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La vita così come scorre, e intanto la letteratura

Leonetta Cecchi Pieraccini era una pittrice, non una scrittrice. Ma le sue Agendine sfiorano il miracolo della precisione. Le cene allegre, i tormenti, gli scherzi, i litigi, il fascismo. Dal centro del mondo letterario, cinematografico e artistico italiano del Novecento, mentre veniamo travolti dal desiderio di scrivere diari, possiamo dimenticarci per un po’ che anche la nostra vita sta passando

Non so cosa mi succede, ma sto diventando un lettore ossessionato dai documenti di vita, più che dalle invenzioni narrative. È sempre più così. Non è una presa di posizione, e anzi a volte me ne dolgo. Ma mi succede: leggo un personaggio inventato con fatica; e invece se qualche segnale di vita vissuta appare davanti agli occhi, mi accendo. Per questo motivo mi sono calato, accanto ad altre letture, a singhiozzo, in un libro che non è un libro ma è una raccolta di agendine, e che poi non è una raccolta di agendine ma il racconto anche minuscolo e sintetico di alcuni anni di vita. E ancora più precisamente, il racconto del tempo che passa. E ho capito che è questo che cerco negli ultimi tempi (e non voglio indagare il perché, poiché un sospetto ce l’ho): il racconto del tempo che passa. Che poi è sempre la letteratura che ne ha generato il desiderio e il prototipo: la Recherche di Marcel Proust. Quindi quando dico che mi piace più il documentario che il romanzo, sto già mentendo a me stesso.

Comunque, per tre mesi, ho vissuto dentro la vita di Leonetta Cecchi Pieraccini, di suo marito Emilio Cecchi, dei figli (Suso prima di tutto, per predilezione personale). Il libro si chiama Corso d’Italia 11. Agendine 1930-1945, è curato con molto amore dalla pronipote Isabella d’Amico.

Bisogna subito dire che Leonetta Cecchi Pieraccini è stata una pittrice, non una scrittrice. Lo scrittore in casa c’era già, e l’ammirazione di Leonetta per Emilio è sconfinata, va ogni tanto a rileggere i suoi libri, estasiata. Ma bisogna però correggere: Leonetta è stata ed è una scrittrice, pur non essendolo, non soltanto per l’interesse che suscitano queste agendine, ma per forma, organizzazione della scrittura, costanza e dedizione di quasi tutte le sere della sua vita. Lo è per la lingua che usa, per l’ironia e la profondità. E infatti in vita aveva già pubblicato frammenti di queste agendine, su insistenza degli amici.

Corso d’Italia 11 mi ha fatto vivere quindici anni dentro una famiglia, con i capodanni a casa Pavolini che si ripetono tutti uguali (come quelli di tutti noi) salvo scomparire quando appare la guerra, con i tormenti per l’invecchiamento e per l’amore nemmeno tanto clandestino tra suo marito Emilio e una donna più giovane. Con Moravia, Soldati, Pirandello, Longanesi (di cui ho scoperto una incredibile lucidità nel profetizzare con insistenza che tutti ritenevano insensata e molesta, quando Hitler invadeva ogni parte d’Europa, che più avrebbe vinto più la sua sconfitta sarebbe stata totale), Cardarelli, Maria Bellonci, Gianna Manzini, Aleramo. La vita così com’è: con i dolori, le superficialità, le cene con gli amici, le prime a teatro, le malattie, i terrori della guerra e intanto anche i tè con le amiche. La pittura di Leonetta che pian piano scompare per mancanza di forze e per troppa cura degli altri. Un diario così, di oltre 900 pagine, dove spesso sono riportati solo i fatti salienti di una giornata, andrebbe letto, come hanno fatto in molti, tenendolo lì sul comodino o sulla scrivania e andando ogni tanto a scandagliare delle pagine a caso. Ed era questa la mia intenzione. Ma poi, aprendolo dalla prima pagina, forse un errore… ecco che mi si è presentata la vita così come scorre, settimana dopo settimana, mese dopo mese, anno dopo anno. Con litigi, apprensioni, serate allegre andando a fare scherzi dal gelataio. Con la figlia Ditta che in una delle domeniche in cui a casa Cecchi si ospitano gli amici per conversare, entra e dice con ingenua sincerità, davanti a tutti, chi era al telefono: «Cardarelli che voleva venir su ma voleva prima sapere chi c’era». «E che ha detto?». «Ha detto che rinunzia a salire». Le notizie che calano sulla vita quotidiana, anche mondana, delle leggi razziali, o di Hitler che invade la Polonia, o di Mussolini che dichiara guerra, o di Badoglio che raccomanda di non stare più con i tedeschi. E i tedeschi che fucilano uomini nei pressi di Corso d’Italia 11. E le discussioni sui tradimenti che continuano, i libri dei racconti di Moravia che continuano a uscire, le cene con meno gente e meno cibo in cui non si parla d’altro che della guerra, ma che comunque resistono. La vita così com’è, e che scorre, e con il vantaggio, per il lettore, di sapere molti destini, della vita privata e della storia, come sono andati a finire, e di osservare lo sbocciare dei talenti, le speranze poi realizzate o deluse, i bambini che diventeranno persone. Pirandello, D’Annunzio che muoiono e proprio in occasione della morte di Pirandello, Leonetta scopre un appuntamento segreto del marito.

È questo ciò che raccontano le Agendine. Che viviamo dentro e viviamo fuori, per dirla con Anna Oxa. Che la vita degli esseri umani tiene insieme il privato e il pubblico con naturalezza, mentre noi cerchiamo di mettere insieme filosoficamente le due cose con enorme sforzo; che le persone soffrono e si dimenticano di soffrire; che provano rabbia e poi ridono alle barzellette dette a cena. Le Agendine raccontano anche che il fascismo, per esempio, non era vissuto con il senso tragico che noi immaginiamo da qui, ma anche con ironia, sarcasmo e sprezzo, lo stesso che sappiamo avere noi per i politici o i governanti del nostro tempo. Che Mussolini sapeva anche divertirsi con i suoi detrattori: quando un tale chiese a Scialoja di raccomandarlo al Duce per una faccenda delicata, Scialoja davanti ad altri (incautamente) rispose: «Se mi riesce di trovarlo in un momento di lucido intervallo gliene parlerò». E qualche giorno dopo, Mussolini incontrando Scialoja a un’inaugurazione, gli si avvicinò e disse: «Dica pure: mi trova in un momento di lucido intervallo».

Quello che viene fuori dal trovarsi davanti tutta la vita che scorre, è l’irresistibile desiderio di leggere e scrivere diari. Di dire cosa ha detto quello a tavola, come era vestita male o meravigliosamente l’amica. Raccontare come ci si sente, com’è l’ultimo libro di Proust appena uscito, andare a vedere Greta Garbo al cinema, la prima di Pirandello che poi dice nei camerini: è tutto merito suo, indicando Marta Abba con disperazione amorosa. Veder crescere i figli, che si sposano, che fanno figli a loro volta. E sembra che tutto ciò non sia materia di letteratura, ma al limite materiale da rielaborare, nel caso si volesse fare letteratura. E invece finisce per essere non solo la vita così com’è, ma perfino la letteratura così com’è. Queste agendine sfiorano il miracolo della precisione, dell’adesione della vita alla letteratura, o viceversa. E non si sa bene il perché. Ma alla fine, a prescindere se sia davvero esistita questa vita, o reinventata da un Flaubert, se ne sente la verità, e la si vede scorrere con sconcerto questa verità. E sarebbe insensato cercare di capire perché. In realtà, è tutto quello che facciamo di solito: cercare di capire perché. Ma spesso ci diamo delle spiegazioni che servono soltanto a smettere di farsi questa domanda. Delle spiegazioni anche intelligenti, che sono utili a far dimenticare l’impotenza della comprensione. La capacità di capire se qualcosa è bello, è vivo; e allo stesso tempo l’incapacità di capire perché è bello e vivo.

C’è una prima raccolta che precede questa, e ce ne saranno altre probabilmente dopo (Leonetta è morta nel 1977, a 95 anni). Siamo al centro del mondo letterario, cinematografico, teatrale e musicale italiano. Ci sono tanti motivi per appassionarsi a questo diario. Ma se lo si affronta non come un libro, ma come un tentativo di partecipare, di stare dentro casa di qualcun altro, e allora conviene leggerlo tutto pagina dopo pagina. In questo modo, si ottiene ciò che si vuole ottenere dalla letteratura: da una parte, quello che diciamo sempre, e cioè di allargare la nostra vita seguendo altre vite; e dall’altra quello che non diciamo mai, nemmeno a noi stessi: che se guardiamo la vita che scorre dentro la vita di qualcun altro, possiamo dimenticarci che anche la nostra vita sta scorrendo, proprio come quella. E se la letteratura non serve a questo, allora a cos’altro dovrebbe servire?

Francesco Piccolo (Caserta, 1964), scrittore e sceneggiatore. Ha pubblicato, tra gli altri: «Il desiderio di essere come tutti» (Premio Strega 2014), «L’animale che mi porto dentro» (2018), e la trilogia dei «Momenti trascurabili» (2010, 2015, 2020), tutti editi da Einaudi. Il suo ultimo libro è «La bella confusione» (Einaudi, 2023).