Ho incontrato Gisèle Pelicot a Torino, per un incontro pubblico dedicato a lei, e le ho detto poche parole imbarazzate, molti complimenti per quello che ha fatto in questi anni (era il 2020 quando è iniziato, anche finito, tutto, indossava la mascherina del Covid quando è entrata per la prima volta in commissariato con quello che era il suo amato, allegro, sensibile marito che ultimamente piangeva spesso). La fissavo con ammirazione, l’eleganza semplice, la disponibilità totale a parlare di cose che sembrano incubi e sono realtà. Lei grazie a un’enorme forza interiore, a una gioia di vivere più forte di ogni umiliazione, ha ottenuto giustizia, e quindi è qui a parlarne: tutte le altre? In sala, dopo l’applauso in piedi, uomini e donne insieme, ho visto ragazze singhiozzare. Gisèle Pelicot raccontava senza reticenze, ma con grande distacco, quello che ha scoperto della sua vita la mattina del 2 novembre 2020, quello che è successo dopo, la decisione maturata dopo tempo di non opporsi al processo a porte aperte contro Dominique Pelicot e gli altri cinquantuno uomini che l’hanno stuprata. Quando ha comunicato la decisione ai suoi avvocati, le hanno chiesto di pensarci ancora un po’. Ci aveva già pensato abbastanza, sull’isola dove si è rifugiata per stare sola, per ripensare alla vita come le si è rivelata e per riuscire comunque a non rinnegarla. In sala il suo nuovo compagno, con lei da allora, sorrideva dalla seconda fila a ogni parola di Gisèle Pelicot, la guardava con amore. Lei guardava dritto davanti a sé, e ha detto: abbiamo liberato la parola delle donne. Le ho ricordato che nel suo libro c’è un ragazzo, figlio di amici di famiglia da cui Gisèle si fermava a dormire nei giorni delle udienze, un adolescente, che un giorno le ha detto: Gisèle, mi vergogno di essere un uomo. Mi vergogno di essere un uomo che al processo dice: non è stupro perché non l’ho né legata né imbavagliata, c’era il consenso e comunque me l’ha proposto suo marito, quindi lei era d’accordo.
Mi vergogno di essere l’avvocato che dice: nel video ci sono i movimenti del bacino, significa che lei, signora Pelicot, era consenziente. Mi vergogno di essere il marito di una mia amica che commenta: ma non ci credo che non se ne è mai accorta (mi vergogno anche di essere la mia amica che ridacchia e distoglie lo sguardo dal mio sguardo, però). Mi vergogno di essere il direttore di giornale che dice: ma che palle questa storia, dobbiamo occuparcene ancora?
Mi vergogno di essere l’uomo che giurava di amarla, di non poter vivere senza di lei, che non ha avuto nessuna pietà di lei, né la mattina quando la vedeva intontita dai sedativi, né dai medici per escludere il tumore al cervello (la accompagnava a tutte le visite, per controllare le domande, per rispondere al posto suo, per essere sicuro che nessuno mettesse in dubbio che fosse l’invecchiamento a renderla così spossata e stanca), e certo non ha avuto pietà di lei quando le toglieva il pigiama, quasi morta, per metterle addosso la biancheria che nascondeva in garage, e faceva entrare in casa uomini adescati su internet. Mi vergogno di essere il principe del foro che chiede se le secrezioni vaginali significhino piacere.
Ma anche, più banalmente, mi vergogno di essere un uomo che non riesce ad avere a che fare con questa storia, che la liquida come qualcosa di “allucinante”, che non riguarda nessuno di noi, e che non cambia niente nella storia della violenza degli uomini sulle donne. La storia emersa, non quella sommersa. Una storia che ha avuto giustizia, attenzione non solo morbosa, perché Gisèle Pelicot ha avuto il coraggio di decidere: tutti devono ascoltare, tutti devono sapere, tutti devono guardarmi camminare a testa alta.
Gisèle però ha detto a questo ragazzo: non devi vergognarti di niente.
Lei non ha smesso di avere fiducia nell’umanità e non ha perso la capacità di amare. «Resterò quella che sono, senza odio, incapace di opporre gli uomini alle donne perché credo che siamo fatti per vivere insieme».
Senza odio, incapace di opporre gli uomini alle donne. Questa donna che sognava l’amore, un matrimonio, una famiglia per aggiustare tutto: contro la dolorosa infanzia, contro la cattiveria di tanti, e infine contro l’orrore. Quando ha incontrato Dominique Pelicot, Gisèle ha riconosciuto un naufrago e gli ha teso le braccia. Lui si è lasciato salvare e poi ha cercato di annientarla.
C’è una domanda che non le ho fatto quella sera, mi sembrava inappropriata al momento solenne, al messaggio di speranza e di rinascita. Ma il libro (Un inno alla vita, pubblicato in Italia da Rizzoli) lascia intravedere uno squilibrio notevole fra Gisèle e suo marito: partono dallo stesso punto, lui fa l’artigiano e lei inizia a lavorare solo per arrotondare lo stipendio del marito, ma lei viene sempre apprezzata, viene promossa, è riconosciuta dai colleghi, fa una notevole carriera senza averne nemmeno coscienza, sempre pronta a rinunciare, mentre lui perde un lavoro dietro l’altro. Si indebita, nella vita professionale fallisce pur desiderando moltissimo essere qualcosa di più dell’uomo che ripara lavatrici. Un giorno arrivano gli ufficiali giudiziari a pignorare i mobili. Chi se ne importa, lo consola Gisèle, sono soltanto oggetti, il divano ce lo ricompriamo tra un po’. Di fronte alle vere disgrazie, il pignoramento è una sciocchezza. Un giorno devono traslocare in tutta fretta perché lui ha fatto da prestanome e adesso è nei guai. Di fronte alla dolcezza di quest’uomo, la sua capacità di mettersi nei casini e non riuscire mai a portare a termine un progetto era irrilevante.
Guarda come piange, poveretto, al pensiero che la moglie si ammali di Covid. O forse piange perché la sta uccidendo lentamente?
Forse piange perché sa di voler annientare quella donna tanto più forte di lui, anche se lei non glielo mostra mai, anzi cerca continuamente di rassicurarlo. Ma lui lo sa che è così. E il suo desiderio segreto è la supremazia, quindi l’annientamento: lei è la sua nemica, perché è la testimone e anche la causa di quell’enorme squilibrio. Gisèle Pelicot ha combattuto l’evidenza dello squilibrio, della crepa, fino al giorno in commissariato, quando le hanno mostrato le foto che le hanno fatto precipitare il mondo addosso. Avrei voluto chiederle del bisogno di annientamento che alberga in certi uomini nei confronti delle donne, ma non volevo che diventassero: tutti gli uomini. Non è questa la battaglia, però la domanda mi resta dentro. Per fortuna, Gisèle Pelicot è fatta del marmo che ricopre lo scrigno del suo dolore. «Resterò quella che sono, senza odio, incapace di opporre gli uomini alle donne perché credo che siamo fatti per vivere insieme».