A cinquant’anni dall’uscita del primo film della serie, si sta molto parlando di Fantozzi, che resta ovviamente la maschera comica più importante di fine Novecento. Si può dire che abbia avuto degli eredi? Nessun erede diretto, niente che spieghi altrettanto bene il lavoro, l’Italia, la meschinità degli esseri umani. Adesso, però, che l’economia è cambiata, che il posto fisso è un miraggio e tutti quanti siamo imprenditori di noi stessi, e lo spazio di co-working ha preso il posto della scrivania nell’ufficetto da otto, e praterie infinite si aprono di fronte alla partita Iva, praterie in cui la partita Iva per lo più si smarrisce, si consuma, muore solo – adesso è giusto che la maschera triste di Fantozzi venga consegnata al museo, e che il suo posto lo prenda la maschera allegra del suo semi-erede Maicol Pirozzi.
Chi!?
Maicol Pirozzi è l’ultimo personaggio creato da Edoardo Ferrario, lo si vede settimanalmente nel Gialappa Show. Negli anni Sessanta, Edoardo Ferrario sarebbe stato forse una specie di Walter Chiari: monologhista in Rai, autore e attore di sketch intelligenti, magari anche attore al cinema. Negli anni Settanta l’avrebbero visto in dieci milioni a Non Stop. Adesso la televisione è morta, le cose si sono disunite, sfrangiate, i dieci milioni di spettatori di Rai Uno si frammentano in mille bolle non comunicanti, e le carriere come quella di Walter Chiari o di Verdone sono impossibili. È un peccato, soprattutto perché con un talento autentico è diventato difficile sbarcare il lunario; ma è anche una benedizione, perché in questo bazar chi ha tanti talenti può, arrabattandosi, esprimerli tutti. Insieme a Valerio Lundini, Edoardo Ferrario è appunto il più variamente dotato dei comici di questi anni: ha fantasia, intelligenza, un radar ultrasensibile per le cose e le parole stupide e un impressionante talento mimetico; in più – cosa impossibile prima di Villaggio, rara all’epoca di Verdone, abbastanza comune oggi, perché il mestiere si è intellettualizzato – sa scrivere, nel preciso senso che sa far sorridere attraverso la scrittura.
Per certi versi, Ferrario è l’erede di Verdone, il Verdone giovane, nella creazione di personaggi immaginari, salvo due differenze: (1) mentre i personaggi di Verdone sono quasi tutti prototipici (il nevrotico, l’ingenuo, l’erotomane, la cartomante), e con piccoli ritocchi potrebbero vivere negli anni Ottanta come negli anni Cinquanta come oggi, i personaggi di Ferrario sono radicati nel presente: meno universali ma più carichi di spirito del tempo; (2) mentre i personaggi di Verdone sono generalmente, nelle loro nevrosi, simpatici, o perlomeno teneri, Ferrario dà il suo meglio nella rappresentazione dei viscidi.
Maicol Pirozzi è appunto l’ultima incarnazione di questo tipo umano, con tratti specifici di cui dirò tra poco. Ma arriva alla fine di una piccola serie di cartoni preparatori riusciti quasi quanto lui. In particolare, l’anchorman di Paese reale, un Giletti appena più sfacciato, con la camicia aperta sul petto, i tatuaggi, il ciondolo, la polsiera di pelle. E, sempre a Paese reale, l’imprenditore Massimiliano Mazzocca, che è andato a Tallinn ad aprire un ristorante specializzato in scarpette nel senso di mozziconi di pane che raccolgono la salsa dal piatto, il ristorante-scarpetteria Scarpa, e dice cose come «Io non voglio essere considerato un eroe» e «In Italia, se uno vuole aprire un ristorante, deve iscriversi alla camera di commercio, rispettare le norme igienico-sanitare, assumere i dipendenti, pagarli, una roba che neanche in Corea del Nord».
Paese reale è uscito nel 2020, questi due erano viscidi settentrionali, come sarà Maicol Pirozzi. Qualche anno prima, in una webserie intitolata Post Esami (una specie di spin-off di Esami, la webserie sugli esami universitari che lo aveva fatto conoscere a molti) Ferrario si era inventato Max. Distaccato, cinico, allegro, contento di sé, sempre padrone della situazione, Max era il romano quintessenziale, una mano sul volante l’altra sul cellulare, rispondeva alle telefonate di suoi amici che gli chiedevano consigli sui ristoranti, o per l’acquisto di un Tv nuova:
Avvocato, ma lei questa sera mi s’accompagna a una principessa o a una maleducata? Dubita che sia in grado de legge ’r menu… Ma ’nd’aa trovata, questa, avvoca’, nee favelas […]? Avvocato, lei questa sera me la porta nella splendida cornice di Falso, a Ponte Milvio. Lei me la porta da Falso e me la strega […]. E in che ambito siamo, avvocato… Ambito della cucina fusion. La cucina tradizionale giapponese incontra l’eleganza de Collina Fleming. Consiglio un ottimo sashimi de scottona ar profumo de curaçao, tempura de porcini e passion fruit, dadolata de tonno lemongrass e ciauscolo.
Nella scala del viscidume, Max sta un gradino sotto l’anchorman e il padrone della scarpetteria, perché è molto simpatico; ma al di là delle differenze di dettaglio, sono tutti e tre maschi rampanti, aggressivi, forse cattivi, potenzialmente antisociali. Crescendo e osservando, Ferrario dev’essersi però accorto che non è veramente questo il tipo umano che esprime con più verità lo spirito del tempo. Mancava un ingrediente, mancava una dose di quella inadeguatezza alla vita che invece abbonda, sovrabbonda – eccolo che ritorna – nel personaggio di Fantozzi.
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Uscito per Mondadori nel 2020, il libro di Ferrario Siete persone cattive ha avuto la sventura di uscire lo stesso giorno in cui l’Italia entrava in lockdown; quando l’Italia ha riaperto, mesi dopo, Siete persone cattive è stato sommerso da una valanga di libri che stavano lì, in lista d’attesa, e quasi nessuno ne ha parlato. Ha avuto anche la sventura di uscire in Italia, un paese in cui si celebrano, sopravvalutandoli, i «grandi scrittori umoristici della tradizione anglosassone» e poi, quando accade che per un disguido un simile scrittore nasca dentro i nostri confini, non lo si riconosce, o lo si liquida sbrigativamente come “autore comico”, mentre non è difficile vedere che Ferrario ha un talento per la narrazione e una capacità di scrittura fuori dal comune. Ma non è tardi né per leggerlo né per elogiarlo. Sono dieci ritratti di persone non veramente cattive ma smarrite, smarrite non genericamente nell’esistenza ma nell’esistenza odierna: persone che forse se la sarebbero cavata bene, o meno turpemente, nel mondo di ieri, ma che il mondo di oggi ha corrotto, contaminato, frustrato facendogli recitare una parte fasulla. C’è il signor Franco, titolare di un negozio di articoli sportivi che si butta a destra perché non capisce più il mondo; c’è il ristoratore fallito Silvano che si ricicla come comparsa di Ballando con le stelle; c’è l’autore televisivo che recluta zingari per la Tv-immondizia; c’è il figlio di papà che per assecondare la sua vocazione artistica si iscrive allo Iadap, «una scuola di design privata non completamente riconosciuta dal ministero dell’Istruzione», e finisce disoccupato – ma qui con in più una riflessione sul tema del merito che non è meno acuta di quelle fatte da fior di sociologi e filosofi nell’ultimo mezzo secolo: «Ma perché i politici promettevano di voler “premiare il merito”? Persino un bambino avrebbe capito che chi eccelleva in qualcosa avrebbe trovato il suo posto nel mondo: quei pochi fortunati rappresentavano l’1 per cento della popolazione. Piuttosto, quelli come lui cosa dovevano fare? Quelli che nuotavano a vista senza neanche un’isola verso cui puntare? Era meglio che si lasciassero annegare?».
Una perorazione, un manifesto in difesa di quelli che «navigano a vista»: che sia questo, alla fine, l’argomento più convincente contro la “tirannia del merito”?
Il più intelligente dei ritratti è però quello del povero Fabrizio Pappagallo, un tizio che si guadagna da vivere organizzando eventi micragnosi nei paesini del Lazio ma sogna di collaborare con la Rai, e ha introiettato tutti i cliché del linguaggio televisivo, tutta la fuffa del terziario immateriale: «Brainstorming volante!», «fare un passo indietro», «credo nella sinergia dei valori e delle persone». Il Fabrizio Pappagallo del libro è poi diventato un personaggio integralmente comico, perché Ferrario l’ha portato in televisione in una serie di sketch geniali fatti insieme a Valerio Lundini; ma nel racconto, sulla carta, Pappagallo nasce tragico, come Fantozzi:
Sono preoccupato per il Covid-19? Sinceramente no. Abbiamo lanciato l’hashtag #pappagallononsiferma. Dobbiamo pensare a nuovi modi di intrattenimento. Noi qui in azienda siamo già andati ad andare a prendere tutte le misure necessarie: mascherine all’ingresso completamente lavabili, zero waste… le ha fatte Sabrina con dei canovacci, ha visto un tutorial su YouTube e ha realizzato un lavoro straordinario […]. Pensate che in questo momento stiamo sviluppando un software in esclusiva Pappagallo Eventi per permettere alle persone di fare feste connessi da casa. Lo chiameremo «PappagalloInVenti» – il nome è mio – perché permette di ospitare fino a venti persone. Come diceva sempre Ratzinger: chi crede non è mai solo, nella vita come nella morte.
Dicevo sopra del talento mimetico di Ferrario, un talento che si manifesta anche nelle sfumature del linguaggio; qui, per esempio, in questi brandelli di italiano aziendale contemporaneo: «abbiamo lanciato l’hashtag, siamo andati ad andare, zero waste…».
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Al fondo di questa genealogia, Maicol Pirozzi eredita alcuni caratteri dei suoi antenati. Anche lui è cinico e arrogante, anche lui ha l’aspetto e le maniere del viscido, come l’anchorman di Paese reale e il ristoratore Mazzocca; d’altra parte, però, è velleitario e patetico come l’impresario Fabrizio Pappagallo, anzi è peggio di lui perché sogna più in grande: non di collaborare con la Rai ma di diventare «cavaliere del lavoro presso la Repubblica di Dubai», non di sbarcare decentemente il lunario ma di mettersi in affari con Miuccia Prada e Diego Della Valle. E l’archetipo Fantozzi? Bisogna distinguere. Fantozzi era una vittima come Fabrizio Pappagallo, come Maicol Pirozzi, ma una vittima docile. Obbediva ai direttori della Megaditta, al collega Filini che lo portava al veglione di Capodanno, alla signorina Silvani, al maestro di tennis; non c’era autorità che Fantozzi non riconoscesse, persino quella che, mentre in televisione danno la partita Italia-Inghilterra, lo costringeva a salire in macchina con la famiglia per andare a vedere un film cecoslovacco con sottotitoli in tedesco. I suoi tentativi di reazione erano fallimentari (batteva a biliardo il losco Catellani e gli rapiva la mamma, ma poi la mamma si rivelava una croce peggiore del figlio), le sue vanterie gli causavano disgrazie (dopo aver dichiarato che da giovane era stato «azzurro di sci», per poco non muore). Insomma, Fantozzi non mentiva a sé stesso, era una vittima che sapeva di esserlo.
Mezzo secolo più tardi, l’albero del benessere si è seccato: limitarsi a tendere la mano per coglierne almeno i frutti più bassi non è più sufficiente: Maicol Pirozzi è la vittima che per sopravvivere deve diventare carnefice. Ma mentre in età fantozziana i carnefici facevano carriera nelle aziende partendo dalla gavetta e, raggiunto il potere, si vendicavano, Maicol Pirozzi ha ascoltato il consiglio degli imprenditori rampanti, «Nessuno diventa ricco lavorando da dipendente», e si è messo in proprio. Per fare che? In età fantozziana le aziende producevano ancora oggetti (anche se ignoriamo che cosa veramente producesse la Megaditta); nell’età di Pirozzi gli oggetti si producono nel sud-est asiatico, e ai volitivi come lui non resta altro che provare a vendere la fuffa – cioè l’immagine, il brand, il mindset, il focus, le «competenze aspirazionali» e tutte le altre scemenze che grazie a una specie di schema-Ponzi gli permettono in qualche modo di tenere a galla il suo gioiellino, la Biliardario SpA.
Maicol Pirozzi non è più, dunque, il travèt troppo goffo per questo mondo, troppo umiliato anche solo per immaginare una vita diversa, fuori dal caldo grembo della Megaditta (mai Fantozzi pensa di licenziarsi, di aprire un chiringuito a Santo Domingo: non erano quelli i tempi); è invece il giovane rampante che “lavora nel terziario”, prova a fare denaro col denaro degli altri, vende un prodotto che non si sa bene che cosa sia, anzi, non si riesce a capire se esista davvero. Coerentemente, il set cambia: non più Roma, città di ministeri e di sedi di rappresentanza in cui nessuno fa niente, bensì Milano, città di aziende che, negli anni, hanno smesso di produrre tondini metallici e si sono specializzate nella compravendita dell’immateriale, e dove quasi tutti pestano l’acqua nel mortaio.
I personaggi di Verdone o degli altri comici mimetici agivano nel vuoto: di qui le loro fisionomie quasi fiabesche. Tutt’al contrario, Maicol Pirozzi è agito dall’ambiente: non esisterebbe se non esistessero il terziario, la rete, Milano. Maicol Pirozzi non è una psiche, è un ruolo. Non ha una personalità autonoma, ha la personalità che i rituali di interazione sociale gli permettono di avere. Nel mondo di Fantozzi, queste interazioni si potevano spiegare come soggezione a una norma sociale che la maggior parte delle persone considera obbligante, ovvero come conformismo. Nel mondo attuale, un carattere come quello di Maicol Pirozzi reagisce a sollecitazioni tutte diverse, a un diverso genere di alienazione, quella che lo costringe a conformarsi non a un’unica regola ma a quel «flusso ininterrotto di stratagemmi, trucchi, artifici, bluff, travestimenti, cospirazioni e vere e proprie imposture» che è diventata la vita associata (la citazione da Clifford Geertz, Local Knowledge. Further Essays in Interpretive Anthropology, New York, Basic Books 1983, p. 25).
Di fatto, mentre i personaggi di Verdone, ma anche Fantozzi, sono sinceri anche nella loro meschinità, Maicol Pirozzi è un simulatore professionale. Se si porta la mindfulness lui organizza un corso di mindfulness; se va di moda la fluidità sessuale lui diventa fluido; vorrebbe diventare cavaliere del lavoro ma, dato che non ha mai fatto davvero niente in vita sua, s’inventa un cavalierato «presso la Repubblica di Dubai per meriti speciali nell’imprenditoria e nel mindset», e se lo fa conferire da un rider maghrebino travestito da emiro. Per impressionare la signorina Silvani, a Fantozzi era bastato millantare, per subito pentirsene («saranno trenta, trentacinque anni che non vedo un paio di sci»), di essere stato azzurro di sci. Che cos’è successo? Che nello spazio di mezzo secolo alla vecchia, cara figura del cacciaballe si è sostituita la figura del mitomane, e quella che era una piega del carattere è diventata una patologia. Può sembrare una differenza da poco, ma non lo è, e la si misura soprattutto sul contesto. In fondo, Fantozzi era un uomo mite e indifeso circondato da mostri; alla Biliardario SpA, invece, i miti e i ragionevoli sono le povere prede disoccupate che sono cadute nella trappola di questo esagitato che le intontisce con slogan come «Team sotto pressione fatturato in esplosione» e «La vita è una call che non hai schedulato». Di per sé sarebbe anche una buona notizia: dopo un quarto di secolo, finalmente, l’ascensore sociale si è rimesso in moto. Il guaio – per rendersene conto basta accendere la Tv, scrollare i social network, vivere – il guaio è che a salirci sopra sono stati i Pirozzi.