Nel 2020 la Bielorussia sembrava un pianeta, un universo distaccato dal mondo, non Europa, vicina alla Russia, disperatamente in rivolta per poter decidere il proprio futuro. La protesta bielorussa era bella, elegante, furba, determinata, pacifica e condannata dal suo sembrare troppo lontana per poter cambiare il mondo. Invece era proprio quello, se non molti altri accaduti prima, il momento in cui la Bielorussia sarebbe dovuta apparire con chiarezza come una lotta contro il passato arrivato a prendersi e a stritolare presente e futuro. Come il tassello di un piano molto più ampio che poi il mondo lo ha cambiato davvero. Oggi il passato è ancora a Minsk, il dittatore Aljaksandr Lukashenka ha preteso ancora una volta di aver vinto un voto finto, ha mandato i suoi oppositori in esilio oppure li ha messi in prigione proprio perché quel 2020 di rivolte contro di lui fu talmente determinato e pericoloso che il dittatore, che si fa chiamare presidente, non voleva il minimo rischio che la rivolta si ripetesse. A sfidarlo, cinque anni fa, c’era una politica per caso, Sviatlana Tikhanovskaja, che fino a quel momento forse alla domanda cosa fai nella vita, avrebbe risposto: sono laureata in Inglese, ma adesso mi prendo cura dei miei figli. Invece, timida, impacciata, ma con una ragione in più di tutti oltre alla voglia di democrazia per il suo paese schiacciato: era stato suo marito Sergej a iniziare la rivolta ed era sempre lui la prima vittima dell’ondata di repressione che ne è seguita. Da allora Sergej Tikhanovskij è in prigione, Sviatlana non lo vede dal 2020 e lo porta in giro per l’Europa sotto forma di fotografia. A ogni intervista che fa, spunta sempre il volto di Sergej, così come lo ricorda lei e come lo ricordano i suoi figli. Ora, dopo cinque anni in prigione, ammesso che sia vivo, potrebbe essere irriconoscibile. «Il mio ruolo rispetto al 2020 non è cambiato», dice a Review stringendo forte l’immagine di suo marito.
«Sono cambiate le mie abilità. Ho imparato a parlare con primi ministri e presidenti, ho imparato il loro linguaggio. Non da sola, ma con l’aiuto di tutti i dissidenti fuori e dentro Minsk, abbiamo costruito una Bielorussia democratica che per ora è in esilio. Per ora».
«Per ora» è una promessa, da cinque anni, da quando è fuggita dal suo paese sotto le minacce del dittatore, Tikhanovskaja vive in Lituania. «Siamo rimasti vivi, forti, uniti. Lukashenka voleva che ci dividessimo, che chi era in esilio venisse percepito come un traditore. Ma non è stato così. Abbiamo rapporti stretti e non potremmo esistere senza chi fa in silenzio e in clandestinità l’opposizione dall’interno. In Bielorussia ci sono gruppi di giornalisti che elaborano dati, che monitorano l’effetto delle sanzioni, tracciano le posizioni di lancio dei missili russi. Persone coraggiose che svolgono attività di intelligence con cui ci coordiniamo alla perfezione». Per Tikhanovskaja è importante sottolineare l’unità dell’opposizione perché quando Lukashenka le impose la scelta tra la prigione e l’esilio e lei scelse l’esilio, il regime iniziò una campagna denigratoria su chi aveva abbandonato il paese e quindi non poteva più rappresentarlo.
La Bielorussia è un paese stravolto, unito alla Russia da un’amicizia forzata, e oggi si ritrova con i ricordi di una rivolta che non è possibile non collegare a tutto quello che succede attorno. Non è possibile considerare la Bielorussia senza l’Ucraina, è ingenuo pensarla tanto lontana dalla Georgia, è riduttivo non vedere il collegamento con la Moldavia. Nel 2020, neppure i bielorussi avevano capito quanto fosse enorme la loro storia: «Cinque anni fa non volevamo dare una lettura geopolitica della nostra protesta». I bielorussi protestavano senza bandiere dell’Ue, non erano i giovani di Euromaidan che avevano fatto la rivoluzione in Ucraina sei anni prima, erano dei cittadini che in primo luogo volevano riscoprire il senso di essere bielorussi e l’identità nazionale attraverso la libertà di scelta. Il loro simbolo era la loro bandiera a strisce rosse e bianche, che Lukashenka aveva bandito.
«Invece era tutto più grande e ce ne siamo accorti il 24 febbraio del 2022», ammette Tikhanovskaja, scrollando la testa come se questa ammissione fosse un peso, come se l’avesse fatta a se stessa e agli altri tante volte, ma non per questo si era fatta meno pesante. «La notte dell’attacco della Russia contro l’Ucraina ci siamo ritrovati paese aggressore, l’invasione è partita anche dalla Bielorussia e abbiamo capito che il legame tra Putin e Lukashenka non riguardava soltanto noi. Allora come opposizione ci siamo impegnati a dimostrare tutta la contrarietà del nostro paese all’invasione». Mentre attendono, molti bielorussi sono andati a combattere in Ucraina contro la Russia. Tikhanovskaja cita un esempio su tutti: Maria Zajtsava, una ragazza di vent’anni il cui volto nel 2020 si è stampato nella mente di tutti i manifestanti, insanguinato e urlante durante una protesta contro il dittatore. Maria era stata picchiata dagli Omon, la polizia antisommossa, mentre sfilava per i cortei delle vie di Minsk. Le rimasero gravi problemi all’udito e venne ricoverata in Repubblica ceca: da quel momento le fu impedito il ritorno in Bielorussia e delle botte le rimase una grande cicatrice vicino all’occhio. Quando la Russia ha invaso l’Ucraina, Zajtsava ha raggiunto il battaglione bielorusso, è morta quest’anno, con l’uniforme addosso mentre combatteva nel Donetsk contro l’esercito russo. Ai bielorussi è chiaro come tutto sia collegato: «Non si può lasciare agli ucraini la responsabilità di combattere per la libertà di tutti noi. I bielorussi lottano come partigiani contro Lukashenka, combattono in Ucraina. L’unità con Kyiv è una responsabilità». La Bielorussia è parte del problema, ma deve anche essere parte della soluzione ora che ci si affanna a parlare di trattative e si agita l’espressione “pace giusta”. «Non può esserci pace per l’Ucraina e non può esserci sicurezza per l’Europa finché Lukashenka rimarrà in Bielorussia. Ha venduto il nostro paese, il nostro cielo e la nostra terra alla guerra di Putin. Ha militarizzato la nostra economia perché il Cremlino gli ha chiesto di farlo. Quello che bisogna capire è che è tutto parte di uno stesso disegno, un puzzle, e la Bielorussia non può essere trattata come una questione a parte. Se Minsk è indipendente, Kyiv è più sicura. Se a Minsk c’è ancora Lukashenka, Mosca è più vicina». Tikhanovskaja non vuole parlare degli Stati Uniti, è sicura che capiranno cosa vuol dire essere parte del puzzle, ma aggiunge che per conoscersi quando cambia un presidente ci vuole sempre del tempo, nonostante la sua lotta sia iniziata quando alla Casa Bianca c’era Donald Trump impegnato in un primo mandato in scadenza: «Il sostegno per la nostra lotta negli Stati Uniti è bipartisan», assicura.
C’è un termine che fa tremare quando si parla del futuro dell’Ucraina e il problema è che l’origine sta proprio nel nome della Bielorussia. L’obiettivo di Vladimir Putin è di portare Kyiv verso la bielorussizzazione, quindi renderla uno stato vassallo, annullare la sua indipendenza. Nel leggere la parola “bielorussizzazione” sembra che il futuro di Minsk sia un dato di fatto, quello di Kyiv sia oscuro. Tikhanovskaja ripete tra sé la parola, ammette di averla sentita tante volte, ma preferisce darle due significati: «Sì, il mio paese è diventato un termine che riassume quello che Putin cerca di fare all’Ucraina, quindi creare un paese marionetta che obbedisca a tutto quello che vuole Mosca. La stessa cosa Putin vuole farla in Georgia, dove c’è un governo che ha ricostruito i rapporti con la Russia. Bielorussizzazione ha però un significato più articolato, indica una operazione elettorale speciale in seguito alla quale un governo inizia a reprimere la società che combatte per la democrazia e il suo diritto di scelta. E per andare avanti incarcera, tortura fino a quando le persone non la smetteranno. Altri dittatori hanno guardato alla Bielorussia e hanno pensato che non esistono altri strumenti per tenere il potere». Ancora una volta Tikhanovskaja fa l’esempio della Georgia, il paese che protesta da oltre cento giorni perché gli è stata tolta la possibilità di cambiare governo, che scende in strada sera dopo sera e ogni volta affronta pericoli maggiori: intimidazioni, botte, carcere. «La protesta può finire, ma non muore. I bielorussi sono cambiati per sempre e se adesso non ci sono azioni dimostrative è perché sappiamo che la libertà non può essere sacrificata invano. Dobbiamo aspettare il momento giusto. È così a Minsk, Tbilisi, Erevan». Se crolla l’Ucraina crolla tutto. La Bielorussia ha capito con ritardo che la sua lotta del 2020 non era soltanto sua, rispondeva a un mondo che tiene tutto insieme, che racconta la lotta di molti paesi ingabbiati troppo vicini agli interessi di Vladimir Putin. Sono tutte piazze diverse, tutte storie intrecciate. Tutti paesi che si salveranno insieme o saranno condannati insieme.
Rispetto a cinque anni fa, Sviatlana Tikhanovskaja dice di avere più consapevolezza, adesso ha tutto il puzzle davanti agli occhi, per il mondo non rappresenta più soltanto la storia di Minsk, ma quella che la lega a Kyiv, che la stringe a Tbilisi. Ora Tikhanovskaja parla da leader, si muove da leader, la timidezza del 2020 si è trasformata in consapevolezza, la R moscia che prima sembrava frenarla quando parlava ora suona come un vezzo: «Da allora non sono cambiata come persona. Sento ogni giorno lo stesso dolore. La stessa angoscia».