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Resta con me, fino a che non smetto di sanguinare

La mostra Sex and Solitude di Tracey Emin è un paesaggio di strati, di coscienze, c’è troppa carne, troppo sangue, troppa voce, anche nei neon. I corpi femminili contorti, contusi, mai quieti contengono qualcosa di crudele e di celeste e non chiedono conforto, ma tregua. Il sesso come spinta, la solitudine come arte e l’urlo di sopravvivenza in ogni opera, che si fa specchio

L’arte è una specie di travaso del dolore. Di tutti i veleni, è l’unico buono. Perché non resta nelle vene dell’artista, viene tirato fuori a forza, o per disperazione, come un sangue diverso che hanno quelli capaci di creare. E in un miracolo alchemico, trasformano quella lava nera nell’oro degli altri. Chi sta a guardare li ricompensa con lo stupore, è tutto quello che siamo capaci di ridare indietro.

Noi, noi che stiamo a guardare e abbiamo solo una domanda: «Com’è possibile?». Come fa tutto questo male del mondo a starsene inchiodato su un muro, tranquillo, immobile, così lo possiamo vedere e toccare e liberarcene. «Com’è possibile?» è l’unico modo di leggere l’arte contemporanea, starsene lì a mettere insieme i brandelli delle vite che quell’arte l’hanno decisa.

Tracey Emin è da poco esposta a Firenze, la mostra si intitola Sex and Solitude. L’arte come confessione, il corpo come un diario e la pittura come salvezza. Rimarrà a Palazzo Strozzi fino a luglio.

Il titolo è quello dell’installazione, una scritta in neon che accoglie il pubblico all’ingresso del Palazzo. Presentando la mostra, Emin spiega che «molte persone in questa stanza, e molte persone in generale, hanno avuto esperienza di cosa sia il sesso e cosa sia la solitudine: per me sono intriseche. Da giovane il sesso mi dava una spinta, mi faceva pensare, mi faceva agire, mentre ora che sono più grande, è la solitudine ad essere fondamentale per la mia arte».

È una mostra che comincia e intanto non si visita, se ne deve reggere l’urto, non si vede l’ordine, richiede che l’attraversi così come ha voluto lei. Due gambe di un corpo disfatto e tenace sono la prima opera, la più imponente. È immensa, si muove se la guardi, non te ne liberi. «Non sono immagini, sono sentimenti», racconta. E così ti lasci toccare. E poi avvilire, e alla fine, dopo lo spavento, c’è una calma greca. È una lunga biografia, una collezione privatissima. C’è lei, lei soltanto. Un corpo al massacro, la strage di una sola: l’artista.

Tracey Emin nasce il 3 luglio 1963 a Croydon, periferia sud di Londra, padre turco-cipriota e madre inglese di origine romnichal, gruppo rom nel Regno Unito a partire dal XVI secolo. Comincia da lì, lo sradicamento. Cresce a Margate, nel Kent, che a seconda delle stagioni diventa un rifugio o una condanna. Non è un’infanzia la sua del tipo garbato, allegro. L’infanzia per i bambini. Tracey subisce uno stupro all’età di tredici anni, e stanca ammettere ancora un’altra volta come l’arte preveda il disastro. E non salva, da adulti, l’arte. Cercherà solo di chiamare le cose come si chiamano davvero.

Il percorso formativo di Tracey Emin è intermittente, pure poco convinto: prima la moda al Medway College of Design (19801982), poi incisione al Maidstone College of Art, dove si laurea con il massimo dei voti, e infine la pittura al Royal College of Art, da cui esce nel 1989 con un Master e un passato artistico già polverizzato. Ha distrutto ogni cosa di quel tempo. Ci prova sempre, Tracey Emin, a disfarsi di quello che inventa, e insieme all’arte disintegrare quel pezzo di tempo che è la distanza tra chi era e chi avrebbe voluto diventare nel frattempo. Le ultime volte, racconta la curatrice della mostra, dopo l’aborto, quando voleva dare fuoco alle creazioni di una settimana passata sola e chiusa in una stanza a lavorare per scordarsi di quello che era successo, non ci è riuscita. Il gallerista è arrivato prima del fuoco. Fuoco in senso stretto, letterale. Come una specie di dio, il gallerista, chissà se buono o cattivo, che arriva prima dell’apocalisse, o –dipende dal punto di vista – della migliore scoperta dell’uomo.

Si potrebbe cercare in questa nota biografica una metafora per questi tempi crudi, magari un’altra volta.

Gli esordi

Negli anni ’90 Emin è la voce fuori registro tra gli Young British Artists. Fuori registro come tanti, si potrebbe dire per obiettare. Di certo lei è la più scoperta. La sua prima personale, My Major Retrospective (White Cube, 1993), è una raccolta di foto private, oggetti, lettere, il pacchetto di sigarette che aveva in mano lo zio quando morì in un incidente, messi in mostra senza il filtro della distanza. L’intimità dev’essere vicina, ancora più vicina, devi quasi toccarla. Deve nausearti, se serve. Nella mostra di Palazzo Strozzi ha deciso lei che le opere fossero in basso, e quanto in basso. Così in basso da starci accanto, ma ti piovono addosso lo stesso come tanti Guernica. Solo che qui la guerra di Emin è privata.

Nel 1995 realizza una delle sue opere più celebri, Everyone I Have Ever Slept With 1963-1995: una tenda con cuciti a mano i nomi di tutti coloro con cui ha diviso il letto – non solo amanti, ma amici, fratelli, presenze. Deve ricordare le coperte delle nonne e insieme i registri degli ospedali. Una dichiarazione d’amore disperata alla complessità della più difficile materia umana: il contatto. L’opera è distrutta in un incendio nel 2004, ma resta una delle più micidiali espressioni del confessionalismo artistico. Non si salva nessuno, per ultimo l’artista.

Quando nel 1997 si presentò ubriaca in diretta tv nella trasmissione The Late Show e se ne andò dopo tre minuti con questa frase: «Sul serio c’è della gente che guarda questo programma lì fuori, sul serio?», sembrava un’altra della squadra dei giovani provocatori. Era un’autenticità feroce. Emin ha trasformato una vita in alfabeto. I suoi lavori non chiedono conforto, sono lontani da ogni bellezza facile. Chiedono tregua. O altre volte confronto, adesione. Sei debitore, tu che guardi, di una specie di alleanza esistenziale.

Nel 2020 a Tracey Emin viene diagnosticato un cancro alla vescica. Era sola, era il periodo più rischioso della pandemia, si stava chiusi in casa. Le danno – glielo dicono con certezza – solo sei mesi di vita. Affronta un’operazione radicale, le viene asportato l’organo e vive da allora con una urostomia. Il corpo, che era già tema centrale del suo lavoro, si trasforma ancora. Stavolta è un altro campo di battaglia. La malattia. Emin raccoglie tutto, ne fa scultura, film, dipinti. È lei l’archivio, l’archivio che respira. Cosa avrebbe fatto con quel blocco, quel deposito di traumi e ricordi e desideri che le hanno tormentato ogni minuto dell’esistenza? A lei come a noi. Li avrebbe rifatti di un’altra materia. È questa la forza più grande che ha: renderci partecipi anche quando si preferirebbe di no. Chiede solo una cosa: guardate. Guardate senza troppe difese. Per questo non si può ridurre Emin all’icona tormentata. È opera-specchio, la sua. È il suo corpo spezzato e messo in mostra per chi è davanti.

La mostra si articola in stanze che non sono esattamente sale espositive, sono più abissi raccontati per epoche. I dipinti sono tutti molto grandi, carnali, istintivi. Ricordano qualcosa, ma devi pensarci tu che guardi a dire cosa. Munch? Courbet con l’Origine del mondo? Entrambi che si fanno graffiti primitivi. La pittura può catturare la rabbia? Quella di Tracey sì. Corpi sdraiati, stanchissimi, sanguinanti, donne nude, braccia aperte come un cristo abbandonato, dopo la croce. E donne furibonde, tanto che non si capisce come quei tratti calcati possano tenere tutti quei nervi tesi in modo così simmetrico. E poi i neon, che da sempre accompagnano la sua produzione: frasi scritte a mano e tradotte in un filo di luce, confessioni sentimentali o minacce silenziose — You Should Have Loved Me, I Cried Because I Love You. Scrive, Emin, scrive quando non può fare altro. Quando non c’è nemmeno il tempo di trasformare l’odio, quando è urgente solo farsi capire, lei scrive. I wanted you to fuck me so much I couldn’t paint anymore.

Vedere questa mostra è sbarcare in un paesaggio di strati, di coscienze, è qualcosa dentro ogni opera che diventa un paesaggio (non ci sono paesaggi), è un frammento di lettera, un urlo inciso su tela, sul metallo o su piccole sculture. C’è qualcosa di crudele e insieme celeste nel modo in cui Emin si racconta. È vero, i corpi femminili sono contorti, rotti, contusi, ma non restano mai quieti. Dopo la malattia Emin ha ricominciato a dipingere con più furia ancora, se è possibile. Ci leggi in ogni centimetro le dichiarazioni di sopravvivenza. Lì sì rivedi Munch, ma per il ritorno alla vita. L’urlo della fine della paura, di tutte le paure possibili.

Una parte importante della mostra è dedicata ai suoi neon. Galleggiano frasi anche sentite mille volte, frasi quasi buone per le card Instagram. Tracey Emin si prende il rischio che la nostra epoca ha smesso di prevedere: essere banale quando si tratta di sentimenti.

Eppure, dietro quella fragilità scritta e da diario di una ragazza troppo giovane, ogni parola semplice è fatta apposta, ogni esitazione è costruita.

Sex and Solitude apre e chiude l’intera poetica di Emin: l’incontro fra il corpo e la mancanza. L’erotismo è confuso e senza ordine, e però resta deciso, in ogni slancio trovi già la sua assenza, la mortificazione del rifiuto a volte, l’eccesso di stanchezza altre. La solitudine è la lingua che impari dopo. Ed è un bene, non un male, perché è lo spazio in cui nasce la creazione.

Sbiadisce mentre osservi le opere tutta intera la tentazione di pensare a una provocatrice. È una lunga confessione, Sex and Solitude, e lo fa con un trasporto, Emin, col suo corpo nudo che ha i denti. E a distanza di trent’anni resta lì ad atterrire e intenerire chi sta dall’altra parte. Stai qui con me. Almeno finché non smetto di sanguinare. Questo dicono le opere. La sua arte non riesce a toccare quel punto superficiale dell’acqua in cui puoi dire “concettuale” nel senso freddo del termine. Perché c’è troppa carne, vedi troppo sangue, senti troppa voce. E però è anche tecnica, studio. I suoi disegni sono anatomie rapidissime, disegnate a precipizio, è vero, ma le forme non sono mai imprecise. Il sesso, per Emin, è sempre stato un modo di sentirsi presente. La solitudine del dopo – quella che viene dalle delusioni – diventa una compagna buona. Più docile. All’inizio è stata un soffocamento, poi è diventata una specie di pace. La mostra – per i miei occhi – sa raccontare anche questo passaggio: da una richiesta d’amore fatta urlandolo a una forma di resa energica, non rassegnata.

«Quando guardi la morte in faccia, e ti dicono che ti restano sei mesi di vita, pensi “Oh mio Dio, cosa ho fatto? E se morissi come una mediocre YBA degli anni ’90? Non ci penso proprio, è meglio che mi dia una svegliata!” Ma non pensavo che sarebbe andata a finire così…», racconta in un’intervista per Elle. E invece è andata a finire così. È viva. E anche noi, un po’ di più.

Ester Viola (Morbegno, 1978), avvocato e scrittrice. Ha pubblicato per Einaudi “L’amore è eterno finché non risponde” (2016) e “Gli spaiati” (2018). Ha una newsletter, “Ultraviolet”.