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L’unico giuramento che non puoi infrangere

Tra le mura di Rebibbia e le notti romane fatte di whisky, segreti e intimità, Goliarda Sapienza porta la sua “libertà pazzesca” fuori, come nel film di Martone, come nei racconti di Grace Paley. È il patto eterno che ci spinge a fidarci, solo per il fatto di esserci riconosciute

Goliarda Sapienza esce dal carcere, dopo un periodo che lei stessa definirà “breve”, ma che nella memoria si dilaterà oltre la verità dei giorni e soprattutto si dilaterà nella vita successiva, e per tutto il tempo che verrà dopo quei pochi giorni del 1980, continuerà a cercare un dentro, anche fuori.

Lo farà con le amiche di Rebibbia e lo farà da sola, scrittrice libera ma tormentata da quei continui rifiuti al suo romanzo, L’arte della gioia, che scriveva al mattino e rileggeva il pomeriggio, che considerava importante e che nessuno voleva, e che uscì integrale postumo solo per la dedizione e l’amore del marito, l’attore Angelo Pellegrino, che lo fece pubblicare a proprie spese. L’arte della gioia diventò, molto tempo dopo, uno dei romanzi italiani più importanti del Novecento.

Questo è quello che sappiamo, poi ci sono le interviste televisive a Goliarda Sapienza, nelle quali sprigiona tutta l’epica di una donna in anticipo su tutto, e quindi mai esattamente dentro il suo tempo. Per fortuna nostra che leggiamo e che costruiamo l’epica dagli sguardi e dalle parole stonate, e per disperazione sua che non trovava pace in nessun luogo. Tranne in quel: dentro. La “libertà pazzesca” che ha provato con le detenute di Rebibbia, dirà. La libertà pazzesca che Mario Martone e Ippolita Di Majo hanno messo in scena nel film Fuori, in cui Valeria Golino è Goliarda Sapienza, continuamente in bilico tra il dentro e il fuori, continuamente alla ricerca del: dentro. Con queste amiche ai margini, di cui si innamora, ricambiata, di cui è madre, sorella, amante nel senso che le ama, le ama davvero come si ama la vita che ti sfugge, la giovinezza capace di tutto, la possibilità di un altro mondo, l’intimità non borghese: niente convenevoli, cene noiosissime con signore ingioiellate a cui, almeno, rubare i gioielli. Ma notti romane che non finiscono mai, pericoli, scoperte, cene che replicano la cena in cella e però dentro “una libertà pazzesca”.

Di che cosa parliamo se non di amicizia tra donne, quella cosa che non si può paragonare a niente se non a un grande e lungo amore? Grace Paley, scrittrice americana nata a New York più o meno negli stessi anni di Goliarda Sapienza, e come Goliarda figlia di genitori impegnati in lotte sociali, è stata l’autrice, la poeta, l’attivista che ha raccontato con più ostinazione quel legame ossessivo, competitivo, ammirato, di sostegno reciproco e reciproca salvezza e perdizione. «Personalmente, mi sono ritrovata a pensare da scrittrice perché avevo cominciato a vivere in mezzo alle donne. E la cosa sensazionale è che non le conoscevo, non sapevo chi fossero. Mentre avrei dovuto, con tutte le zie che avevo, giusto? Eppure non le conoscevo e questa, secondo me, è l’origine di tanta letteratura. La letteratura non nasce da ciò che sappiamo, ma da ciò che non sappiamo. Ciò che ci incuriosisce. Che ci ossessiona. Che vogliamo conoscere». Grace Paley scriveva prendendosi cura (come fare una torta, farcire un tramezzino, portare al parco il figlio di un’altra), Goliarda Sapienza scriveva per conoscere quello che la sovrastava. «Abbiamo solo noi stesse», dice Grace Paley in una delle sue poesie,

«Cerchiamo il dentro anche fuori», dice Goliarda Sapienza. Il tempo carcerario, così chiuso e così dilatato, il tempo delle donne nel Novecento. Torno a Grace Paley perché parla di patti che durano per sempre, e anche Goliarda lo fa, o almeno vorrebbe, è il suo desiderio di condivisione che si scontra però sempre con la realtà del vivere da scrittrice. Due donne in Amiche di Paley portano i bambini al recinto di sabbia, si guardano per la prima volta. «Ci eravamo scambiate un sorriso al di sopra delle loro teste piene di sabbia, utile almeno quanto il giuramento che tutte noi avevano pronunciato insieme ai mariti con cui non eravamo più sposate». Anche quello è un tempo ristretto, anche quello è un tempo in cui esercitare la pazzesca libertà di conoscersi l’un l’altra.

Quando mi trovo in mezzo alla gente, cerco sempre con gli occhi una donna con cui parlare, so già di essere disposta a incrociare lo sguardo e a dirle un segreto, a fidarmi senza motivo, per il solo motivo di esserci riconosciute. Nel film di Mario Martone, Goliarda Sapienza risponde al telefono con il filo e la rotella, e dice sempre sì agli strambi appuntamenti che le dà Roberta: al deposito bagagli della Stazione Termini, al bar ma in piedi, non ti sedere, alla fermata del tram ma il tassì poi lo pago io «che te non c’hai ’na lira», e poi andiamo in un posto, ti faccio una sorpresa, ragazzo portaci due doppi whisky con tantissimo ghiaccio, e che macchina ti piace? Ci si taglia le vene, ci si droga, si ruba un’auto e poi la si riporta, si fruga tra le cose degli altri, si va a prendere un’amica che esce oggi di prigione, si sta insieme tra la vita e la morte, tra l’indicibile e la possibilità di dirsi qualunque cosa. Goliarda Sapienza viene, solo all’inizio, sospettata di essere una spia delle guardie. Di prendere appunti contro le amiche.

Deve guadagnarsi la fiducia, e lo farà.