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L’illusione di divertirmi mentre mi faccio il culo

Chiacchierata con l’americanissimo Richard Ford, tornato con l’alter ego Frank Bascombe per l’ultimo capitolo della sua epica della classe media statunitense. Mentre lavora al prossimo romanzo, elenca le cose importanti: scrivere è una vocazione, si scrive sempre per qualcuno (per lui è sua moglie). Non potrei usare certe parole? Lo stai dicendo alla persona sbagliata…

L’americanissimo Richard Ford è tornato a ottant’anni con un romanzo, Per sempre, che ha di nuovo per protagonista il suo personaggio-alter ego, Frank Bascombe, apparso per la prima volta nel 1986 con Sportswriter e che gli ha poi fatto vincere Pulitzer e Pen/Faulkner con Il giorno dell’indipendenza. Per sempre racconta di Bascombe che con il figlio malato di Sla fa un road trip da una clinica del Minnesota fino al monte Rushmore, ultimo capitolo di quella che i critici hanno chiamato «epica della classe media statunitense». Ford è a Milano per presentarlo assieme a Sandro Veronesi e per cenare poi a casa di Carlo Feltrinelli – «è come una capsula del tempo, la frequento da trent’anni», dice, «il mio posto preferito di Milano». Ogni tanto a Ford scappa l’accento da gentleman del Mississippi mentre scuote la testa parlando delle elezioni americane.

Qui in Italia siamo molto attenti alla politica americana.

Vorrei che non fosse così, perché agli americani non importa un cazzo dell’Europa. Ci sono alcune persone intelligenti a cui importa, ma la maggior parte degli americani non è intelligente. Penso che gli americani dovrebbero andare in Europa per cercare di risolvere i loro problemi, abbiamo più da imparare noi dall’Europa che non gli europei dall’America. Diamo l’America per scontata perché non abbiamo molti confini con altri paesi. Questo è il motivo per cui i repubblicani riescono a usare l’immigrazione politicamente, perché non siamo abituati ad avere gente che attraversa, ne abbiamo praticamente solo uno di confine e ci concentriamo su quello. Viviamo in un mondo dei sogni perché siamo isolati. Non ce lo possiamo permettere, ma cerchiamo di viverci lo stesso.

Il candidato vicepresidente dei repubblicani è anche uno scrittore.

È uno scemo. Potrebbe scrivere fumetti per quanto mi riguarda. Il fatto che sia uno scrittore è secondario al fatto che sia un idiota. Ci sono vari scrittori idioti, ma di solito non cercano di controllare il mondo. Vance è un vero imbecille. E il fatto che sia andato a Yale non vuol dire niente…

Anche George W. Bush è andato a Yale.

Adesso Bush sembra uscito fuori dall’Atene del Quarto secolo. Oggi pagheremmo perché ci fosse uno come lui. Anche quell’idiota del Texas, Ted Cruz, ha fatto Harvard. E quel cretino del Missouri mi sembra abbia fatto Yale, Tom Cotton. Ho insegnato in queste università, a Princeton, alla Columbia e sono piene di cretini. Tanti quanti ce ne sono a Michigan State o in altre scuole meno prestigiose, eh.

Per l’insegnamento e non solo lei ha cambiato spesso casa, dal New Jersey a New Orleans, fino al Michigan. Dove si sente più a suo agio?

Ora stiamo in Montana. Riesco a rilassarmi dappertutto, sto bene ovunque ci sia mia moglie.

Nel libro con Frank malandato e il figlio con la Sla c’è un equilibrio tra il divertimento e il dolore della malattia.

Non so se parlerei di dolore per la malattia. Semplicemente il riconoscimento della malattia anticipa la morte, ma non so se è vero dolore.

La malattia non è dolore?

Quando penso al dolore penso al dolore con la D maiuscola. Il dolore è soprattutto esistenziale. Questa e una qualità dell’essere vecchi. Ci si abitua al dolore, non so se si accetta, ma si crea una familiarità. Ho avuto un sacco di diagnosi nella mia vita, ma niente ha ancora danneggiato davvero il mio corpo. Ma allo stesso tempo ne sono cosciente, per esempio del fatto che ho un buco nel cuore.

Ci pensa tutti i giorni?

Sì, tutti i giorni. Ma non con angoscia. Ci sono varie altre cose che non vanno ma penso, okay, cosa posso fare per rendere questa una bella giornata?

Scrivere?

Può esserlo. Sicuramente. Ma soprattutto direi che è mia moglie. Anche perché siamo solo noi due.

In una scena il figlio di Frank arriva alla clinica e dice che quando varca la soglia «cerca di proiettare un’immagine di benessere», la malattia, dice, lo rende estroverso.

Sembra un discorso più intelligente di quanto lo sono io. È una cosa completamente costruita, non so se sia vero o no, se sia possibile. Ma l’ho scritta come se fosse vera. Scrivere è immaginare cose. Volevo descrivere Paul, il figlio di Frank, che andava alla clinica e si trovava tra dottori e infermieri che lo studiavano o si occupavano di lui, e mi sono dovuto inventare il suo comportamento, che doveva essere coerente con il personaggio, dovevo trovare un atteggiamento che doveva avere prima di entrare nella clinica. Poteva avere paura, oppure essere solenne, poteva essere molte cose e sono tutte cose che io mi invento – non sta succedendo niente di tutto questo nella realtà – e poi ho pensato che la clinica lo rendeva libero, euforico, lo rendeva una persona più aperta di quanto non fosse solitamente. E questo non so se sia possibile, ma non mi sembrava nemmeno improbabile. È così che rendi qualcosa di vero, lo assegni a un personaggio. Lo inventi e lo assegni e diventa vero. Ma diventa vero anche nel senso in cui qualsiasi cosa in un romanzo o in una poesia è vero. È vero nel momento in cui lo leggi e quando in te che leggi resta qualcosa di quello che hai appena letto. O a volte puoi pensare “non è vero” quando non provoca nel lettore una conversazione tra lui e il libro. Una cosa che scrivi non è vera quando crea delle verità assolute, ma quando nascono delle interazioni tra te e il libro, o tra te e te. E questo è l’uso dei libri.

Questo probabilmente sarà l’ultimo libro di Frank. Siete cresciuti insieme negli ultimi decenni.

Siamo insieme da quando avevo trentasette anni.

Siete invecchiati insieme. Siete cambiati molto?

Domanda più complicata di quanto non sembri, e posso rispondere solo separandomi dal personaggio. Non ho nemmeno idea se esiste una cosa come “cambiare” in me. Sì ok, ho assorbito delle cose, ho fatto alcune esperienze, e magari da queste esperienze ho anche imparato qualcosina, ma non mi sento per nulla diverso rispetto a quando avevo trentasette anni. Mi sembra che il cambiamento sia una convinzione comune, qualcosa in cui la gente crede, quasi un cliché, ma mi dico: forse non esiste, forse nessuno cambia mai davvero. Forse il cambiamento è solo una cosa che, da osservatori, vediamo negli altri, come un obbligo sociale. Invece quando parliamo di personaggi della narrativa, nel corso di quarant’anni, il cambiamento esiste. Quando, per esempio, scrivo di Frank, cerco sempre qualcosa che lui veda o senta o dica di diverso da quello che ha visto o sentito o detto l’ultima volta. Bisogna essere sufficientemente coerenti da riconoscere il personaggio, ma tutto deve essere diverso. Se scrivi di un personaggio per quarant’anni non stai cercando di colorare dentro i bordi, cerchi una coerenza sufficiente per riconoscerlo, ma deve fare cose che nessuno si aspetta. Per me questo costituisce il cambiamento. E se scrivessi libri con nuovi personaggi ogni volta, farei esattamente la stessa cosa. Farei in modo che il libro successivo fosse nuovo per il lettore, fresco, fuori da qualsiasi aspettativa. Non mi chiedo mai: «Cosa farebbe Frank?». Mi chiedo solo: «Cosa posso far fare a Frank?».

Non c’è un comfort nel tornare allo stesso personaggio quindi?

Trovo un comfort nei motivi estetici. Per il motivo che il lettore conosce il personaggio ma io gli faccio fare cose completamente nuove. Potrei esser spinto a far fare a Frank una cosa assurda che a posteriori mi fa però pensare: «Non penso che questo sia adatto a quello che io capisco di Frank». Per esempio, se facessi seguire a Frank l’ideologia del partito nazista, non penserei: «Frank non vuole farlo», ma direi: «Richard non vuole che Frank faccia quella cosa».

Controllo sul personaggio.

Sì, un controllo totale!

Ci sono scrittori che dicono: il mio personaggio mi ha spinto a fare quella cosa, oppure, lui voleva fare quella cosa…

C’è una parola che definisce questo approccio: stronzata. Ci sono scrittori che stanno lì e guardano i personaggi e aspettano che facciano cose. È una scelta stilistica, ma è soprattutto un modo per togliersi di dosso qualsiasi responsabilità.

Quindi qual è la cosa più bella dello scrivere narrativa? Il potere?

La cosa più bella che puoi fare scrivendo è scrivere qualcosa che ti piace davvero. Scrivi un paragrafo e lo rileggi e pensi: non avrei potuto farlo se non fossi stato qui a lavorare oggi in questo luogo a quest’ora. E pensi: quello che ho fatto va bene. Non succede sempre, ma questi sono i momenti migliori. Quando ho scritto la fine di Canada ho pianto. Vere lacrime di gioia. Ogni volta che rileggevo il finale piangevo. Non è una questione di darsi una pacca sulla spalla da soli, anche se l’ho fatto, ma di pensare: cavolo, non è incredibile che il gesto artistico, che la vita artistica, possa portare a una reazione del genere? Un pensatore del Diciannovesimo secolo, mi sembra John Ruskin, diceva che il romanzo è la composizione di cose disuguali. E quello che intendeva è che per fare un romanzo metti insieme una serie di cose che non si incastrano tra loro, si crea un amalgama da cui nasce una tensione, e queste cose che non si incastrano le fai incastrare tra loro e da questa tensione arriva la grandezza. Quando fai qualcosa che ti piace dici: che fortuna!

Sembra che lei si diverta mentre scrive.

Molto. Rido da solo mentre scrivo. Mi faccio ridere. È una cosa che noto negli scrittori che mi piacciono, penso: si stanno divertendo. Ma quello che so davvero è che stanno creando l’illusione di divertirsi a scrivere mentre in realtà si fanno il culo. Facendo incastrare tutte le cose che non si incastrano. Una faticaccia.

Quando scrive ha un lettore in mente?

Sempre, a ogni frase.

E chi è?

È un misto di varie persone mescolate. So che il libro finirà sotto gli occhi di mia moglie. So che finirà nelle mani di un editor, in modo che poi arrivi a un lettore anonimo. È un pubblico piuttosto popolato quello della mia audience immaginaria, che include mia moglie, io, te lettore… Ci sono molti scrittori, come il mio carissimo amico John Banville, che dicono: «Non me ne frega un cazzo di quello che pensano gli altri del mio libro». Ma so che è una cazzata. Anche se lo scrivi perché sia brutto, se lo scrivi in assoluto ti aspetti che qualcuno lo legga. Se dici che non ti interessa è solo spavalderia. Ha a che fare con la tua immagine pubblica, non ha niente a che vedere con il libro.

Lei sembra una persona molto onesta.

È la mia immagine pubblica, voglio apparire così. Forse confondi il candore con l’onestà. Il mio amico Martin Amis era una delle persone più candide che abbia mai conosciuto. L’età aiuta. Se hai parlato in pubblico per tutta la vita, hai visto le conseguenze di quello che succede quando dici qualcosa, anche le cose brutte. A volte ripensi a quello che hai detto in certe situazioni, e ti ritrovi a dire: come ho fatto a dire qualcosa di così stupido. Alcune volte fai delle cazzate dopo aver letto una brutta recensione. Ma alla fine pensi: sono sopravvissuto.

Come scrive?

Ho dovuto reinventare il mio processo di scrittura intorno al 1981 o ’82. Avevo scritto due libri prima che erano libri perfettamente credibili ma, come molti giovani romanzieri, non sapevo come si scrive un libro. Sapevo cos’è un romanzo ma mi chiedevo: come se ne scrive uno? Come si va da zero a qualcosa? E così nei primi due libri non avevo incluso abbastanza di quello che credevo di esser bravo a fare. Tiravano fuori le mie abilità solo parzialmente. Quindi ho pensato: devo inventare un processo che tirerà fuori tutto quello che posso mettere sulla pagina. Ho sempre avuto un taccuino, mi porto dietro un quaderno da sessant’anni. Con Sportswriter avevo un’idea molto grezza della storia, e ho iniziato a raccogliere materiale dai vecchi taccuini e dalla mia vita quotidiana, prendendo parecchi appunti su varie cose. E prendendo appunti le storie iniziavano a farsi più chiare. La cosa è andata avanti per circa un anno e alla fine avevo accumulato un quaderno pieno di roba e poi ho iniziato a organizzare questo materiale grezzo in un quaderno che chiamo «Il libro del libro». Un quadernone da cui poi tiro fuori il libro vero. Il materiale grezzo viene diviso in varie cartelle, uno per un personaggio, uno per un altro, uno per un posto, uno per un altro. A volte ogni categoria contiene lo stesso materiale di un’altra perché non so dove andrà a finire. Poi inizio a studiare tutto nel corso dei mesi finché non vedo dove il libro ha un arco, dove inizierà e dove avrà il suo zenit e poi inizio a pensare a quale sarebbe la prima cosa che scriverei se dovessi iniziarlo. Penso a dove inizierei. Processo faticoso, molto lento, molto impreciso, che faccio da quarant’anni. Bisogna essere molto pazienti, non iniziare troppo presto. Quando ho iniziato quest’ultimo, Per sempre, non sapevo bene cosa volevo scrivere ma la prima parola che ho buttato giù è stata “felicità”. L’ho scritta, e basta. E poi ho pensato, è la prima cosa che voglio che si veda? Sì, felicità è la prima cosa che voglio che si veda.

Ogni romanzo, ogni racconto procede con questo metodo?

Sì, stesso identico processo. A volte il «libro del libro» è duecento pagine e lo rileggo tutto ogni due settimane e lo sfoglio e tiro fuori le cose. Vedo qualcosa e lo trascrivo in un foglio. Tutto a mano – Ford tira fuori dalla tasca della giacca una penna gel Pilot –. Una volta usavo penne più grosse. Poi trascrivo tutto sul computer. Pensavo che fosse intelligente scrivere ogni mattina e poi il pomeriggio trascrivere sul computer, ma non ho la disciplina per farlo. Lavoro dalle 8 e 30 alle 12 e 30, e poi di nuovo dalle 3 e 30 alle 5 e 30. Ogni giorno. A volte alle 3 e mezza rileggo quello che ho fatto, o faccio editing, o aggiungo qualcosa. Ma dovrei invece trascriverlo, ma non lo faccio, e quindi solo quando l’ho finito mi siedo e lo trascrivo faticosamente al computer. È noioso ma è anche molto utile. Solo in quel momento vedo se le cose si incastrano davvero. Scrivere è più simile al costruire un muro con i mattoni che non al lavoro dell’architetto. È molto meccanico.

Frank, nonostante le sue sfortune – figli morti o malati – è ottimista.

Gli americani non credono più nell’ottimismo. Se vuoi vendere non devi scrivere libri ottimisti oggi.

Lei è altrettanto ottimista, come Frank?

Assolutamente. Ancora più di Frank. Faccio libri per gente che vivrà in un futuro che io non vedrò mai. Sperando siano utili. E quando fai qualcosa per gli altri del futuro, è sempre un gesto ottimista.
Che le storie siano tristi o no… Questo è il motivo per cui provo a scrivere cose divertenti, perché quello humour riproduce il mio ottimismo.

Cosa pensa della passione di oggi per l’autofiction?

Ognuno può fare quello che gli pare. Se un buon libro ne viene fuori bene, chissenefrega. Se è l’espressione della libertà di uno scrittore, sono felice. Io non penso di volerlo fare, però.

Cosa legge?

Provo a leggere romanzi contemporanei. Ero a letto stamattina cercando di pensare a un libro che ho letto quest’anno, ci ho scritto una bandella per l’editore, mi è piaciuto un sacco. Ma non ricordo il nome dell’autore o del libro. Questo vuol dire avere ottant’anni! Lo chiederò a mia moglie, lei se lo ricorda.

Sua moglie è sempre la sua prima lettrice quando finisce qualcosa?

Sì, certo. È una grande lettrice, è molto intelligente e ha gusti più ampi dei miei. Provo a scrivere libri per un mondo che ha un gusto più ampio del mio. Da ragazzino nelle prime cose che scrivevo, visto che ero del sud anche se non ci vivevo più, pensavo che il mio soggetto dovesse essere quello: il sud. Poi mi sono reso conto che non avevo niente di nuovo da dire sul sud. Faulkner l’aveva già fatto, Flannery O’Connor l’aveva già fatto. E ho pensato: devo scrivere libri che possono interessare a tutti gli americani. Non volevo scrivere solo del sud per gente del sud, volevo che i miei libri piacessero a tutta l’America. Non so se ce l’ho fatta a raggiungerlo, ma quello era il mio obiettivo.

Ora il sud non è più quello di Faulkner.

In mezzo ci sono stati il movimento dei diritti civili, e adesso il movimento woke, che hanno cambiato nella società il rapporto con le ingiustizie e con i sentimenti. Questo ha avuto un impatto su come il sud viene rappresentato.

Cosa ha da dire sul movimento woke rispetto alla letteratura?

Come molti movimenti meritevoli è iniziato bene, poi è finito nelle mani di chi vuole usarlo per ottenere del potere. E quindi ha perso parte della sua credibilità. Quando è iniziato si basava su sani principi, poi si è disseminato nella cultura e la gente ha iniziato a usarlo per avere del potere sugli altri. Dirmi che non posso usare certe parole… lo stai dicendo alla persona sbagliata.

E se qualcuno dovesse censurare o bandire i suoi libri?

Sarebbe terrificante. Ma probabilmente nessuno noterà mai i miei libri, perché di solito censurano libri molto più celebri e riconosciuti. Alcuni scrittori dicono che si sentirebbero onorati se i loro libri venissero banditi dalle scuole o dalle biblioteche, io non lo sarei. Sarei inorridito. I miei libri nascono per essere letti, e non credo ci sia niente nei miei libri che debba essere censurato.

Che futuro vede per la politica americana?

Se Kamala Harris dovesse vincere le presidenziali sarebbe un’ottima cosa perché inviterebbe la gente della destra estrema a muoversi più verso il centro, per un motivo pratico. Non penso che lei da presidente cambierà molto più di questo. Perché la destra americana è molto più pratica della sinistra. Se Harris vince, la destra non vedrà un futuro. La destra vedrà che i Tom Cotton e le Marjorie Taylor Greene hanno creato una situazione intollerabile per la stessa destra e saranno costretti a muoversi verso il centro. I progressisti non la pensano così. La sinistra pensa che dovrebbe sempre vincere, anche quando perde. La destra invece pensa: vinceremo.
Ma c’è qualcosa che mi fa dire che se Trump vince, non sarà così male come si crede. Certo, non sarà una cosa positiva, ma nemmeno terribile come pensiamo. Perché Trump è talmente un narcisista istituzionalizzato… Il suo narcisismo è circoscritto all’istituzione per cui lavora in quel momento. Vuole essere un politico, un businessman, una star televisiva, tutte istituzioni che non vuole mollare. Per mantenere il suo status istituzionale, deve contenersi per restare in quel ruolo.

Frank Bascombe in Per sempre dice che «il suo obiettivo, prima che scenda il sipario, è essere felice». Qual è il suo obiettivo adesso, a ottant’anni, da uomo e da scrittore?

Devo dire che non riesco a distinguere la differenza tra uomo e scrittore. È per quello che scrivere è una vocazione, non una professione. Il me stesso uomo e il me stesso scrittore operano sullo stesso piano. Se mi dicessero che mi restano due anni di vita, cosa che è piuttosto plausibile secondo i medici, direi a me stesso: spero che tu sia utile a qualcuno.

Sta scrivendo un nuovo romanzo?

Sì, sono a quella fase che dicevo prima, degli appunti. Ieri mattina ho pensato a un titolo. A volte ho bisogno di un titolo in modo che il materiale si organizzi da solo. Ho pensato al titolo mentre guardavo il Duomo dalla finestra dell’hotel. Non mi interessa se sarà quello, se durerà, ma sono contento di aver pensato ad almeno una cosa che funziona. Se riuscirò a trovare un titolo migliore, userò quello. È un titolo che penso si adatti al setting del libro, che sarà un romanzo breve, comico, ambientato in un campus universitario nel Midwest.

Una campus novel.

Se penso ad alcuni dei migliori romanzi che ho letto sono campus novel. Per esempio I Netanyahu di Joshua Cohen.

Brillante.

Un libro divertentissimo. Ce n’è uno anche di John Barth, La fine della strada. E ho pensato, per un uomo della mia età che non vuole scrivere un romanzo di duecentomila parole, è il tipo di libro ideale per il poco tempo che mi resta.

Giulio Silvano (Lerici, 1989)  è  redattore di Nuovi Argomenti, ha  tradotto  alcuni libri (tra cui Bernard Malamud e Anne Carson), collabora con il Foglio.