Il fulmine è arrivato nel tardo pomeriggio della Vigilia di Natale e si è abbattuto sulla spianatoia infarinata della mia cucina. Fuori era già buio, io e mia figlia preparavamo i biscotti, la frolla con lo zenzero era stesa – bordi irregolari, ci era sempre venuto così – le formine pronte: l’omino, le campane, i cuori, le stelle e i fiocchi neve. Lei aveva scelto la stella, io avevo poggiato la mano sulla sua per aiutarla a premere sull’impasto quando lo schermo del mio telefono, infarinato anche lui, ha cominciato a vibrare. L’ho preso, l’ho messo tra la spalla e l’orecchio e continuando a premere le ho detto: «Ciao mamma, dimmi». Pensavo a un regalo dimenticato, al pacco dei tortellini da Modena, al tavolo troppo piccolo: questo era il mio ordine di grandezza. Invece mentre lei parlava mi sono dovuta appoggiare con una mano sul tavolo e con l’altra cercare una sedia; nella sua risposta non c’erano regali, ospiti o chiodi di garofano per il brodo. Le sue parole spazzavano via la cucina infarinata e i presepi: calo delle difese, liquido nel pericardio, rischio di tamponamento. Mi sono pulita le mani con il grembiule, ho detto a mia figlia che mi fissava, ferma, «continua tu» e sono andata in camera. Ma le parole non entravano nemmeno lì, rimbalzavano fuori; non c’era posto per loro in cucina e nemmeno sul mio letto, tra il computer e i pezzi di Lego. La mia testa le respingeva, si rifiutava di accettare il racconto dell’ambulanza che correva per portare mia sorella in Pronto Soccorso, la notte di Natale.
Scriveva Hannah Arendt che la filosofia ha ignorato la nascita, guardando solo alla fine. Si è fatta ossessionare dalla morte, la lotta con il limite e ha affidato al pensiero, dunque a se stessa, la sopravvivenza e l’eternità. Ma per l’inizio, l’alba, il cominciamento, il viaggio e persino la fuga che è sempre un inizio, non c’è spazio. Nascita vuol dire relazione, aggiunge Cavarero, vuol dire nominare chi genera e certo la metafisica non è fatta per accogliere questo discorso, premesse e conseguenze. La filosofia celebra il sangue della guerra, ne decreta le necessità, ma tace su quello del parto; impartisce lunghe lezioni sulla forza e la realtà dei suoi rapporti ma non sa misurarsi con l’imprevedibilità di chi viene al mondo e di chi ne consente l’arrivo. Tace sulla forza del primo vagito e su quelli che verranno, sulla discesa della laringe e la comparsa dei primi suoni vocalici; tace sullo scambio e gli sguardi necessari a trasformare quei suoni in parole. Non c’è senso che la filosofia debba registrare, siamo nel regno della necessità, fatto di imitazione e dipendenza, ossia i lacci dai quali il pensiero deve affrancarsi per superare la dimensione mortale. Dimenticare la nascita ha un costo altissimo, ci consegna alla finzione dell’autosufficienza, alla ripetizione continua dei gesti che ne celebrano l’affermazione. Come se la vita bastasse a se stessa, come se fossimo davvero «nati solo per morire e non per incominciare».
«Rumorino», mia sorella riprova. Vuole liberarsi dalla erre francese, nel nostro caso la erre di Fidenza che mia nonna ha passato a mia madre e mia madre a lei. A me pare bellissima, ma lei vuole la erre di Roma, quella delle maestre dell’asilo e delle amiche, quella che sente ai giardini e in spiaggia. E allora si esercita per far avanzare la vibrazione, portarla dall’ugola agli alveoli: «ramarro», «prosciutto», «carretto». Il significato delle parole è irrilevante, conta che la erre esca pulita e passi la linea gotica. L’allenamento dura un’estate intera, lunghi viaggi in macchina a sillabare, fuori la bassa e un caldo che soffoca: «ci sei quasi» le dico, «non è vero, lo dici solo per farmi smettere» litighiamo, ricominciamo, ridiamo e non riusciamo a fermarci. La nonna seduta dietro con noi, scuote la testa e commenta «A sciupé la stupidera»: non ci capisce, parliamo una lingua nostra, inaccessibile a chiunque. La erre si normalizza ma il nostro codice resta, attraversa gli anni, le età e le intemperie, passa dalle cartoline alla posta elettronica agli ultimi whatsapp. «E che ne sanno gli altri», Gazzelle canta così quell’inverno e ha ragione. Ma lei non ha fatto in tempo a sentirlo e io a dirglielo.
Penso al caldo di quell’estate mentre batto i piedi aspettando che arrivi il taxi. Abbiamo cenato da mia suocera a Magliana, come ogni Vigilia, i ragazzi stanno finendo di aprire i pacchi con i cugini, tra poco si apre la tombola. Gli abbiamo spiegato il perché dei biscotti interrotti e della mia corsa, ora mi guardano in silenzio: «ma torni?» chiede mia figlia, certo che torno, certo che torna aggiunge mio marito, mi stringe la mano in tasca e dice «scrivi quando sei lì». Il taxi attraversa la città: le luci, i botti, raffiche di botti e poi le campane di mezzanotte che dicono è nato, è festa. Le strade sono vuote, i marciapiedi pieni; quartiere dopo quartiere il paesaggio cambia: famiglie rumorose, buste sgargianti e teglie coperte d’alluminio si alternano a coppie silenziose, loden eleganti, confezioni di vini; la luce e le campane restano, però, e sono insopportabili. Superiamo l’entrata dell’ospedale, l’autista si volta e mi sorride «Pronto Soccorso ostetrico, giusto?» cambia espressione mentre gli rispondo, si scusa ma non c’è niente di cui scusarsi per aver pensato che fosse una nascita, che la notte della Vigilia si corre in ospedale perché la vita arriva e non perché vacilla. Non ha colpe il tassista ma non smette di dire mi dispiace, auguri, in bocca al lupo; lo ringrazio e dico crepi, crepi, crepi. Ripeterlo non serve ma aiuta; non è scaramanzia ma il mio modo di inveire. Il tassista non c’entra, ma il mondo, il mio mondo, stanotte è rovesciato.
Scendo, entro nel girone infernale delle sale d’attesa strapiene, trovo mia madre, mi dice che il pericolo è passato, che è in attesa del ricovero ma servono nuovi accertamenti, altra parola che detesto, la porta spalancata sul vuoto. Ci sediamo e aspettiamo, aspettiamo da dieci anni sulle stesse sedie, anche se cambiano gli ospedali. Stessi silenzi, stessi sguardi, stessi gesti: vado alle macchinette, vuoi qualcosa? Solo l’acqua grazie. Fa schifo il caffè, fa schifo tutto, compro gomme senza zucchero che poi non mastico, ne ho le borse piene, da quando ho smesso di fumare – sono passati decenni – hanno sostituito il pacchetto da cercare con la mano alla cieca, quando serve aiuto. Torno, ci fanno salire in reparto, «non sarebbe possibile, solo un saluto», la camera è in un piano alto, due letti e una vicina tranquilla, il tempo di una carezza veloce, lei riesce a sorriderci, ci fanno uscire. Anche in questi corridoi ci sono le luci e una specie di albero, nella stanza dei medici un panettone aperto e i bicchieri di carta, la televisione bassa, le battute per sopravvivere ai turni di notte. Non è una notte come le altre, vorrei urlarlo, ma che ne sanno gli altri?
Non lasciare mai la mano della sorellina, il mandato di mia madre è chiarissimo. Prepariamo le borse per la scuola di danza, infiliamo i cappotti: quando arrivate fate un colpo di telefono, non c’è bisogno del gettone, due squilli e capisco. A volte mia madre lo scorda, facciamo girare il disco con i numeri e lei risponde «chi è?», ma ho imparato a tenere un gettone di riserva, e soprattutto a pensare in due. Lo capisco una notte d’estate, quando mia sorella sparisce: io ho dieci anni, lei otto. Siamo al mare con la nonna, un residence familiare, molta libertà, biciclette, panini e spiaggia. Una sera scompare, all’ora del rientro sotto l’ombrellone solo un mucchio di infradito, le sue e quelle di qualche amico. Li cerchiamo per ore, gruppi di volontari con le torce perlustrano la spiaggia, bussiamo casa per casa nei residence vicini, niente. Fa freddo, ormai è notte, gli adulti si guardano, mi guardano «è ora di chiamare i carabinieri, vai a casa», mia nonna prega. Io non torno a casa, resto in spiaggia finché la banda dei bambini compare all’orizzonte, sporca e orgogliosa «non ci siamo persi, era una scommessa». Sono felice e furiosa insieme, lei corre verso di me e mi abbraccia, dentro qualcosa vacilla, non voglio piangere ma piango a dirotto e lei con me.
Ho imparato gli orari del treno metropolitano, in venti minuti arriva in ospedale. Quando piove l’acqua arriva dentro la stazione ma preferisco salire e scendere dai vagoni che guidare. Non mi pesano le cose che trasporto – olio per il corpo, libri, pizza bianca – sono voci di una lista che mia sorella non compila ma io provo a ricostruire per sentirmi meno inutile. Pesano invece l’imbarazzo dei medici, i loro termini oscuri e chiarissimi: il liquido è francamente ematico, dice la giovane specializzanda, aspettiamo le analisi. Non occorre che io capisca il sintagma «francamente ematico», non occorre che io aspetti, il suo sguardo è eloquente. La mia testa non oppone più resistenza, non c’è più fuga, rabbia, non c’è più mondo oltre questa stanza. C’è Natale anche qui, in un ritmo che alterna momenti terribili e attimi di quiete nei quali vorrei rannicchiarmi nel letto come quando eravamo piccole, affondare la faccia nei ricci biondi, anche se ora non ci sono più. Non voglio perdermi niente né dimenticare niente: la paura e il sollievo, lo strazio e la gioia di un mezzo sorriso, un pomeriggio passato a mettere lo smalto sulle unghie, mani e piedi. Passano Natale e Capodanno, la clessidra si rovescia: i ricordi arrivano a onde e trattengo anche loro, a volte sono soverchianti, mi annichiliscono, la notte mio marito mi trova sul tappeto e mi porta a letto.
Mia sorella vola via una fredda mattina di febbraio, due giorni prima di S. Valentino: non è vero che ci vuole coraggio solo a morire a maggio. La notte prima ho trovato il suo regalo di Natale 1989, Stanotte vorrei parlare con l’angelo, il libro di Wim Wenders. Avevo paura ad aprire la dedica, a vent’anni non ne mancavamo una: la sua grafia tonda, inconfondibile, mi augurava di trovarne uno anche io, con cui parlare la notte. Non avrei mai voluto che lo esaudisse lei, ma ancora una volta aveva ragione.