Nel bar pizzeria del villaggio di Pavana è stato montato un grosso murale di TvBoy. Sopra c’è rappresentata una versione cantautoriale del Terzo stato, con Mahmood, Zucchero, Fiorella Mannoia e altri, guidati da Francesco Guccini. L’immagine è nata per un album dove vari artisti interpretano le sue canzoni, da Signora Bovary a Dio è morto. Come tanti paesini dell’appenino, Pavana ormai è deserta. Ci sono più persone nel murale di TvBoy che in giro per le stradine in salita, in quel punto della Porrettana dove si è ancora in Toscana ma si parla già con accento modenese. Giusto un paio di persone aspettano l’apertura del bar pizzeria su sedie di plastica di qualche brand di gelato, ciccando in un bicchiere pieno d’acqua marrone, all’ombra di un castagno. Pavana è vuota, ma è piena di spirito guccinesco. Le persone arrivano lì in pellegrinaggio, nella casa d’infanzia dove il cantautore è tornato qualche decennio fa a vivere, lontano dalla città, in quel posto dove un tempo c’erano «i saggi ignoranti di montagna / che sapevano Dante a memoria e improvvisavano di poesia». Le visite dei fan, dice, gli fanno molto piacere. Quando lo andiamo a trovare Guccini, che ha 85 anni, è uscito da poco dall’ospedale. «Sto rimparando a camminare», dice, dopo due mesi bloccato. Ma, la cosa peggiore, aggiunge, è non vederci praticamente più. In poltrona, circondato da libri, fotografie e dvd di cartoni giapponesi e di film di Nanni Moretti, parla soprattutto dei suoi ricordi, di quando era bambino, e dei suoi libri. Perché oltre a una ventina di album, Guccini ha scritto diversi volumi, esordendo nell’89 con Cròniche epafàniche. Il suo ultimo libro, La legge del bar, appena uscito per Giunti, raccoglie brevi racconti pubblicati trent’anni fa da Comix, scene di un mondo, quello del bar, dei cori, dei viaggi, che non esiste più.
Lei voleva fare lo scrittore?
Sì. Per un anno e mezzo ho fatto anche il cronista, alla Gazzetta di Modena. Pensavo di iniziare da lì e non fermarmi a fare il giornalista, sognavo di fare lo scrittore. E anche se il primo libro è uscito nell’89, ho sempre scritto.
È diverso scrivere canzoni dallo scrivere libri?
Sì, la canzone condensa. È un’idea, in versi, in rime, che in prosa sarebbe più ampia e più lenta. La canzone assorbe, è concentrata.
E i gialli, ne ha scritti vari insieme a Loriano Macchiavelli?
Sono un’altra cosa. Mi piaceva leggere gialli, ma Loriano è il vero giallista della coppia. Anche lui è appenninico, e anche se non ci abita più è nato a poca distanza da Pavana. È nato lungo l’asse della Porrettana. Lui in gioventù ha fatto la propria vita in città, a Bologna, ma io ho sempre avuto un grande amore per l’Appennino e lo conosco meglio. Mi sono interessato ai dialetti locali, ho raccolto storie, intervistato anziani, andavo in giro a registrare canzoni popolari. Poi ho raccolto fotografie e cartoline di questa zona, e quest’anno, per il secondo anno, con due pavanesi più giovani, ne facciamo una proiezione pubblica. Quando abbiamo deciso di fare i gialli, Loriano si è abbeverato delle mie conoscenze su come vive la gente qui nell’Appennino.
Lei ha scritto anche un dizionario di pavanese.
È uscito nell’altro secolo, nel 1998. Perché? Perché Ottone III di Sassonia, imperatore del Sacro romano impero, fa una visita a Roma nel 998, non essendo sicuro al cento per cento del suo potere, e lì incontra un papa, anche lui insicuro, e si danno manforte. Tornando su, Ottone III si ferma e dà conferma al vescovo di Pistoia del possesso di alcune terre, tra cui Pavana. È la prima volta che Pavana appare su un documento storico. E così, per il millenario, ma un po’ per caso, è uscito il dizionario. Io un po’ lo parlo il pavanese. Anche il modenese medio, ma è una calata abbastanza brutta. Mio padre era pavanese e mia madre carpigiana. Quando ero bambino tutti parlavano dialetto, oggi nemmeno qui lo parla più praticamente nessuno.
Come mai è tornato a vivere qui a Pavana, dove era cresciuto durante la guerra?
Sono tornato qui fisso nel 2000, con mia moglie Raffaella, che è insegnante di scuola media. Siccome vinse un concorso di supplenza in questa zona io dissi: «Perché non andiamo lì che la casa ce l’abbiamo già», e così sono tornato su, molto felicemente, nella casa dei miei nonni. In questo ritorno una delle prime cose che ho fatto è stato tradurre dal latino la prima commedia di Plauto in pavanese, che è stata rappresentata da una banda di dilettanti sciagurati, dando un po’ di vita a questa povera montagna morta, abbandonata. Sono anche andati a rappresentarla all’estero, diciamo così, cioè a San Giovanni in Persiceto, a Bologna… Qui ormai l’età media è di 80 anni, e la scuola media rischia di chiudere. Qui era comune, poi durante il fascismo con un colpo di mano la municipalità è stata portata a Sambuca Pistoiese. Tra l’altro lì c’è una torre di guardia medievale, dove stava una castellana, Selvaggia Vergiolesi, la morosa di Cino di Pistoia, poeta del Dolce stil novo.
Nei suoi libri si parla tanto dell’Appennino, anche prima che tornasse qui. Ha sempre avuto nostalgia di Pavana?
Anche nelle canzoni ne ho parlato spesso, come in Radici o Amerigo. La nostalgia è materia di narrazioni. Sono nato a Modena, quattro giorni dopo che Mussolini ha dichiarato guerra a Francia e Inghilterra. Mio padre è partito per la guerra, fortunatamente è tornato, dopo esser stato in un campo di concentramento tedesco. È tornato il 3 agosto del ’45, e a ottobre per me è stato uno choc terribile dover abbandonare Pavana e tornare a Modena, dove mio padre avrebbe lavorato come impiegato alle poste. Avevo cinque anni. È stato veramente un grosso trauma. I miei nonni avevano un mulino giù al fiume, e davanti c’era un ciliegio – che poi è morto, durano meno degli uomini, le piante – e io ho pensato di attaccarmici e stare lì. Mi hanno dovuto trascinare via. Poi qui tornavo a Natale, a Pasqua, e sono rimasto legato a Pavana, agli amici pavanesi.
Modena e poi Bologna hanno avuto la loro influenza però. Anche per via di alcuni incontri. Come il fumettista Bonvi, ad esempio.
Bonvi l’ho portato poi io a Bologna. Avevo un amico, Guido De Maria, che ha otto anni più di me, ancora vivo, che aveva uno studio di pubblicità. Faceva i cartoni animati per il Carosello. Facevamo Salomone pirata pacioccone. Io facevo la sceneggiatura di questi caroselli e canzoncine pubblicitarie. Un giorno Guido mi dice: «Non conosci per caso un disegnatore che sappia anche sceneggiare?». Io abitavo già a Bologna, e ho detto: «conosco uno a Modena che può fare al caso tuo, ma non voglio responsabilità». Hanno fatto varie cose poi come “SuperGulp, fumetti in Tv”.
Quanto ha vissuto a Modena, «piccola città, bastardo posto»?
Sono stato quindici anni a Modena, dal ’45 al ’60. Poi dal ’60 al 2000 a Bologna, che era una città molto diversa da quella che è adesso. Forse, decisamente migliore. E lo era allora rispetto a Modena, che era provinciale e chiusa. Bologna era una vera città piena di cultura, di studenti stranieri, di nordamericani studenti di medicina, greci studenti di ingegneria, somali a scienze politiche. Una vita molto vivace. Ora quando ci vado mi dà fastidio il rumore del traffico.
Oltre a fare fumetti, ne leggeva molti?
Sono sempre stato un grande lettore, ho sempre letto moltissimo, è per quello che ho voluto fare lo scrittore. Tra le varie letture certo, i fumetti. Però da ragazzo non potevo, mio padre non voleva, diceva che mi avrebbero disabituato al gusto della lettura. Io li leggevo di nascosto su in montagna con i miei nonni. Li ho continuati a leggere anche da adulto. Ma ora, tra i vari acciacchi dell’età, soffro di maculopatia, e non ci vedo quasi più. Non riesco più a leggere. Una delle disgrazie più grandi che mi siano mai capitate. Così ascolto audiolibri.
Ad esempio?
Sto ascoltando Fenoglio. Molto bravo. Poi ho ascoltato M, di Scurati. Huckleberry Finn, bellissimo. E i Promessi Sposi, capolavoro assoluto.
Cosa leggeva da ragazzo?
Ho imparato a leggere su Pinocchio, che non è un libro per ragazzi. La mia copia è andata persa nel trasloco, nel ’45, ed è stata una disperazione, non sono mai più riuscito a trovare il mio Pinocchio… Poi Salgari, un po’ meno Verne. Da adolescente negli anni 40 e 50 per la nostra generazione c’è stato un grande rinnovamento di tutto ciò che è nordamericano. Allora non avremmo mai messo le mani su un autore italiano. Il cinema, la musica, e anche i libri erano americani.
Molti pensano alla «scoperta di Hemingway» in Incontro.
Hemingway un po’ meno, tromboneggiava. I Quarantanove racconti sono belli, il resto… insomma. Leggevamo Steinbeck, Caldwell, Dos Passos. Oltre ai poeti maledetti francesi, che davano una certa aria, e alla poesia di Eliot. A un certo punto scoprii gli inglesi, all’università. Dickens è uno dei miei preferiti. Ma anche Wodehouse, Chesterton, Kipling, straordinario, e prima ancora Tre uomini in barca. Fui mandato dal preside perché durante la lezione di chimica leggevo Tre uomini in barca e ridevo a voce alta. Questo tipo di umorismo, che c’è in tanti autori inglesi, un mio professore all’università lo attribuiva ai celti, diceva che il filone dell’umorismo nonsense, tipico soprattutto degli irlandesi, era dovuto al celtismo, quel modo antifrastico di trattare la materia. Da militare, leggevo fantascienza, quei librettini tipo Urania, ma io preferivo Galassia. Un collega mi disse: «Se ti piace la fantascienza leggi questo libro di questo argentino», ed era l’Aleph, e lì mi sono innamorato di Borges e l’ho letto tutto. E Borges mi ha spinto a leggere altri latinoamericani. E poi ho sempre letto molti saggi, mi sono appassionato di storia medievale, di tradizioni popolari, e con questa mia passione per Pavana leggevo favole, canti popolari.
Sta scrivendo qualcosa?
Ho appena finito Romeo e Giulietta 1949, ambientato in un paese della provincia della bassa modenese. Cioè Carpi, ma non la nomino mai. Non so se è bello. Inizialmente pensavo fosse una grande puttanata, poi ha iniziato, non dico a piacermi, ma a sembrarmi interessante – il libro esce in libreria per Giunti il 21 ottobre.
Ne La legge del bar c’è molto humour.
C’è sempre una nota satirica in quello che scrivo. Penso venga da queste letture inglesi.
Nel libro parla di quanto odiasse il latino. Dice: Garibaldi non studiava il latino ma era comunque Garibaldi. Però poi ha tradotto Plauto.
Un conto è tradurre Plauto, che non è ciceroniano, diciamo. Poi l’ambiente di Plauto è agreste, e questo curiosamente poteva benissimo adattarsi alla vita pavanese, non di adesso ma degli anni 40. Quando ancora di là dal fiume, di là dall’acqua come diciamo noi, c’erano ancora i contadini, che, poverini, erano contadini di sopravvivenza, campavano molto poveramente. Ma tornando al latino, fui rimandato in latino, matematica, inglese e disegno. Penso di esser stato l’unico studente italiano a esser rimandato a ottobre in disegno. Poi ho fatto il magistero, non lettere. A lettere era più dolce l’esame di latino. Al magistero c’era la traduzione dall’italiano al latino, ed era un miracolo se la terza volta prendevi un 18. Io, per miracolo, forse un angelo scese dal cielo, presi 24. Tre esami di latino un incubo. Da uno mi cacciarono via.
In quest’ultimo libro parla anche della sua paura di viaggiare, di dimenticare il biglietto.
È una cosa che ho da sempre. Sono un ansioso insicuro.
E poi racconta delle differenze tra paesino e città.
Una differenza importante è tra il Don Giovanni di città e di paese. Il Don Giovanni di città si vantava, quello di paese non si vantava, perché poteva toccare qualche fratello, qualche amico. In città basta cambiare quartiere.
Dice anche che per gli italiani, per una questione enogastronomica, è più difficile staccarsi dalla famiglia.
La cucina emiliana non invita al distacco. Avevo una teoria quando in Italia ci fu l’ondata di punk. Dicevo che è difficile essere un punk serio in Italia. Perché poi torni a mangiare le lasagne dalla mamma e dalla nonna. Come fai a fare il punk? È dura. Poi io ho anche annusato un po’ di Toscana, perché Pavana è a mezza strada tra le due regioni. I pavanesi giocano a carte con le carte piacentine, due chilometri più giù giocano con quelle toscane, quelle francesi. Sembra niente due chilometri, ma cambia. Le carte da gioco nella cultura popolare sono importantissime, è un’iconografia completamente diversa.
Si torna sempre a Pavana. Ma poi c’è anche l’America, che è importante nella sua poetica, «tra la via Emilia e il West».
Mi ricordo bene i soldati americani, qui. Ma anche quelli brasiliani. Roosevelt aveva chiesto a tutti i paesi latinoamericani di dare una mano. Il Brasile accettò e il dittatore Getúlio Vargas mandò alcuni soldati ed erano praticamente solo su queste montagne. Ne sono morti tanti, poveretti. In una compagnia di sciatori c’erano degli indios dell’Amazzonia. Alla prima nevicata che hanno visto provavano a prendere questi fiocchi che scendevano dal cielo, e pare che volessero metterne alcuni in una busta da mandare a casa. Non avevano mai visto la neve.
E poi certo, gli americani giù al mulino, dove c’erano quattro carri armati Sherman che ogni tanto sparavano verso la Linea Gotica. Mentre loro frequentavano casa dei miei nonni per mangiare la pastasciutta, io andavo alla mensa con gli americani e c’erano tutte queste novità come la Coca-Cola, il peanut butter, tutte queste puttanate americane, come l’ananas in scatola che non avevo mai assaggiato in vita mia. Erano arrivati nell’ottobre del ’44 e quando poi nell’aprile ’45 sono partiti ho pianto perché non c’era mio padre, e mi mancava la presenza di figure paterne.
L’America una presenza costante. Pensiamo ad Amerigo.
Amerigo, cioè Enrico, era fratello di mio nonno. È uno dei quattro della copertina di Radici. Morto che ero militare nel ’63 e non mi hanno dato la licenza per tornare. Viveva giù al mulino. Migrato come tutta quella generazione. I pavanesi sono emigrati dopo la guerra in Francia e in Svizzera. Prima andavano in Liguria, fra Sanremo e la Francia, dove facevano i cesti per i fiori. E molti sono emigrati a fine ’800 a fare i minatori di carbone negli Stati Uniti, in Pennsylvania, Missouri, Arkansas. Io ero talmente giovane e stupido e non gli ho mai chiesto a mio zio: come lavoravate, quanto guadagnavate, che tipo di vita facevate. Purtroppo, è troppo tardi. Due cose diceva Enrico, degli Stati Uniti. Lo diceva in dialetto bolognese. «Pittsburgh: vai fuori col colletto bianco e torni che è nero» e «il Mississippi è così grande che non vedi dall’altra parte». A Pavana c’era la barista, ormai morta, che tutti chiamavamo baby, “la baby”. Lei era nata in Missouri, figlia di immigrati. Tutti questi pavanesi immigrati là son tornati, tutti.
E adesso, l’America?
Con Trump adesso è in corso un tradimento della visione che avevamo dell’America di allora. Non è più l’America di Steinbeck, anche se quell’America rurale che non conoscevamo appieno, povera, fu già una sorpresa. La nostra era una conoscenza hollywoodiana, superficiale. Ma sono tutte Americhe diverse da quella attuale.
Come si spiega il cambiamento?
Tutto cambia.
C’è chi dà la colpa alle nuove tecnologie, ad esempio ai social.
I social sono una disgrazia.
Lei li ha mai usati?
Non ho neanche il telefonino, io. L’ha detto bene Umberto Eco, tutto quello che prima restava all’interno di un bar, attraverso i social può avere una diffusione paurosa. E tutti possono intervenire e credersi, non dico padroni, ma giudici del mondo.
La sua voce, nel discorso politico, è stata importante.
Macché, sono un povero untorello, per usare un termine manzoniano. E a proposito, riascoltando i Promessi Sposi ho trovato vari toscanismi che usava qui a Pavana la mia prozia. In quegli anni Pavana era più toscana di quanto non sia adesso.
Lei ha vissuto bene il suo successo?
Mah, successo… È un successo relativo. Son sempre stato abbastanza di nicchia. Anche adesso quando in televisione parlano dei cantanti degli anni 60 e 70 non mi nominano praticamente mai. La cosa mi lascia indifferente, con una punta di amarezza però perché penso di aver fatto, non sempre, ma ogni tanto, delle buone canzoni. Il successo, se così lo possiamo chiamare, ottenuto con le canzoni, non è lo stesso che ho raggiunto attraverso la scrittura. Si vede che ero più bravo a scrivere canzoni di quanto non sia a scrivere libri.
Prova nostalgia di qualcosa?
Forse oggi un po’ dell’infanzia. Delle estati degli anni 40, dopo la guerra, quando si veniva qui dai nonni. Già lo stacco dalla città era una liberazione. Una mia prozia era sposata con il fotografo ufficiale del paese e nel suo locale la domenica proiettavano pellicole. E allora il cinema era una cosa inusuale. E poi nel Dopoguerra c’era una voglia di ballare che faceva luce. Da Taviano alla Venturina, che saranno quattro chilometri, c’erano sei sale da ballo. I miei zii facevano questa pista da ballo coi lampioncini ai lati e io da bambino andavo su questa pista con queste orchestrine raffazzonate. Era bello questo mondo, tutto fatto a piedi. Un mondo diverso. E i miei nonni col mulino avevano un podere coi contadini, stavano abbastanza bene, meglio di quanto io non stessi in città. I miei nonni avevano il prosciutto, noi a Modena ce lo sognavamo il prosciutto, costava troppo. E poi mio padre era molto severo, non solo vietava i fumetti ma anche i soldatini. E adoperavo uno scatolone con i tappi di bottiglia, i coperchini si chiamavano. A Parma si chiamavano sinalcol. I pollini, mi sembra, a Milano. Mia zia aveva una bottega di alimentari e me li dava e li usavo come soldatini. Facevo delle battaglie, se c’era brutto tempo in casa sui sacchi di grano dei nonni, e tutto dipendeva da che film avevo visto. Questi sacchi di grano diventavano le Montagne Rocciose, con gli indiani sopra. Un coperchino rivoltato era morto. Oppure andavo nel campo di fagioli, che è terra molto tenera, e facevo gran battaglie. Mio padre non voleva perché i coperchini venivano adoperati per gare ciclistiche, si toglieva la parte di sughero e si metteva qualcosa di pesante e si colava la cera di una candela e poi si metteva la foto di un corridore – io ero un coppiano – e si usavano nei marciapiedi intorno a casa per fare il giro d’Italia. Per dare bene il cricco, il colpo col medio e il pollice – se uscivi dal marciapiede avevi forato e tornavi indietro – dovevi sdraiarti per terra e ti sporcavi gomiti e pantaloni, e mio padre diceva: «Guarda come ti sei ridotto». Quindi erano vietati.
Pavana sembrava il paese delle meraviglie.
Eh già. E poi c’era il fiume. Lo storico fiorentino, Franco Cardini, che d’estate da ragazzo veniva qui in villeggiatura, mi ha telefonato e mi ha chiesto: «Se io venivo qui da bambino, ci siamo mai conosciuti?». E io gli ho chiesto: «Lei è mai venuto giù al fiume?», e lui: «No». «Allora non ci siamo mai conosciuti». Perché noi eravamo giù al fiume dalla mattina alla sera. Sempre giù per il fiume a fare il bagno, a pescare, a pescare con le mani. A fumare la vitalba, una pianta rampicante con i bastoncini porosi. Tutto senza genitori che ci guardassero. Potevamo affogare, chissà.
Al fiume poi c’era una centrale idroelettrica che durante la ritirata i tedeschi hanno fatto saltare. Erano rimasti i muri esterni, era una sorta di tempio pagano, di tempio maya, e intorno erano sparsi rottami di tutti i tipi. I rottami di ferro li raccattavamo noi ragazzini per venderli, per far due lire, per comprarci i coltellini o i fiammiferi controvento. Allora si usciva di casa con tre cose fondamentali, sempre: un coltellino, dei fiammiferi della cucina, e se avevi qualche soldo quelli controvento che erano magici, e poi una cartatina di sale perché andavamo a rubare delle patate, trovavamo latte abbandonate e ce le cuocevamo dentro e poi col sale le mangiavamo. Ma non per fame, era un gioco. E poi, tra i rottami, c’erano anche lastre di Eternit, sparse ovunque. Avevamo scoperto che l’Eternit se lo buttavi nel fuoco si gonfiava e poi esplodeva, saltava per aria. Era una gioia per noi. Ci passavamo il pomeriggio. Quelli più grandi giocavano anche con i proiettili delle mitragliatrici americane. Allora non avevamo paura di niente, oggi hanno paura dei batteri. Noi ci andavamo a scuola con i batteri. Bevevamo l’acqua del fiume. Ma prima dovevi dire: Acqua corrente ci beve il serpente ci beve Dio posso berci anch’io, e allora eri immune.
Lei non fuma più?
Ho smesso da qualche anno. Ero un gran fumatore. Mi manca ogni tanto dopo mangiato. Ma non sarei più capace di fumare. Mi hanno messo uno stent e dovevo stare un mese senza fumare. E ho smesso. Ho detto a Raffaella, guarda questa è l’ultima sigaretta che fumo. Mangiavo semi di zucca. Ma non ho fatto nessuna fatica. È strano. Perché ne ho fumate di tutte. Soprattutto per noi di questa generazione era importante fumare, come era importante ballare, prima ancora di andare in bicicletta, o nuotare.
Nostalgia dell’infanzia, quindi. E dei concerti?
No, il momento bello dei concerti era quando finivamo e andavamo a mangiare.
Le piaceva stare sul palco?
Avevo paura. Era come un esame all’università. Hai sempre il timore all’inizio, ma poi se vedi che le cose stanno andando bene ti tranquillizzi. Sul palco sembravo quello che lo sapeva reggere, sembravo quello pieno di coraggio, e invece non lo ero.
Ci sono canzoni a cui è più affezionato?
Odysseus.
Riascolta le sue canzoni?
No. Qualche volta in alcuni locali dove non mi conoscono magari mettono su una mia canzone e io dico «no per favore, la conosco già».