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Salviamoci adesso, quindi spazio alla frivolezza

La suora che disprezzava le bambine con il cerchietto, la sorellina terrorizzata e divertita dagli scherzi horror, la scrittrice che ha dato voce e potere alle donne, la donna che ha preso il potere con la voce e altre storie di capelli. Sottovalutateci, sarà divertente

Bella mia vallo a dire a mamma tua! Io sono bella, ma non sono tua.

Patrizia Cavalli, Poesie

 

Tagliamo la luce, tagliamo anche i capelli, tagliamo quello di cui possiamo fare a meno, aggiungiamo una sciarpa di lana e un po’ di indecenza. Aggiungiamo salvezza, facendo però attenzione a che cosa significa. Quando ero una bambina, una suora al catechismo ci parlava continuamente di salvezza. Diceva, in un modo molto intenso che mi rapiva, che dovevamo salvarci l’anima e per salvarci dovevamo chiedere perdono, pentirci, confessarci, rinunciare a tutto, diventare buoni ma buoni non bastava, dovevamo essere santi, meglio se martiri. Avevo undici anni e nessuna idea di che cosa dovessi pentirmi: forse di avere desiderato tantissimo di andare in gita a Verona con la scuola, forse di essermi guardata troppo allo specchio per capire se potevo piacere anche con quella frangia maledetta e con la felpa stravecchia al bambino sempre zitto in fondo a destra. Non mi convinceva, Dio sapeva benissimo che quelle erano faccende importantissime, vitali. Dovevo pentirmi di spaventare mia sorella piccola con i film dell’orrore: ma certo! – quello sì era un giusto pentimento.

Quindi mi pentivo molto, chiedevo scusa seduta al banco del catechismo con gli occhi rivolti al soffitto scrostato, cercavo l’approvazione della suora che però non mi guardava mai mai mai, poi tornavo a casa e appena mia sorella e io restavamo sole, io con il compito di proteggerla e di darle il budino per merenda, ricominciavo a cambiare la voce, posseduta da qualche diavolo, mostro o suora cattiva, allora mia sorella spaventata piangeva e mi tendeva le braccia, mi diceva con quella vocina di cristallo: salvami. Quella sì era una cattiveria, ma io commossa le dicevo subito: sì, ti salvo, sta tranquilla, e uccidevo il mostro che mi possedeva, cambiavo di nuovo la voce e la faccia, ritornavo me stessa, così la mia sorellina, con le sue guance morbide, mi ringraziava molto per averla salvata, mi offriva le sue bambole e il suo budino.

Ero malvagia? Sì, ma anche sentimentale. Rispetto alle favole, con i cattivi molto separati dai buoni, un passo in avanti verso il romanzo, verso la vita. Nel frattempo mi ero come minimo conquistata la dannazione, anche perché la suora era convinta che soprattutto le femmine rischiassero l’inferno a causa della vanità e della malizia. Le femmine avevano molti più peccati e le femmine poi da grandi volevano comprarsi la pelliccia. Allora chiedevo perdono e ondeggiavo tutto il tempo tra salvezza e dannazione, odiavo la pelliccia di mia madre ma la suora non mi concedeva mai un sorriso, sorrideva solo ai maschi dei banchi in fondo, quelli torvi che dicevano le parolacce, solo a loro parlava con calore: la sua missione era salvarli ignorando quelle come me, quelle con il cerchietto sopra la frangia, le irrecuperabili. Forse allora la dannazione era più interessante della salvezza? E mia sorella con tutti quegli scherzi horror si terrorizzava ma si divertiva anche? Meglio fare delle prove: a casa continuavo a specchiarmi per capire se dovessi bruciare quel cerchietto o bruciare la frangia, e continuavo a inventare nuovi personaggi per spaventare la mia sorellina di tre anni per la quale io ero molto più che Dio e che a differenza della suora voleva sempre me, solo me, ancora me nonostante una volta mi fossi travestita da pagliaccio assassino facendomi le lacrime di sangue con il rossetto di nostra madre.

Se ci penso adesso, mi chiedo se fossi più pericolosa io o la suora che elogiava il martirio e disprezzava le bambine col cerchietto. Più lontane io o lei dalla salvezza, ma poi quale salvezza? Mia sorella trentacinque anni dopo è una grande appassionata di storie maledette e dorme ovunque con il buio più buio, io ho paura dei pagliacci assassini e continuo a chiedermi in che modo mi voglio salvare.

Se tagliarsi in video una ciocca di capelli possa servire alla salvezza delle ragazze iraniane, ad esempio, oppure serva solo a salvarsi dalle doppie punte. Ma anche se sia sbagliato farsi questa domanda, perché una rivoluzione culturale ha certamente bisogno di frivolezza. La mia suora era scandalizzata dalla frivolezza, condannava la frivolezza, il mio cerchietto verde con i coniglietti era troppo frivolo e io non meritavo considerazione né salvezza, nemmeno se le avessi portato come pegno del mio pentimento la pelliccia di mia madre. Con il tempo abbiamo capito che se non c’è spazio per la frivolezza, noi non ci possiamo salvare. Se non c’è spazio per uno sguardo che abbia dentro di sé la curiosità non malevola e non torva per l’altro non c’è libertà né possibilità di passi in avanti. E abbiamo capito anche che la frivolezza ha una forza allegra che serve a tenere a bada, fino a che serve, le cose grosse.

La spuma che rende l’onda meno minacciosa. Jane Austen ha nascosto nelle apparenti frivolezze matrimoniali dei suoi romanzi una profondissima analisi sociale delle trasformazioni del suo tempo, ha offerto una chiave di interpretazione del reale attraverso le feste da ballo e i battibecchi tra sorelle, ha dato la massima forza possibile alle sue eroine attraverso l’esercizio della conversazione, ma soprattutto ha trovato la chiave: se parli, sei forte. Se sai spiegarti, vinci. Se sai dire che cosa non vuoi, ti salvi. Nei libri di Jane Austen è successo per la prima volta che una donna prendesse il potere, che decidesse che cosa fare della propria vita e scoprisse come cercare la felicità sotto i nastri, i manicotti, i guanti da pomeriggio e i guanti da sera. Con i guanti, avvolte nei nastri, quelle ragazze per la prima volta parlano, per la prima volta non sono più damine sedotte, lamentose, piangenti, abbandonate, sfortunate. Per la prima volta piegano il mondo verso di sé, sistemandosi le ciocche di capelli dietro le orecchie. Tutto il mondo, poi, nelle centinaia di anni successivi, ha cercato di studiare e riprodurre quella frivolezza (quel piacere) senza mai davvero riuscirci: si appoggia su una profondità tale che resterà moderna per i prossimi secoli.

Ecco quindi a che cosa servono le parole: a essere prudenti, a rischiare, a nascondersi e a salvarsi. A farsi valere. Giorgia Meloni ha lasciato che la considerassero una ragazzina bionda (non abbastanza frivola, tra l’altro, secondo il frivolo giudizio su di lei in questo ultimo decennio), mentre a poco a poco si prendeva lo spazio di una donna politica forte, una quarantenne della quale adesso le signore chiedono al parrucchiere il taglio di capelli identico, sempre per non sottovalutare la frivolezza. Ha parlato, si è sgolata, ha usato le altre lingue che conosce per parlare ancora, e adesso però: la salvezza?

Per tutti noi che vogliamo restare qui, frivolmente, in un inverno a lume di candela: abbiamo le parole, abbiamo i film horror, abbiamo le sciarpe e la libertà. Abbiamo tutto. Sottovalutateci, come faceva la mia suora, sarà divertente.