci, esercitando un potere su dei ragazzini che, per poco, si sono fidati di lui. Nella scuola di una volta.