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Principio metà fine

Il nuovo romanzo di Valeria Luiselli e la catastrofe al contrario: come Enea con Ascanio per mano e Anchise sulle spalle, ma questa volta sono nonne, madri, figlie. Si scrivono messaggi, rubano e restituiscono. Scappano per ricominciare. Nel mezzo, il tempo che ha bisogno di essere ricordato

Quello che mi piacerebbe davvero è riuscire a scrivere una catastrofe al contrario: dalla fine del mondo al suo inizio; dalla perdita della memoria alla prima immagine del mondo impressa in un grande occhio marrone.
Valeria Luiselli, “Principio metà fine” (Einaudi)

Cominciare dalla fine del mondo e procedere pagina dopo pagina verso la rinascita. In mezzo, lo scorrere del tempo, la perdita della memoria e la riappropriazione di chi siamo, di chi sei. Con l’aiuto di qualche dio greco, con la forza di molte notti insonni. Ho letto questo libro di Valeria Luiselli pensando a me (e a chi, sennò?), come una mappa esistenziale, come un pezzo di mosaico mancante, proprio quello che avevo perduto nel romanzo di chi sono. Certo, lei è più avventurosa, lei è più decisa, lei è la scrittrice che parte con sua figlia dopo aver detto: basta. Lei conosce i venti, il fuoco, il mare, la storia di tutti gli dei greci e sa anche di che cosa sono fatti i crateri, sa come brontola il vulcano. Ma io so credere a quello che leggo, è la cosa che so fare meglio. Non mi importa se c’è qualcosa di vero in Principio metà fine, mi ha detto che lo scrittore Enrique Vila-Matas un giorno in cui era esasperata dalle domande dei giornalisti le ha consigliato di rispondere, a chiunque le chieda quanto questo romanzo racconti la sua vita: il ventisette per cento. A tutte le domande: il ventisette per cento.

È un ottimo consiglio, quanto è vero che in questi cinque mesi hai sofferto tantissimo? Ventisette per cento. Quanto è vero che hai paura di non essere capace di proteggere tua figlia? Ventisette per cento. Quanto è vero che vorresti bruciare tutto? Ventisette per cento. Quanto c’è di vero nella storia del pianista deficiente? Ventisette per cento. Una volta stabilite le percentuali di verità autobiografica, siamo tutti liberi di andare avanti e di dirci la verità.

La verità è che Valeria Luiselli è una scrittrice importante, che con Archivio dei bambini perduti ha segnato un cambiamento di passo del romanzo, una scrittrice che ama Natalia Ginzburg e che ama e studia il suono che fa il mondo: le voci dei bambini, le voci delle onde, le voci del mondo antico che continuamente torna a parlarci, se solo fossimo in grado di ascoltarlo. In questo romanzo una madre e una figlia quasi adolescente arrivano in Sicilia, dagli Stati Uniti. Arrivano ed è la prima volta, dopo molti mesi, che si sentono a casa. Arrivano frastagliate, dopo un matrimonio fallito e la conseguente difficile separazione da un fratello. La bambina impara a piangere sott’acqua, la madre le legge i miti greci quando non riesce a dormire. Le legge le Troiane, le legge l’Eneide, prova a leggerle l’Odissea ma Ulisse è troppo cretino, non si può. Un giorno la bambina viene punta da una medusa sulla fronte, nell’acqua bassa, e l’uomo che è in spiaggia con la madre, il pianista, non si muove dal suo asciugamano, sorseggia whisky dalla fiaschetta che si è portato in spiaggia, strizza gli occhi verso di loro con la mano tesa sulla fronte come la visiera di un berretto. Mentre la gente urla: coca cola, coca cola! Pipì, pipì! Pomodori, pomodori! Se ti punge una medusa, è quello che devi fare: coca cola, pipì, pomodori, per neutralizzare il veleno della medusa. Il pianista prende l’auto per portare la bambina che piange al centro medico più vicino, ma non guida abbastanza veloce, e dice stronzate. «Sono stato punto anch’io una volta da una medusa bella grossa, proprio sul pollice. E sai, per un pianista il pollice è il pollice».

La madre tra sé e sé dice: «Sta’ zitto, cazzo, stronzo cretino deficiente».

Tutti noi diciamo: sta’ zitto, cazzo, stronzo cretino deficiente. Possibile che non capisci niente nemmeno se te lo spiego? Possibile che non capiate mai niente? Possibile che dobbiamo continuamente ascoltare idiozie? Possibile, certo, ma quello che più spezza il cuore e fa salire la rabbia è la distanza immobile che blocca il divenire. La distanza immobile che fa diventare deficienti.

Le due donne di questo romanzo, invece, non hanno paura del divenire. Si muovono in una Sicilia infuocata, spostano una ciocca di capelli dietro le orecchie, leggono molto, scrivono cartoline, e una delle due, la più vecchia, ruba una patente per muoversi più veloce. Guardano avanti, guardando indietro. La nonna della narratrice (o di Valeria Luiselli, al ventisette per cento) era originaria di Philosophiana, un piccolissimo posto vicino a Piazza Armerina. Questa ragazza sfacciata con gli occhi gialli si era travestita da uomo per lavorare nei primi scavi archeologici (una tombarola?) Finché non avevano spifferato che era una donna, le avevano fatto scoprire il seno come prova, aveva un seno molto bello, l’avevano cacciata, e lei si era imbarcata su una nave per l’America. Con un pezzo di mosaico, con la chiave magica che, molti anni dopo, servirà a una giovane donna, sua nipote, e alla sua bisnipote, per partire dalla catastrofe e risalire fino alla rinascita. Una sola paura: perdere la memoria.

«Enea lascia Troia distrutta, tenendo per mano il figlioletto e portando sulle spalle il padre anziano. Sono l’immagine della difficile età di mezzo, penso. Non l’archetipo della fondazione di imperi e genealogie paterne, come di solito si dice. Se si cambia la triade in nonna madre figlia, risulta più facile capirlo. È più facile immaginare tutte quelle donne – nonne, madri, figlie – da un piccolo appartamento di Tokyo a una casa rurale in Libano – che fondano e distruggono minuscoli imperi dalle trincee dei loro letti, nelle insonnie notturne, nelle lacrime delle cose».

Madre sulle mie spalle, figlia al mio fianco, come faccio a portarci dove dovremmo essere? Come faccio a non gridare, mentre vado, mentre cerco di proteggere, mentre cerco uno spazio di felicità: sta’ zitto cazzo, stronzo cretino deficiente?