Quando penso all’ansia – e lei subito, fedele, prepotente, sempre in anticipo sui miei ritardi, arriva –, la immagino come in questa copertina di Review: mostriciattoli che invadono la testa, che si spingono l’un l’altro per prendere più spazio, che litigano fra loro per il posto più importante nel cervello, che a volte cadono giù e allora si arrampicano sulle braccia e sulle spalle per tornare in vetta ai pensieri. Ai miei, ai vostri, a quelli dei nostri figli quando si chiudono in camera, quando stanno seduti a tavola senza la voce. Quando hanno tantissima fame e non riescono a mandar giù neanche un boccone. Quando guardano le foto di quando erano piccolissimi e liberi dall’ansia e dicono: che cos’è successo?
Mostriciattoli tutti diversi, ognuno con la sua personalità, risvegli alle due di notte che nessuna stronza melatonina potrà mai sconfiggere, grovigli di appuntamenti mancati che si accendono all’improvviso, paura di sbagliare, paura di tutto tranne che di scrivere.
E allora scrivi invece di perdere tempo con l’ansia, dice la voce. Ma sei la voce dell’ansia?, le chiedo io. Mi risponde che faccio troppe domande, sono una scocciatrice, per questo ho l’ansia. L’importante, mi dico, è che la mia ansia abbia un po’ di sense of humour e che comunque sia solo mia, l’importante è che non contagi nessuno, l’importante è che io non provi a liberarmi di lei gettandola addosso alle persone che amo. L’importante è che lei non mi tradisca, e che non mi lasci per un’altra più giovane di me.
Ho mostrato l’illustrazione di Benedetta Fasson in anteprima a una mia amica, un medico, e lei ha detto: quei mostri devi metterli nello stomaco, devi metterli nel petto, perché a me l’ansia divora lo stomaco e il petto, la sento lì. Un’altra amica ha detto che i mostri masticano rumorosamente e che bisogna farlo vedere. Io ingenuamente pensavo che le avrei spaventate, come in
The Substance che stavo per svenire in prima fila con le mani davanti alla faccia, invece per niente, perché è tutto ben più spaventoso di così. O almeno più complesso, quindi più interessante.
Nel romanzo di Giulia Caminito, Il male che non c’è (uscito per Bompiani questo autunno), l’ansia cambia sempre aspetto, e a volte è così attraente che preferirei lasciarmi abbracciare, avvinghiare da lei che vivere. Meglio dormire, non dormire, sudare, rinunciare, prendersela con tua madre, prendersela con l’apocalisse, prenotare una colonscopia ed evitare tutti così eviterai anche le figure di merda. Gli psicoterapeuti mentre litigano fra loro (per ansia da prestazione?) dicono che la questione è l’ansia, in sé o come sintomo di cose ben più profonde. Quelli che danno la colpa dell’ansia (e di tutto) ai social e ai telefoni e intanto aspettano la notifica dei like sul telefono, penso di poterli escludere dalla mia zona d’interesse. Ma è vero che l’ansia, in tutte le sue differenze, ha una faccia che assomiglia a ciascuno di noi, ha una promessa per tutti, e ha posti e persone in cui riesce ad accomodarsi meglio, a riempire tutto lo spazio. Uno piscoterapeuta non concentrato su Instagram alla mia domanda stupita, recriminatoria, inerme: perché?, ha risposto: perché crescere è doloroso.
Perché crescere è doloroso. Non ci avevo mai davvero pensato. Crescere è anche meraviglioso, no? Diventare grandi, il corpo che cambia, le chiavi di casa, partire o restare, quelle cose che succedono quando ti innamori: la sensazione di essere finalmente al mondo. E quell’energia che spacca le pareti della stanza, quel tutto che vuole uscire, scoprire, quello stomaco miracoloso che resiste a tutti gli esperimenti alcolici. Poi mi torna in mente una me giovanissima che piange, che strappa tutti i bottoni dalle camicie, che cerca di distruggere l’armadio di legno a colpi di cintura dei jeans, che rompe una porta non proprio per sbaglio. Crescere è doloroso, è rabbioso, perché non sai dove stai andando ma sai dove non puoi più tornare. Non ci vuoi tornare, del resto: mica vorrai essere ancora la bambina che va al parco con la mamma, che vuole stare in braccio, che vuole un gatto, che vuole vivere in campagna e cavalcare un cavallo con le ali. Mio dio, ma perché non dovrei volerci tornare? Perché un essere umano che cresce non dovrebbe pensare, o meglio sentire, nel profondo, che stava molto meglio laggiù, con i soldatini e le nuvole e il bacio della buonanotte? I romanzi sono pieni di leggende private infantili, di un mondo epico che all’improvviso si frantuma in troppi piccoli pezzi. In quelle fessure si infilano i mostriciattoli, stanno acquattati anche per anni, oppure partono di slancio per la conquista del corpo e della mente non appena succede qualcosa di diverso, non appena c’è un momento di silenzio. Anche questo è crescere, e certo che è doloroso.
Un’altra possibilità, un’altra bozza per la nostra copertina sull’ansia era la ragazza che tiene tra le braccia tutti i mostriciattoli: ha imparato a gestirli, ad accoglierli, non è più in guerra contro di loro, forse li ha addomesticati. O forse si è arresa? Noi non vogliamo arrenderci all’ansia, né al dolore di crescere. Adesso che lo conosciamo, se non possiamo sconfiggerlo dobbiamo almeno ascoltarlo. E intanto coltivare la possibilità di salire ancora su un cavallo con le ali, e coltivare i baci della buonanotte e le risate del buongiorno. Il dolore, sentendosi ascoltato, e sentendo le risate, finirà per arrendersi, per andarsene da solo. Se porterà i mostri con sé, allora questa copertina è soltanto il loro ricordo.