Più o meno nel momento della vita in cui Dante attraversava la selva oscura, io sono andata a Bali a farmi insegnare la femminilità da una maestra russa. Irina diceva che bisogna imparare ad accogliere e ricevere – soprattutto regali, in particolare erano indicati borse di design e gioielli, come il Chiodo di Cartier, la Chiave di Tiffany – non a caso sono tutti oggetti che si inseriscono da qualche parte. Ho scritto sul mio taccuino degli appunti: chiodi, chiavi. Non siete stanche di fare gli uomini? Diceva Irina. E noi eravamo stanche, per questo eravamo lì. Non siete stanche di prendere decisioni? Eravamo stanchissime. Attorno a me un gruppo di donne belle in vari punti della trentina, le loro code di cavallo tirate (sleek), i loro tacchi sottili, il botox preventivo (baby botox). Cercavano tutte l’uomo alfa, e perché non avrebbero dovuto? Cercarlo, desiderarlo, anzi pretenderlo? Erano belle e ben tenute – pelle unghie capelli – e lo sarebbero rimaste per altri vent’anni almeno. Ma la concorrenza era spietata per loro che avevano superato i 30. Le concorrenti non erano solo giovani, erano cresciute con la “mentalità della ricezione”, la mentalità che tutto – regali, attenzioni, aiuto – fosse loro dovuto. Non dicevano mai grazie ed estraevano risorse con la leggerezza delle gazze. E questo attirava gli uomini. Gli uomini alfa non vogliono una che dice “non ho bisogno di niente”, o peggio ancora “faccio io”. Era questa sbagliata mentalità dell’indipendenza che andava abbattuta, perché non c’è un premio alla fine della vita in cui hai fatto tutto da sola. Le ragazze giovani l’avevano capito. L’uomo alfa è felice di provvedere, felice di dare. Mentre gli uomini normali alla nostra età avevano già la pancia e ci facevano prendere tutte le decisioni. All’apparenza una cortesia, diceva Irina, far decidere tutto a voi. Una cosa da bravo ragazzo – e faceva una smorfia schifata, niente schifava Irina più delle parole bravo ragazzo. Ma in realtà questo nasconde passività, sono passivi e vi lasciano fare tutto il lavoro. Perché è più comodo (per loro). Dove vuoi andare a cena? Cosa facciamo stasera? Addirittura – Dio ce ne scampi – pagare cinquanta e cinquanta. Ho pensato a quante volte avevo diviso un conto con un uomo che guadagnava tre volte più di me. A quante volte avevo contribuito alle spese anche quando non guadagnavo niente, avevo vent’anni, e uscivo con ragazzi – uomini – dieci anni più grandi di me che facevano i manager rampanti o almeno i software developer. E comunque dov’era il mio Chiodo? Io avevo offerto: bellezza, gioventù femminile – fatta di una valuta diversa dalla giovinezza maschile. Il mercato stabilisce che la bellezza femminile è volatile e deperibile. Ma, come tutto il mercato della finanza moderna, fatta di derivati e altre astrazioni, questa valuta è una completa invenzione. Irina questo lo sapeva. Distingueva la bellezza, su cui ci incoraggiava a investire e mantenere, dalla gioventù, che non avevamo più ma che potevamo comunque coltivare dentro di noi allevando «la nostra bambina interiore». La bambina richiede cure materiali e guida. Nessuna di quelle donne aveva davvero bisogno di guida. Ma la maestra di femminilità non era lì per smantellare il patriarcato. La mentalità “cinquanta e cinquanta”, cioè di dividere il conto, fa parte della formazione femminista neoliberale degli anni Novanta, diceva, dimostrando una conoscenza abbastanza precisa delle varie ondate di femminismo. Il suo obiettivo non era cambiare le cose ma farle funzionare a nostro favore. Un pragmatismo che trovavo stranamente riposante, pur sapendo che non avrei mai potuto farlo mio.
C’erano due concetti opposti che stavano prendendo piede, nascosti da qualche parte di intangibile nella società – il femminismo e il cosiddetto ritorno alla tradizione. E quei poli si sarebbero incrociati, uniti, e avrebbero dato vita, in alcuni rivoli, ai fenomeni che ora conosciamo come la tradwife, la soft life, l’eteropessimismo, e Vogue che dice che avere un fidanzato oggi è imbarazzante. Fa tutto parte del grande discorso, sempre rinnovato, sulla femminilità, e cioè su cosa vuol dire vivere una vita nel corpo di una donna.
Tutto è iniziato con il recupero dell’essenzialismo di genere. L’idea che ci siano delle caratteristiche intrinseche del femminile e del maschile, caratteristiche che sarebbero naturali, che si possono riassumere come morbidezza, fluidità e ricettività nel femminile e intenzionalità, ambizione e capacità di protezione nel maschile. Il recupero dell’essenzialismo di genere è una conseguenza della scoperta che il mondo del lavoro era costruito su un modello maschile: l’ufficio è un luogo in cui gli uomini possono essere sé stessi e in cui le donne devono fingere di essere uomini. È stancante, le soddisfazioni sono scarse, i riconoscimenti ancora meno. E così voi vi trovate a stare nel maschile, diceva Irina. Tutto il giorno tese, tutto il giorno in stato di allerta, a prendere decisioni, difendervi, cercare di dominare l’altro, di comandare. State nel maschile al lavoro, state nel maschile in coppia. Invece volete un uomo che vi faccia fare le donne. Ho alzato la mano. Cosa vuol dire fare le donne, ho chiesto a Irina. Vuol dire essere libere, ha detto lei. Intendeva la libertà dal doppio fardello di dover lavorare a casa e fuori casa, ma anche libere dalla sofferenza dell’amore romantico, inquadrato come mito. Essere morbide all’esterno, in apparenza, ma con un nucleo saldo – ha chiuso il pugno della mano candida – che nessuno, e sicuramente nessun uomo, può intaccare né distruggere. Ho annuito sufficientemente convinta. Invece la maggior parte di voi è dura al di fuori, in apparenza, ma va in pezzi appena qualcuno non le chiama, bu bu buu, ha fatto Irina, asciugandosi lacrime che sembrava non aver mai versato non solo in quel momento, ma mai, nella sua vita.
Quel corso dialogava con i corsi di sessualità neotantrica, una pratica totalmente inventata e fatta passare per saggezza millenaria, alla lontana legata al Tantra e cioè a un ramo delle discipline filosofiche orientali parallelo allo yoga. Si fa in posti come Ubud e Ko Pha Ngan, ma anche in certi spazi viennesi, dove viene microdosata l’mdma insieme al cacao cerimoniale.
Il neotantra praticato a Bali consisteva in cerchi di uomini e donne che erano guidati da un istruttore a guardarsi negli occhi, respirare all’unisono e incorporare l’energia femminile o maschile. Con ogni respiro pensate di accogliere l’energia maschile, diceva l’istruttrice. E voi, pensate di dare, penetrare. Quindi alla base, che cos’è quest’energia femminile? Lo Yin, l’accoglienza, la morbidità, la luna. Quella maschile è lo Yang, la penetratività – si intende la linearità, la capacità di andare dritti verso un obiettivo, di escludere dal proprio campo visivo tutte le distrazioni e anche gli ostacoli, come fanno i fidanzati e mariti che lavorano anche mentre i figli piangono.
Postulato l’essenzialismo di genere, si introduce il tema che andare contronatura rende esauste, e infatti siamo tutte esauste. Ma la radice di questa stanchezza secondo questa filosofia di “emancipazione tramite il ritorno ai ruoli tradizionali” non è che lavoriamo come dannate in un mondo che ci paga settanta centesimi contro un dollaro, e perché dobbiamo sgolarci per farci ascoltare, ci bistrattano in vita e nel migliore dei casi ci riscoprono da morte con una mostra a Palazzo Reale e un’etichetta che dice che eravamo troppo avanti rispetto ai nostri tempi. Secondo Irina e le altre, le donne sono stanche perché devono continuamente assumere una postura maschile, non solo nel lavoro ma nelle relazioni. Decidere tutto, occuparsi di tutto. In ambito liberal, c’è una parola per questo adesso e si chiama mankeeping.
L’antidoto a questa fatica secondo il movimento tradizionalista è abbandonarsi alla propria natura, che è quella di farsi belle, svegliarsi tardi e farsi pagare più cose possibili. Non era esattamente la libertà che sognavo da giovane cresciuta con il girl power, ma mi interessava ascoltare questo nuovo Credo, perché aveva la rassicurante certezza di una setta.
Anni dopo, su TikTok si predica il trattamento da principessa (princess treatment). E cioè uscire con un ragazzo che – man in finance, 6’5’’, blue eyes – organizza l’appuntamento, ti viene a prendere, ha fatto una prenotazione. C’è una certa ambiguità rispetto a cosa sia il princess treatment, e per alcune vuol dire anche non parlare con il cameriere al ristorante, perché decide l’uomo anche quello che mangerete. Dalla Russia ci spostiamo in America, dove per ogni idea estrema c’è un gruppo di persone pronte a farne un credo e un’identità.
Conseguente al princess treatment è la soft life, la vita morbida, cioè una vita in cui non dobbiamo lavorare ottodieci ore al giorno, ma un uomo si “prende cura” di noi, e cioè lavora abbastanza per farci svegliare tardi e andare a Pilates.
Dopo qualche anno di Pilates si arriva al momento di doversi sposare, e allora, almeno in questa versione americana, il ruolo naturale della donna diventa quello di occuparsi della casa, dei figli, e di accogliere il marito vestita bene. Questo è il modello di vita promosso dalle cosiddette Tradwife, che sta per traditional wife. Non più così morbida questa vita, eppure è una vita che sembra preferibile alla vita di hustle (sbattimento) nella corporate America (nelle aziende).
Attorno al 2010, anche attraverso serie tv come The Bold Type, Younger, che proseguivano il discorso di Sex and the City – veniva proposto un modello di giovane donna che aveva una carriera di successo, viveva nella grande città, era libera di uscire con molti uomini. Libera di scontrarsi con i mulini a vento di un mondo del lavoro che l’avrebbe sempre emarginata, “libera” cioè obbligata a fare entrambi i lavori – quello domestico e quello retribuito – a costo dell’esaurimento. A loro modo, questi movimenti tradizionalisti sono il tentativo di riequilibrare una situazione di cui si è capito l’inganno. Infatti le tradwife, che sono parte del più ampio sistema valoriale nuovo repubblicano, Maga, insistono sul concetto di libera scelta. Non lavorare fuori casa diventa una scelta per chi se lo può permettere, così come sarebbe una scelta rinunciare non solo a delle opportunità, ma a dei diritti (come il diritto tutto sommato recente di possedere i beni e avere un conto corrente).
La tradwife più famosa è Ballerina Farm, Hannah Neeleman, diplomata alla Julliard di New York che ha lasciato la carriera per andare a vivere in una grande fattoria “sulle montagne dello Utah settentrionale”. Il marito è figlio di un multimilionario proprietario di una compagnia aerea. Neeleman e il marito sono mormoni, e in una rara intervista concessa al Sunday Times lei ha ammesso che a volte è così stremata che non si può alzare dal letto. Ma l’azienda Ballerina Farm vende dal burro alla carne ai taglieri di legno alla polvere proteica, con un giro di affari stimato sui cinque milioni l’anno. Questo è il paradosso delle centinaia di “tradwife” che predicano il ritorno alla tradizione: un lavoro ce l’hanno – sono i social – ma predicano a milioni di donne convincendole a lasciare il lavoro e l’indipendenza economica.
La ricerca dell’uomo provider e il fenomeno delle tradwife sono solo una delle tante risposte alla domanda: come può vivere una donna oggi? Se da un lato la risposta non è mai stata così vicina a “come vuole”, soprattutto “anche da sola”, dall’altro ci sono nuovi ostacoli. Un mercato del lavoro in crisi reso ancora più competitivo e incerto dall’AI e l’instabilità economica globale hanno favorito dei movimenti culturali conservatori. Questi movimenti si sono intersecati alle risposte date dalle donne stesse alla situazione di crisi economica, di cui sono le prime vittime.
Al lato opposto dello spettro, un’altra risposta è non avere a che fare con gli uomini del tutto – una scelta che dalla frangia minoritaria di un movimento coreano è arrivata al molto mainstream Vogue con l’articolo Is having a boyfriend embarassing now? Se il mito dell’uomo che si prende cura della donna senza aspettarsi in cambio un lavoro di qualche tipo è appunto solo un mito, è comunque diffusa la denuncia di un’insufficienza maschile, un’incapacità di assumersi responsabilità economiche, una mollezza, una mancanza di generosità, di disponibilità economicoaffettiva e una generale passività – insieme di considerazioni riassunte nel termine “eteropessimismo”.
Entrambi i movimenti – il tradizionalismo e il distacco totale dalle relazioni con gli uomini – di fatto tolgono all’uomo il posto centrale nella vita della donna, ne fanno uno strumento o un ostacolo. La tradwife, come l’allieva di Irina ma un po’ meno finanziariamente ambiziosa, non ricerca nell’uomo l’amore romantico ma un provider che le consenta di esprimere la propria identità di madre a tempo pieno e donna che si occupa della casa.
Perché da femminista mi trovassi a un corso di femminilità, a farmi spiegare come accettare i regali, in fondo non è importante: era il prodotto finale di vicende e decisioni più o meno stupide che però hanno rivelato una loro insospettabile saggezza.
Il corso di Irina potrebbe sembrare stupido, ingenuo o al contrario furbo e opportunista. Ma quel corso – e tutte le macrotendenze che sono seguite nella stessa scia – sono solo una risposta alla wealth inequality, la disparità economica, non fra classi sociali ma fra generi. Finché le risorse, o la possibilità di accumulare risorse, saranno sproporzionatamene nelle mani degli uomini, le donne dovranno pensare a dei modi o di estrarle o di proteggerle dagli uomini.