Cerca

No forse non hai capito

Cambiare il mondo senza fare vittime e costruire un nuovo modo di stare con le persone. Ci hanno già pensato Simone Weil e tutte le altre. Voi invece, a che cosa pensate quando pensate all’oscurità? Siete pronti a non perdere l’ironia?

A volte mi trovo in difficoltà, cioè spesso, a volte non so più che cosa rispondere senza litigare, a volte mi sento offesa da una frase o da un silenzio (permalosa! Gracida lo stagno di casa mia), a volte quindi mi piace dare tutta la colpa ai maschi. Agli uomini, insomma, a questo modo cavernicolo che hanno di prevaricare, sminuire, interrompere, dire: forse non hai capito. Ehi bello, forse sei tu che non hai capito. Sto generalizzando, anzi mi sto autodenunciando per generalizzazione, e comunque cavernicolo non è un insulto ma il recupero delle nostre radici. Cavernicolo è un modo gentile per dire: dai, è passato tanto tempo, le clave, la pelle dell’orso, adesso posso parlare fino alla fine senza essere interrotta?

Perché sennò poi, e mi rendo conto di essere ripetitiva, e mi annoio di me stessa, perdonatemi voi che leggete Review: sennò poi mi passa la voglia. Mi ritiro, metto su la faccia corrucciata, mi silenzio, chiudo la porta, ma non come Emily Dickinson, semplicemente come me stessa, quindi senza nessun risultato se non quello della ruga storta tra le sopracciglia.

Una settimana fa mi trovavo in una cittadina del nord Italia, un piccolo festival in un teatro dove ho raccontato qualcosa delle scrittrici e delle filosofe del Novecento, cercando di trovare un filo tra i loro pensieri: il desiderio di cambiare il piano della discussione, e quindi di cambiare il mondo, ma senza vittime, senza sete di vittime. Il desiderio di costruire un nuovo modo di stare in relazione gli uni con gli altri. Simone Weil, Etty Hillesum, Virginia Woolf, solo per dirne qualcuna.

Pubblico prevalentemente femminile, e alla fine spazio per qualche domanda. Un uomo si è alzato in piedi e ha preso lungamente la parola per dirmi che lui comunque ritiene che i libri siano una rovina per l’ambiente e che tutti sti discorsi sui libri lasciano il tempo che trovano. Un altro ha preso lungamente la parola per dirmi una cosa che di certo voleva essere un complimento. Riassumo: io ammiro molto le donne, anzi vorrei essere nato donna, ma mi può spiegare perché le donne si legano a uomini violenti, perché non sanno scappare quando sono ancora in tempo, perché, se sono così intelligenti, non la smettono di mettersi in pericolo?

La domanda era sincera, sinceramente afflitta, e come al solito rovesciava la responsabilità. Ho risposto che come dimostrano le parole e i pensieri di queste donne di cui avevo appena finito di parlare, le donne non fanno che interrogarsi su tutto: su di sé, sul mondo, sugli uomini, moltissimo sui propri errori, sulle debolezze, sul pozzo, sul desiderio, sulla frustrazione, sull’amore, su tutto. Abbiamo fatto una grossa parte del lavoro, insomma. E che sarebbe ora, sarebbe giusto, sarebbe importante che su questa violenza e in generale sulle oscurità degli uomini ragionassero anche gli uomini. La gelosia, la prevaricazione, la competizione, la fatica di crescere uomini.

(E poi vorrei tanto stare seduta in platea ad ascoltare tutte queste cose interessanti e alla fine alzarmi in piedi e dire una cosa che non c’entra niente: quanti alberi avete abbattuto per dire tutte queste cazzate? Questo non l’ho detto, però).

Quella riflessione magnifica e terribile che scrive Virginia Woolf, dovrebbe per una volta commentarla (anche per confutarla) un uomo: «La sua mente doveva essere in uno stato di continua tensione e la sua vitalità era indebolita dalla necessità di opporsi a questo e di dover confutare quest’altro. Perché qui di nuovo ci accostiamo a quell’interessantissimo e oscuro complesso maschile che ha avuto una così grande influenza sul movimento delle donne: quel desiderio profondo, non tanto che LEI sia inferiore, quanto che LUI sia superiore, e che troviamo radicato in lui dovunque si guardi». È stato così? Non è più così? È imbarazzante ma è spesso ancora così? C’è qualcosa di tremendamente vero, antico, irrisolto anche dopo un secolo da quelle parole? Ci sono così tante cose di cui discutere, ma serve porre i problemi nel modo corretto, direbbe Cechov, e onesto. Serve che gli uomini non si sentano totalmente estranei a quello a cui vengono chiamati, che accettino anche di stare in una posizione scomoda, che non dicano, alla fine di tutto: no forse non hai capito. Mi viene in mente anche quell’intervista ad Hannah Arendt alla televisione tedesca: era il 1964, quindi non molto tempo dopo il processo ad Eichmann. Lei sorrideva, tranquilla, forte, calma.

«Mi chiedi quali sono gli effetti che il mio lavoro ha sugli altri. Se posso essere ironica, questa è una domanda maschile. Gli uomini vogliono sempre essere terribilmente influenti, ma io lo vedo come qualcosa di esteriore. Ritengo di essere influente? No, io voglio capire. E se gli altri capiscono – nello stesso modo in cui ho capito io – questo mi dà un senso di soddisfazione, come sentirmi a casa». Se posso essere ironica, questa è una domanda maschile. Se posso essere ironica, è molto più difficile capire, se passi il tempo a dire: no forse non hai capito.

Mi si è avvicinata, alla fine di tutto, in quel teatro, un’ispettrice di polizia: avrà avuto più o meno la mia età. Mi ha detto, con un sorriso stanco: non sa quante volte mi succede. Le ho risposto, con un sorriso stanco: però lei può arrestarli. STAVO SCHERZANDO.

Comunque, per un attimo mi sono sentita a casa.