Una mattina mi sveglio ottimista, mia figlia ha preso sei in matematica, mio marito valuta di acquistare una macchina nuova, i soldi ci sono, e io tra me e me rilancio: voglio o no riavviare la mia carriera?» Arrivata a pagina 16 di questo nuovo romanzo, Donnaregina di Teresa Ciabatti, ho avuto la conferma che non sapevo di cercare: quello che siamo davvero fa a pugni ogni maledetta mattina con quello che vorremmo essere. Ma anche, purtroppo, con quello che crediamo di essere. E grazie alla scrittura, grazie alla forza strabordante delle parole e anche di qualche considerazione messa tra parentesi, tra le virgole, tra la distrazione, tra un mondo e l’altro, ecco che si apre un nuovo tipo di verità: quella che non vorresti dire mai, quella che tieni chiusa nello scrigno delle cose nemmeno pensate. Quella che spetta al lettore.
Quando succede in un libro, quel libro prende una vita che nessuna grande trama, nessuna bella trovata letteraria potrà mai donargli. Cerco di spiegarmi. Donnaregina, l’ultimo romanzo di Teresa Ciabatti (Mondadori), comincia così: «Questa è la storia di Giuseppe Misso detto ‘o Nasone, accusato di rapina a mano armata, furto, associazione a delinquere, associazione mafiosa, 38 omicidi commessi, 108 ordinati, ma per qualcuno molti di più». Certo che lo so, che non sarà soltanto questo, certo che lo so, che un libro si muove insieme a chi lo scrive, insieme ai suoi personaggi, certo che lo so che non sto leggendo un’inchiesta sulla camorra. L’autrice del resto si autodenuncia subito: poco pratica di camorra. Voglio o non voglio riavviare la mia carriera?, si chiede la protagonista. Mi piace molto questa domanda: quante illusioni perdute e ritrovate, quanta forza bisogna metterci, ogni maledetta mattina, per trovare la leggerezza di pensare una frase così. Se tua figlia ha preso sei in matematica. Se la tua grande amica che sta morendo ti chiede come sta tua figlia e tu rispondi: tutto benissimo, tredici anni sono un tempo magico. Camilla, tredici anni, noi la vediamo solo con gli occhi di questa madre che di giorno intervista Giuseppe Misso detto ‘o Nasone e la sera ordina McDonald’s e propone a Camilla di guardare un film, e Camilla non risponde, poi si immerge nella vasca, la testa dentro, non esce dalla vasca, poi urla alla madre che la tira fuori: fatti i cazzi tuoi. Ma raccontato così, come un passaggio di giornata, come una delle tante cose della vita. Le cose della vita, della giornata, le cose della carriera, tutto insieme e tutto normale, gli omicidi di Giuseppe Misso, la sua umanità, suo figlio, le colombe che alleva, e i tredici anni di una figlia che sono sempre difficili, dai.
Si sa. «Le femmine sono precoci, professore». Ci vuole coraggio a trasformare in letteratura l’autoinganno di una madre e a non renderlo eroico: solo distratto, solo speranzoso. Sei forse una cattiva madre perché non vai al colloquio col professore preoccupato per tua figlia? Sei forse una cattiva madre perché pensi al tuo coraggio di intervistatrice di superboss e non al fatto che «la ragazzina è cambiata, è diversa, ripiegata in se stessa»? Le femmine sono precoci, forse ha un blocco in matematica, professore. Tredici anni sono un tempo magico. Professore, adesso devo proprio andare, il superboss si fida solo di me.
Ma poi che può capirci un professore, una madre lo sa.
La vita quando succede, succede così. Il superboss con il figlio difficile, l’umanità che sta nei dettagli, il diavolo che sta nei dettagli, il dolore che non hai la forza di guardare, riavviare una carriera. Le notti durano fino al mattino. Va tutto bene, sì certo.
Amo i personaggi che si mettono a nudo dicendo bugie. Amo che una protagonista di romanzo contemporaneo, una donna adulta, una madre amorevole, venga offerta così arrancante, imperfetta, distratta, così in balia dei suoi pensieri, impaurita e desiderosa di essere intrepida. Così incapace di capirci qualcosa, anche. Così in stallo e piena dei presagi che nessuna di noi vuole guardare. Una scrittrice che spera e minimizza e parte per Napoli e appena si sente di nuovo intrepida viene scippata per strada. Appena si sente al centro della sua vita, concentrata, quasi arrivata, capace anche di maneggiare il male, ecco che il male la travolge. Come camminiamo per le strade di questa vita? Distratti, sempre, e impreparati a tutto. Anche quando crediamo di non esserci mai mossi da lì.
Mi perdonerete se prendo di nuovo in prestito quella frase di Pastorale americana che prendono in prestito tutti: «Capire bene la gente non è vivere. Vivere è capirla male, capirla male e male e poi male e, dopo un attento riesame, ancora male. Ecco come sappiamo di essere vivi: sbagliando». La protagonista di Donnaregina è viva, vivissima, così come sua figlia che a un certo punto desidera morire. È vivo il pensiero che arranca, che rimuove, che sbaglia, che si sposta dalla camorra al tapis roulant, che cerca di dimostrarsi coraggioso. Questi medici sono allarmisti, no? La primavera è arrivata, va tutto bene, Camilla si riprende con l’iPhone 15, ce la facciamo, ce la faremo. Ogni desiderio un segnale di vitalità, ogni capriccio sulla ricostruzione delle unghie la prova che tredici anni è un tempo magico. A volte succede che un romanzo offra la chiave per aprire una porta che avresti preferito lasciare chiusa. Ma le parole sono spietate: sembrano dolci, sembrano lievi, hanno perfino i tempi comici, ma sono grimaldelli e spalancano tutto. Le parole non sono mai ambigue ma sanno dire l’ambiguità e l’umiliazione. Sanno dire quello che non accettiamo di prendere in considerazione: non potendo dire quel che succede in questa storia, in questo romanzo dentro il romanzo, vite concentriche in cui all’improvviso si scarta di lato e cambia tutto, dirò solo che arrivare alla fine è una grande vertigine: Dorothy del Mago di Oz, che si trova al centro esatto del ciclone mentre sta facendo altro, sta cercando il suo cagnolino, e viene trascinata dalla tromba d’aria in un altro mondo. Come si sta al centro esatto del ciclone senza accorgersene? Si sta come nei migliori romanzi, scoprendolo pagina dopo pagina. Come si sta al centro esatto del dolore? In un modo nuovo, con una voce che mente dicendo la verità: l’ho capito leggendo Donnaregina.