Jamaica Kincaid indossa ironicamente un cappellino giallo con il suo nome in stampatello. Nata ad Antigua nel 1949 col nome di Elaine Potter Richardson, è entrata negli anni ’70 al New Yorker. Oggi vive in Vermont e insegna a Harvard. Negli anni ha scritto diversi romanzi e racconti dove al centro ci sono spesso tematiche come colonialismo, razzismo e imperialismo – come ha notato il critico Harold Bloom, a volte ci si è concentrati sui temi a scapito della sua bravura letteraria. Kincaid è in Italia per presentare Passeggiata sull’Himalaya, un libro di qualche tempo fa appena pubblicato qui da Adelphi, dove racconta del suo viaggio in Nepal alla ricerca di semi insieme a un amico orticulturista.
Non so se ha riletto di recente il suo Passeggiata sull’Himalaya…
Non rileggo mai le mie cose. Mi sorprendo sempre nel lasciare che la gente sappia quello che penso davvero. Ma mi ricordo bene il libro, spesso i ricordi di quel viaggio mi danno energia. Avevo 20 anni in meno, oggi non potrei farlo. Posso fare hiking sulle Dolomiti, a vedere fiori in primavera. E mi spiace non aver fatto quel viaggio nell’Himalaya prima, perché si vede sia la Terra sia il mondo. E sono due cose separate, la Terra è il pianeta, il mondo è quello che abbiamo creato. E in quelle montagne vedi più la Terra che il mondo. Dobbiamo costantemente ricordarci che siamo sulla Terra. Creando il mondo distruggiamo la Terra.
Trattava alcuni temi, come l’amore per il giardinaggio, ma anche l’anticolonialismo, che ora sono abbastanza di moda.
Non mi sento una visionaria, ma sono contenta che ora ci siano questi interessi. Non voglio vantarmi, ma il mondo si è messo in pari con me. Per me la passione per il giardino, come luogo che abbiamo creato dalla Terra, viene dalla storia. Da una parte la Genesi e dall’altra parte la storia colonialista, cioè lo schiavismo degli africani e il loro coinvolgimento nell’agricoltura europea. L’idea del giardino diventa comune quando hai accesso al lavoro di altre persone. È tutto connesso, dal potere di dare il nome alle cose, che Dio dà ad Adamo, al modo in cui gli europei in giro per il mondo hanno rinominato i luoghi mentre li conquistavano. Per me il giardino però non è un luogo di intrattenimento, oggi si scrive di giardini in modo pacificante, ma la parte del giardinaggio che disturba non si vede. Pensiamo già all’Eden, senza la conoscenza il primo uomo non sapeva come goderselo. È pigro pensarlo come un paradiso, in realtà è tumultuoso.
Lei ha un suo giardino nella sua casa in Vermont dove passa molto tempo.
Ho creato un paesaggio più che un giardino, perché il mio non è ordinato. Per qualche motivo sembra più una mappa, aree isolate, aree verdi… Forse non dovrei dirlo, ma vedo il mio giardino come un’estensione della scrittura. Quando sono in giardino inevitabilmente sto scrivendo, e quando sto scrivendo sono nel mio giardino. Si nutrono a vicenda. In questo momento le giunchiglie stanno spuntando, e sembra un paesaggio selvaggio. Anche quando scrivo di persone la metafora del giardino è sempre con me, e quando sono in giardino la scrittura è sempre con me.
Qual è il suo processo di scrittura?
Non ce l’ho! A pensarci il processo di scrittura è una cosa di cui parlano gli uomini. Mi viene in mente John Updike che descrive la sua giornata di scrittura. Non mi sembra di aver mai sentito una donna spiegare il suo metodo. Ogni cosa che scrivo richiede una diversa serie di disposizioni. Cambiano i libri che leggo… Ora, per esempio, sto leggendo una storia del Portogallo. Ho notato che i romani avevano delle miniere in Spagna, le monete dell’impero venivano da lì. E mi chiedo se quel ricordo abbia guidato gli spagnoli, ovunque andassero, a chiedersi “dov’è l’oro?”. Questo forse è il mio processo di scrittura, chiedermi cose come: perché gli spagnoli erano così ossessionati dall’oro?
Ne verrà fuori qualcosa di autobiografico, come spesso accade coi suoi libri? O forse non le piace il termine.
Non mi disturbano queste categorie, autobiografico, fiction, non-fiction… Anche se scrivessi di situazioni domestiche contemporanee determinerei se è fiction quando voglio che succedano certe cose, o che la struttura sia manipolata in un certo modo e userei strutture che lo farebbero sembrare fiction. Ma posso anche fare il contrario. Non faccio queste distinzioni, perché non ho tempo. Il lusso di avere un personaggio che fa una pausa, o sospira… non ho tempo per queste cose.
Ma come è arrivata a leggere della storia del Portogallo?
Stavo insegnando un corso sull’autobiografia e ho fatto leggere il De bello gallico, dove Cesare parla di sé in terza persona. Mi interessava la sua voce imperiale, e poi sono passata al Portogallo perché mi interessavano i romani. Vedi, ho una strana credenza: c’è una legge delle cose che non capiamo davvero, che noi esseri umani non comprendiamo. Quando leggo la storia dell’impero romano non mi sento di leggere il passato, ma sono in quel momento lì. Ho letto anche i diari di Colombo. Lì ho capito il potere di nominare le cose, del prendere possesso delle cose non solo dicendo “è mio”, ma dandogli un nome, il nome si fonde con la cosa e ha la forza di cancellare il suo passato. E perché ho letto il suo diario, boh, a caso. Ma le cose casuali hanno un motivo, il nostro inconscio è molto presente, è una guida dentro di noi e se la segui a un certo punto avrà senso.
Come cambiare il nome del Golfo del Messico in Golfo d’America.
Quando Trump tornerà a essere il furfante che è, tornerà a chiamarsi Golfo del Messico. E poi l’America ha già troppo. Come tutte le persone stupide Trump vuole sempre di più. Ma non chiedermi di Trump: provi a capire cosa sta facendo, in modo normale, ma niente ha senso. E ci provi da un punto di vista pazzoide, ma anche lì non ha senso. Leggo tutti questi libri su totalitarismo e autoritarismo, ma lui non ha senso. Solo negli Stati Uniti ha senso uno così e gli è permesso di fare quello che fa. Ci si chiede se tutto finirà, con lui… Hai presente il poema Osimandia di Shelley? Qualcuno dovrebbe mandargliene una copia.
Non so se lo leggerebbe.
La domanda è: è in grado di leggerlo? Sembra uscito dalla Bibbia, Trump, da qualche mito. Non ha senso. È una parabola? Viviamo nell’èra della crudeltà, e lui è Mr. Crudele. Sappiamo, abbiamo i dati, che i bianchi americani preferiscono essere poveri che uguali agli altri. Ora siamo così innamorati dei soldi negli Stati Uniti, tutto è una transazione. Certo, si è sempre venuti qui per fare la propria fortuna, ma prima non era necessariamente a scapito degli altri. L’America è sempre stata transazionale, ma prima c’era una specie di decenza. Pensiamo che 26 dei 50 stati hanno nomi nativi americani. È un modo per chiedere scusa? Aver tenuto i nomi è significativo. Ma adesso anche questo sembra essersi perso. Oggi gli Stati Uniti non sono un paese per bene. Alla gente piaceva venire in America perché gli americani erano amichevoli, erano il nuovo mondo e tutti volevamo essere qui. Ora non è nemmeno il vecchio mondo, è solo una merda. La crudeltà ha sostituito i soldi. Non so perché Elon Musk, l’uomo più ricco del mondo, cancella i programmi di aiuto ai più poveri del mondo, forse vuole farli morire di fame. Oggi più sei crudele più provi emozioni.
Come si sentiva quando è arrivata in America?
Avevo 16 anni e mi hanno mandato a lavorare come domestica in una casa di bianchi. Oggi dall’Africa le ragazze di quell’età vanno in Arabia Saudita, ed è un po’ una nuova tratta degli schiavi. La famiglia dove lavoravo era carinissima, le persone bianche più carine d’America. La sera andavo a scuola, avevo dei giorni liberi, un buon salario. Dovevo mandare i soldi ai miei genitori ma non lo facevo, mi ci compravo dei vestiti costosi. Poi ho deciso che volevo diventare una scrittrice e ho iniziato a scrivere. A ripensarci la mia vita sembra quasi magica perché neanche dieci anni dopo, da quando ero stata mandata lì per fare la serva, avevo iniziato a scrivere sul New Yorker. Pura fortuna, forse. All’inizio non avevo parole per sapere come mi sentivo, per esempio ero depressa ma non conoscevo la parola, quindi non lo sapevo.
Il New Yorker ha appena festeggiato i 100 anni. È cambiato molto?
È dovuto cambiare. Tempi diversi. Sembra avere più persone nere dentro, quando sono arrivata non c’erano praticamente persone di colore, ma non l’ho notato. Venendo da una società nera, non notavo che la gente era bianca, ho sempre pensato che tutti fossero come me, forse è pensiero magico. A volte penso di aver confuso il razzismo con la maleducazione. Se mi trattavano male pensavo: la loro madre ha fatto un pessimo lavoro nell’educarli. Ma ancora adesso non riesco ancora a capire bene la nozione di “bianco”. Per me sono solo persone con una pistola. Quando Colombo incontra per la prima volta un indigeno, lui gli dà la sua spada e l’indigeno la prende per la lama, e lì inizia tutto. Colombo capisce che loro non sanno cos’è quell’arma, e lì inizia la razza. Io ho la spada, voi avete l’arco e le frecce. La razza è una questione di potere, che poi diventa dopo anche oppressione psicologica. Ma se ci pensi la nozione di “gente bianca” è ridicola.
Ma com’erano gli anni ’70 e ’80 al New Yorker, e a New York?
Era magico. Eravamo tutti poveri. C’erano un sacco di artisti amici e vivevano nei loft in quella che ora è TriBeCa, o a Soho. Ci vedevamo lì e ballavamo, o al Mud Club e al CBGB’s, tornavamo alle 5 del mattino. E Times Square era meravigliosa, era come un’estensione di Harlem, andavi al cinema ed erano tutti neri e reagivano al film come se ne fossero parte, era meraviglioso. Poi il declino è iniziato con l’èra Reagan che ha trasformato l’America e poi con Rudy Giuliani, che è un razzista, e New York è diventato un posto dove non volevo far crescere i miei figli. Allora al New Yorker avevamo un editor molto curioso, che aveva un vero dono: trovare e capire i migliori scrittori in circolazione. Non so cosa sarei diventata come scrittrice se non l’avessi conosciuto. A lui, William Shawn, che era anche mio suocero ma non voleva farmi favori proprio per questo, piaceva il mio modo idiosincratico di scrivere. E spesso l’editor della narrativa mi bocciava i racconti. Poi c’è stata quel personaggio immaginario che è Robert Gottlieb, poi la terribile Tina Brown. Ora c’è David Remnick che è una persona per bene, anche se ha appoggiato la guerra in Iraq, cosa quasi imperdonabile.
Prima ha citato Musk. A lungo, anche dai progressisti, è stata celebrata la sua intelligenza.
Il genio è una forma di stupidità. Non vedi mai cose così davvero stupide fatte dalla gente normale. Non penso che il tech abbia reso il mondo un posto migliore. Trasformano l’essere umano in una commodity. Io non sono abbastanza brillante da capire come sia successo. C’è chi pensa che questa sia una fase della storia degli Stati Uniti, ma la storia americana è la storia del mondo. Non sono ottimista al momento, ho 75 anni, ma non sono nemmeno abbastanza pessimista da ammazzarmi. Spero solo di vivere abbastanza da vedere Trump appeso nella pubblica piazza, vivo ovviamente. Non lo voglio morto, lo voglio tutto solo con tutti i suoi crimini davanti a lui. A volte mi chiedo perché la gente faccia certe cose, si faccia convincere, lo pensavo anche leggendo dei soldati nel De bello gallico…
Forse per soldi?
Non lo capisco. Non mi sono mai piaciuti i soldi. Mi piacciono le cose però, vivo in una bella casa. Non è un voto di povertà ma non ho mai capito perché uno farebbe delle cose per soldi a meno che non creda davvero in quello che fa. Non lo so, non ho mai capito i soldi, forse è per questo che non ne ho.
Però, diceva, ama le cose belle.
Amo un sacco di oggetti ma mi piace anche regalare le cose che mi piacciono. Prima di morire Derek Walcott mi aveva dato alcuni suoi disegni e dipinti. Uno in particolare era straordinario, ma sapevo che il mio editor Jonathan Galassi non aveva cose di Derek, così gli ho regalato il più bello. Non faccio mai regali di compleanno, è solo un rituale, ma se vedo qualcosa che mi piace lo compro e lo regalo alle persone a cui voglio bene. Una volta ho regalato un vaso bellissimo, che mi aveva fatto un ceramista, a una mia amica. Lei non sa quanto mi piaceva, e ogni volta che lo vedo a casa sua penso: «Chissà se me lo ridarebbe indietro?». Osimandia. Di nuovo.