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Le videocassette nell’armadio

Quelle con i film registrati dalla tivù, quelle noleggiate e mai restituite. Sono le testimoni di ciò che cercavamo, ma soprattutto di ciò che trovavamo. Per vedere tutto il catalogo di Netflix invece dovrei stare sveglia e non lavorare mai per tre anni e mezzo di fila. Hanno tutti ragione

Ho un armadio pieno di videocassette, se qualcuno si ricorda ancora che cosa sono e come sono fatte. Un armadio di videocassette con i film registrati dalla tivù e anche videocassette comprate, sottratte agli amici che sottraevano le mie, oppure noleggiate il sabato pomeriggio e mai restituite. Ho anche un cassettone pieno di dvd, ma non è la stessa cosa. Le videocassette sono più commoventi, sopra c’è scritto Biancaneve e i sette nani, Cocoon, Alla ricerca della pietra verde, Mignon è partita, La messa è finita, Il padrino, I Goonies, Rosemary’s Baby, Flashdance, Lanterne Rosse, e a volte la prima scritta è cancellata e sopra c’è un altro film. Hannah e le sue sorelle è sopra tutti i Rocky e sopra Rambo; però ultimamente ho visto Rambo per una perversione di mio figlio e ho pianto perché non è possibile che lui torna scioccato dal Vietnam e lo trattano così. Voleva solo andare a trovare il suo amico. Ovviamente c’è Shining, e so che se avessi un videoregistratore e guardassi adesso Shining, ci troverei gli stacchi pubblicitari di allora, quando registravo i film dai Bellissimi di Rete4, impostando l’ora. Era un’incredibile opportunità, mi sentivo sparata nel futuro e fortunatissima. Compravo le videocassette vuote meno costose, quelle nei pacchi da quattro, ed ero molto brava con il videoregistratore. Perché adesso non so neanche usare il telecomando di Sky? Perché mi innervosisco subito e dico che non ne posso più di questa televisione, di questa casa, di questa vita in cui nessuno mi aiuta con il telecomando? Sono passati decenni da quando registravo Le relazioni pericolose e Oci ciornie, e oggi avrei bisogno di spazio nell’armadio, non ho un videoregistratore, le videocassette sono ammuffite, ma non voglio eliminarle perché sono le testimoni di quello che cercavamo, soprattutto di quello che trovavamo. So che in una videocassetta, ma non ricordo con quale titolo di film, c’è un viaggio in montagna con i miei amici, volevamo girare Vacanze a Cortina (che vergogna) e poi sono passati anni prima che uno di noi riuscisse a riversare il filmino in una videocassetta, e a quel punto era già cambiato tutto, non eravamo più noi e le videocassette stavano sparendo, di Woody Allen avevo i cofanetti di dvd e insomma mi sentivo a posto così. Avevo tutto quello che desideravo, anche Kieslowski. Avevo Dario Argento, poi anche molti western di mio padre dai quali ho imparato anche a entrare in un saloon, se necessario. Splash, una sirena a Manhattan, l’ho consumato a furia di vederlo. E Stregata dalla luna mi ha fatto innamorare di Cher (anche di Nicholas Cage). È tutto lì, tutto schedato. Mi sembrava tanto, adesso so che è una piccolissima parte di quello che avrei potuto vedere allora, ad esempio nelle mie videocassette non ci sono i film di John Cassavetes: li ho visti dopo quel periodo magico in cui il videoregistratore aveva sempre la lucina rossa e quella verde accese. Era tutto in italiano, tutto doppiato, ma Julia Roberts in Mystic Pizza era stupenda. Vedevo molti meno film dei miei figli, che fanno click su piattaforme sterminate, ma mi sembrava sempre una conquista. Poi è finito tutto e io mi sono abbonata a tutto.

E qualche volta mi succede di parlare con persone molto più giovani di me che non sono i miei figli, persone che quindi non hanno il preciso compito esistenziale di contraddirmi, di dirmi che io non capisco.
Mamma non hai capito, mamma vabbè dai ci hai provato. Mamma boh, no. Mi capita di parlare con persone che semplicemente parlano, dicono quello che pensano senza guardarmi con sfida, senza mettere alla prova la mia capacità di incassare (che tra l’altro è bassa, e poi io ho questo dramma che io mi ricordo tutto per i sette anni successivi: dopo mi dimentico, ma per sette anni c’è una lista nera in ordine alfabetico). Queste persone che normalmente conversano, discutono, esprimono opinioni senza volermi necessariamente umiliare o prendere in giro per il mio armadio con le videocassette ma anche per la fiducia nell’archivio di Netflix e delle altre piattaforme, dicono che siamo persi in queste biblioteche infinite di film e serie, che averli tutti è come non averne nessuno e che non è così che ci si costruisce un gusto personale, perché va tutto verso l’appiattimento delle aspettative. Ma ci sono un sacco di film in più da vedere, i ragazzi ne hanno molti di più a disposizione, possono scegliere tutto quello che vogliono.

Se si considera che la durata media di un dato titolo nel catalogo sia di due ore (un titolo può essere qualsiasi cosa, da un’intera stagione di una serie a un’ora di stand-up), allora ci vogliono tre anni e mezzo di visione non-stop perché qualcuno possa vedere tutto su Netflix. Cinque anni e mezzo se volessi dormire otto ore per notte, ma comunque mangiando davanti alla tivù o al computer e non lavorando mai neanche un minuto, mai una passeggiata, mai un libro o un film al cinema (ma potrei decidere di dormire quattro ore). Ventinove anni se guardassi Netflix per tre ore ogni giorno (questo conto l’ha fatto il New York Times in un lungo articolo del 15 ottobre con dati finanziari che non posso riassumere). Ventinove anni è più o meno il tempo che è trascorso da quando registravo i film sulle videocassette (a questo punto le persone più giovani con cui parlo, pur non essendo i miei figli, dicono: sì, ok, abbiamo capito).

Comunque è molto più di quanto si possa fare in una vita, e nel frattempo esce Nobody wants this, dieci puntate sull’amore tra un rabbino e una ragazza che fa un podcast sul sesso: ieri sera sono stata costretta da questo senso di abbondanza e di disponibilità a chiudermi in camera per quattro ore per finirlo anche se nemmeno mi piaceva più. Insomma, crediamo di scegliere e non scegliamo niente, ci beviamo tutto, perfino Perfect couple con Nicole Kidman, che francamente era insostenibile, l’avevamo già visto mille volte identico, e quindi ho perso ore preziose e non me ne restano abbastanza da vivere. Ho la sensazione di non avere ancora visto niente. E voglio andare in altre direzioni, e credo di farlo, ma forse il New York Times mi spia: «Se ti annoi, puoi sempre guardare il telefono». Sì, è vero, spesso guardo il telefono. E quando mi risveglia una bella battuta, ringrazio con cinque ore di visione notturna. Adesso però sono disorientata, non so più chi ha ragione, quindi vado ad abbracciare le videocassette nell’armadio.