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Oggi come allora, Diane Keaton

La bulimia di cui ha sofferto anche negli anni in cui sembrava che con quel sorriso e quel modo di camminare niente potesse andare storto. Sei ore al giorno per ingurgitare tutto il cibo di New York e mantenere il segreto. Woody Allen e la cura delle parole. Storia allegra e malinconica della “più unica”

Ancora una cosa, mamma. Com’è che tutto diventa così in fretta “allora”? Immagino che ci sia una consolazione.

È una cosa un po’ strana, ma credo che tu la capirai».

Sono le ultime parole dell’autobiografia di Diane Keaton, Oggi come allora, che conservo gelosamente da quando uscì quindici anni fa. Tutto era ancora, o sembrava: oggi. Lei viveva a Los Angeles con i due figli, ricordava con allegria e affetto le sue storie d’amore, la scoperta di New York, le nevrosi e il grande amore per la sua famiglia e per Woody Allen. Era Diane Keaton, leggendaria allora come oggi, e raccontava al mondo, con parole serie e buffe, la bulimia di cui ha sofferto per molti anni, compresi quelli in cui sembrava che niente potesse andare storto a una ragazza con quel sorriso, quei pantaloni indossati così, quel modo di camminare, a una ragazza come Diane Keaton (il cui vero cognome era Hall, Hall come Annie Hall, il personaggio a cui ha dato tutta sé stessa e con cui ha avuto a che fare per il resto della sua vita).

Raccontava della bulimia e dei sacchetti rigonfi di spesa segreta come se riguardasse una ragazza di nome Annie Hall, non davvero lei, lo raccontava come un film sulla fine di un amore (Io e Annie è il film comico e malinconico sulla fine di un amore, di cui Woody Allen dice che è tutto merito di Diane Keaton, e Diane Keaton ha scritto che Woody Allen ha deciso ogni singola inquadratura e anche ogni cambio d’abito, ogni racchetta da tennis dentro la borsa di paglia).

«Invece di farmi degli amici, mi rifugiavo nella Steak House di Tad e mi regalavo una bistecca da un dollaro e ventinove. Il fascino di Tad stava nel fatto che potevo mangiare tutto quello che volevo. Mentre i miei colleghi fumavano erba, io divoravo gelati alla vaniglia tra una matinée e uno spettacolo serale». Le chiedono di dimagrire per una parte. «Mi precipitai dal dottor Paul, che per cinquanta dollari a iniezione mi riempì di vitamine ad azione rapida». Forse esisteva già l’Ozempic per le future stelle di Hollywood? Diane Keaton (Keaton come il cognome di sua madre Dorothy, fotografa dilettante con la passione per i collage, gli album, i ritagli e i diari) perde velocemente cinque chili, ottiene la parte, affitta un monolocale con il bagno in comune con altri tre coinquilini e scopre la possibilità di vomitare dopo ogni pasto per non ingrassare. Ascolta una ragazza, un’attrice, parlarne, lo trova orribile, disgustoso, interessante. «In un attimo, mi ritrovai avvinta a tre inverosimili pasti al giorno. Ci mettevo un’ora a fare colazione, due ore a pranzare, tre ore a cenare: sei ore al giorno dedicate a ingurgitare cibo. La colazione consisteva in una dozzina di muffin imburrati e intinti nel caffè, più tre piatti di uova fritte con la pancetta, e pancakes accompagnati da quattro bicchieri di latte al cioccolato. E si passava al pranzo, che comprendeva tre bistecche al burro con tanto grasso bruciacchiato, due patate e mezzo con panna acida e erba cipollina, un gelato alla vaniglia coperto di cioccolato più torta di mele più due frappè al cioccolato con noccioline extra. La cena iniziava con pollo fritto, parecchi piatti di patatine accompagnate da formaggio tipo Roquefort e da ketchup e un paio di vassoi di cibi pronti. Come dessert, cioccolata ricoperta di mandorle e un bottiglione di 7up, mezzo chilo di croccante mandato da casa, M&M’s buttati giù con succo di mango, una torta di mezzo chilo e tre semifreddi alla crema di banana. Imparai a vomitare così in fretta che tutto questo non aveva il minimo effetto». Mandava a casa lettere allegrissime, lavorava, faceva provini, studiava ballo e canto. «La mia nuova vita era molto faticosa. Trascinare tutti quei sacchetti pieni di cibo su per le scale fino alla mia stanzetta buia. Il minuscolo frigorifero sempre pieno di ghiaccio e gli armadietti ingialliti in cui dovevo sistemare una mutevole sfilza di barattoli e pacchetti. Pensate che cosa significava costringere il mio corpo alle convulsioni tre volte al giorno con una scatola di bicarbonato sempre pronta accanto al water». Dopo sei mesi passati a ingurgitare ventimila calorie al giorno, Diane Keaton comincia a soffrire di ipoglicemia e di un sacco di altri disturbi tenuti nascosti. Molti lassativi. Il dentista le trovò ventisei carie in una sola visita e dovette incapsularle gli incisivi. È il periodo in cui incontra Woody Allen, al provino per Provaci ancora, Sam. Diventano amici, lei lo trova molto carino, intelligente, geniale e ride alle sue battute anche se lui le dice che non è in grado di capire una battuta neanche se va a sbatterci contro. Si innamorano, e dopo una vita passata a rimanere amici Woody Allen ha detto che ha girato i suoi film pensando sempre e solo a lei: «Con il passare del tempo, mi sono reso conto di girare ogni film per una sola persona: Diane Keaton». Il suo pubblico, le uniche critiche che abbia mai ascoltato, «era la più unica», ha detto, e per fortuna l’aveva già detto quando Diane Keaton poteva sentirlo, molti anni fa: Diane infatti ha annotato nel libro questo complimento che cambia le regole grammaticali, oltre alle lettere d’amore e d’allegria che si scrivevano. Comunque, quando Diane Keaton e Woody Allen si innamorano, lei è spesso distratta dal pensiero del cibo.

«Ad esempio, mettiamo che lui volesse andare al cinema alle tre del pomeriggio, a vedere Il dolore e la pietà sulla Cinquantanovesima. Come facevo? Non avrei avuto tempo di incassare la paga e andare da Woolworth prima che chiudesse, alle sette. Ero rimasta quasi senza caramelle mou, fagioli in scatola e sigarette di chewingum in gusti assortiti. Inoltre, il cinema era troppo lontano anche solo per passare al negozio di alimentari. È patetico che i bisogni della bulimia mettessero in ombra il mio desiderio per Woody, ma era proprio così». Porta un po’ delle sue cose da lui, ma tiene il monolocale per nascondersi a mangiare pollo fritto e caramelle. «Woody non aveva la minima idea di quello che combinavo nel suo bagno. Si stupiva del mio notevole appetito, dicendo che riuscivo davvero a ingurgitare di tutto. Questo non significa che non si rendesse conto dei miei problemi». Lei aveva venticinque anni, aveva letto da qualche parte che bisognava “farcela” entro i venticinque anni. Woody Allen le consigliò un’analista, Diane Keaton ci andò cinque volte la settimana, dal lunedì al venerdì, si sdraiava sul lettino e mentiva, ha taciuto la bulimia per un anno («Non avremmo potuto essere una coppia peggio assortita: io, la primogenita di un’allegra famiglia della California meridionale; lei, un’ebrea polacca fuggita subito prima dell’occupazione nazista». Sembra una battuta di Woody Allen). Dopo un anno e mezzo, però, dopo aver detto all’analista che era bulimia ma non avrebbe mai smesso, andò al frigorifero e non aprì una confezione da un chilo di gelato al cioccolato e nocciole. «Era stata la cura delle parole, la cura delle parole mi aveva aiutata a liberarmi della mia dipendenza; quell’accidenti di cura delle parole».

E poi di nuovo, tutto quell’oggi, quei cinque anni di fame smodata e predatoria sono diventati il passato. A poco a poco, tante altre      cose, belle e brutte, sono diventate il passato. Ma oggi come allora, Diane Keaton è sempre la più unica.