Guarda bene le targhe delle auto», dice Viktoria che da settimane continua a cambiare albergo dopo che l’impatto di un drone ha reso inabitabile il suo appartamento e i lavori si protraggono.
«Gli odessiti non ci sono più, siamo rimasti in pochi». Ogni cellula di Viktoria è odessita, lo è il suo accento, lo è il suo amore per le storie di confine, lo è la sua irrequietezza appassionata, lo è la storia della sua fa miglia che viene da ovunque, si è ritrovata a Odessa e ha deciso di rimanerci. Non riesce a separarsi dalla città in cui è nata, nemmeno dopo che un drone le ha distrutto casa mentre lei era dentro. Non osa dirlo, ma in fondo pensa che chi se ne è andato abbia tra dito una causa, abbia fatto uno sgarbo alla città e al suo Dna. Viktoria rimane, nono stante sia sempre più spaventata, sola. A Odessa mancano i rifugi e lei aveva sempre pensato che fosse inutile cercarne uno o correre in cantina durante un attacco. Dopo che il suo appartamento al primo piano – il privilegio da quando è iniziata l’aggressione russa su vasta scala non è certo avere un attico, ma stare il più in basso possibile, preferibilmente in un sottoscala che chiunque prima del 24 febbraio del 2022 avrebbe definito una topaia – è stato danneggiato, non fa che cercare soluzioni con un rifugio, cambia alberghi a seconda della distanza dalla stanza per ripararsi dai droni e dai missili. Viktoria è in cline alla noia, ha spesso bisogno di cambiare aria ma non ha mai sentito la necessità di cambiare città, di cambiare Odessa. Eppure le targhe non le sono più familiari, indicano che chi vive in città viene da Kharkiv, Kherson, Mykolaïv, e anche se a Viktoria mancano gli odessiti vede questo ricambio come qual cosa di molto naturale: «Siamo sempre stati una città di rifugiati, ci abituiamo in fretta. Per altri è diverso, ma Odessa è fatta per es sere mista, per cambiare continuamente». Odessa è fatta per accogliere, parlare lingue straniere, per guardare il Mar Nero e invitare. Sta cambiando in fretta e se per le strade un tempo era facile sentire parlare greco, italiano, francese, ora un orecchio allenato si rende conto che ci sono il russo e l’ucraino che si fondono e si confrontano, ma soprattutto le conversazioni si sciolgono in una sin fonia di accenti. Non c’è città più cultural mente traumatizzata e sofferente di questo baluardo sul mare, Odessa si interroga, gli odessiti rimasti adorano parlare di loro stessi, della loro unicità, si compiacciono di quanto sia elegante il loro russo rispetto a quello che parlano in Russia, «da criminali». C’è chi si sente emarginato, incompreso da Kyiv, dal potere centrale. C’è chi si sente tradito da Zelensky, il russofono che oggi da capo di stato di un paese attaccato dalla Russia si rifiuta di parlare altra lingua che non sia l’ucraino. È proprio per questo struggersi continuo e romantico, per questo soliloquio sulla propria cultura e i propri monumenti, questa psicoanalisi corale, che Odessa si sente e rivendica di essere la più ucraina delle città ucraine, votata all’apertura, al rimpasto continuo. Lo specchio di un paese che sta lottando contro la dittatura di Mosca perché è nato votato alla libertà e alla diversità. Odessa ti mastica con garbo, ti impasta con un massaggio, ti rimescola a passo di danza e alla fine ti fa sentire odessita. Ha funzionato così per secoli, lo sta facendo anche adesso durante la guerra. Con una particolarità: chi arriva da Kherson, Kharkiv, Mariupol, Donetsk diventa odessita, mentre Odessa assimila caratteristiche di chiunque arrivi da Kherson, Kharkiv, Mariupol, Donetsk e cambia pelle. È una città di rifugiati, ma non una città rifugio: chi arriva inizia una nuova vita, non attende il ritorno di quella vecchia.
Tornando a Odessa dopo qualche mese capita di vedere attività cambiare nome, negozi rinnovati. Sono i nuovi arrivati che aprono ristoranti e li rinominano dedicandoli alle loro origini. Da città multietnica sta diventando multiucraina, un caleidoscopio di ucrainità: Odessa assimila, adatta, restituisce. Ogni giorno è più colpita dalle bombe russe e come in altre città è difficile capire quanti abitanti abbia perso in questi quattro anni di guerra: molti se ne sono andati e molti sono arrivati, ma l’importante è che la differenza fra chi è odessita da sempre e chi lo è da qualche mese o qualche ora non si percepisca.
Odessa coltiva per Kyiv un sentimento ambivalente, non giudica ma non vuole essere giudicata. In nessun posto il movimento di cambiare nomi delle strade e facce dei monumenti è più travagliato. Odessa rimugina, non accetta ordini, ha bisogno del tempo per elaborare e se per gli abitanti può andare bene togliere la statua di Caterina II, molti non capiscono la necessità di abbattere Alexander Pushkin. Il poeta russo fu mandato in esilio a Odessa per i suoi scritti sediziosi, a Odessa compose l’opera Evgenij Onegin, corteggiò la moglie del conte Voroncov e venne cacciato. Pushkin fu impastato, masticato, rimescolato come tutti coloro che passano da qui, come i rifugiati di oggi, come i commercianti di un tempo. A Odessa c’è chi lo considera un odessita, un ribelle mandato in esilio sul Mar Nero e quindi meritevole di essere preso per un locale. Mentre in gran parte dell’Ucraina le statue del poeta sono state rimosse, nessuna autorità ha ancora avuto il coraggio di abbattere il busto all’inizio di Prymorsky bulvar a Odessa, ma a ottobre dello scorso anno, il volto di Pushkin è stato nascosto alla vista dei passanti, ingabbiato da lastre di legno, in attesa di essere dimenticato. Il mercato Pryvoz di Odessa è un luogo centrale per capire la città. Un tempo era fra i suoi banchi che bisognava muoversi per sentire tanti accenti. La maggior parte dei venditori parla russo, gli spasibo dominano sui diakuiu (grazie in ucraino), i dasui tak, pabeda (vittoria in russo) su peremoga (vittoria in ucraino) – chi assicura che arriverà la vittoria intende quella dell’Ucraina non certo quella della Russia e non importa in che lingua lo dica. Il mercato è sempre stato un con centrato di diversità e oggi è lo specchio del l’Odessa che fa più fatica ad adattarsi. Fuori da Pryvoz, parola che indica l’atto del portare dentro le merci, termine basilare per un posto che ha fatto la storia, la diversità è parte della lotta. Dentro invece suscita paura e smarri mento: Pryvoz è un microcosmo che ha il ti more di scomparire, vuole rimanere antico, caotico. «Qui ci sono soltanto vecchi», dice una signora che vende cipolle e non è più giovane.
«I vecchi muoiono e i giovani di Odessa o sono a combattere o sono fuggiti. Chi arriva da fuori non conosce Pryvoz, non viene qui a fare la spesa. E io per chi le vendo le cipolle? Per questi che tra poco non avranno più neanche la pensione?». Questi, in particolare, sono due anziani che aspettano di essere serviti e assicurano di avere ancora una pensione sufficiente a comprare cipolle. A luglio dello scorso anno, una parte di Pryvoz, la vecchia ala del mercato dedicata alla frutta, è stata bombardata. Era notte, l’incendio divampato ha reso impraticabile la struttura e i fruttivendoli si sono spostati fra i venditori di abbigliamento: la miscela di ciabatte e verza sembra una natura morta degnamente odessita. Anche il mercato è assimilazione e rimpasto, senza accorgersene i commercianti più chiassosi del l’Ucraina convivono, si gridano gli uni agli altri nei loro accenti, nelle loro battute che nessuno capisce, nel loro modo di mercanteggiare in cui sono i migliori del paese. «Ho dimenticato i guanti, li ho presi da lui per due chili e mezzo di mele», ride Anna, fruttivendola anche lei non più giovane. Sostiene sia stato un ottimo affare, che dentro all’ala della frutta che i russi hanno distrutto non sarebbe stato possibile: «E cosa chiedevo là in cambio dei guanti, bucce di banana? Mica sono scema», la risata scroscia potente, l’assimila zione dentro a Pryvoz è un fatto, la scomparsa del mercato è una paura. La più odessita delle banalità è dire: sembra di essere dentro un racconto di Isaac Babel’, ma è proprio così che ci si sente a immergersi nel mercato di Pryvoz. Manca l’effervescenza ebraica, lo strascichio dello yiddish, eliminati dalla violenza nazista, ma il mondo raccontato da Babel’ è rimasto addosso alla città, masticato, impastato, rimescolato per generazioni.
Anche Isaac Babel’ è caduto vittima del movimento per rinominare le strade. La via a lui dedicata non esiste più, nonostante lo scrittore sia un simbolo, un cantore della città dove è nato e nonostante sia stato ucciso durante le purghe di Stalin. Scriveva in russo, e così nella furia che colpisce un po’ a casaccio e che non si accorge di star regalando a Mosca uno dei suoi scrittori di grande talento, carnalmente ucraini, Via Babel’ è stata sostituita con Via Dmytro Ivanov, un soldato morto per combattere contro la Russia. Dello scrittore ucraino rimane una statua, per ora non in gabbiata da lastre di legno, ma soprattutto rimane la sua scia nella cultura di Odessa. Odessa è Babel’, Babel’ è Odessa, come lo sono stati tutti coloro che in questa città hanno messo piede e poi radici. Come lo sono i rifugiati di Kherson, Kharkiv, Mariupol, Donetsk, e non importa cosa dicano le targhe delle loro auto: se sono venuti a Odessa, resteranno.