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Scrivere non è lavorare in una miniera di carbone

Nel suo ultimo libro, Dry season, Melissa Febos racconta l’anno in cui ha deciso di astenersi totalmente dal sesso: un’intensa esplorazione sul desiderio e sull’abbondanza. Conversazione sulla dipendenza, sui giovani, sull’effetto catartico del processo artistico e sulla gioia della scrittura e della lettura. Perché siamo tutti quanti dei ficcanaso e dei curiosioni, vogliamo sempre sapere della vita degli altri: io scrivo la mia

Quando Melissa Febos ha iniziato a scrivere, da «ex tossica, ex sexworker» voleva fare «un romanzo molto importante», pensando che gli sconosciuti «potessero essere interessati a una storia inventata». Poi l’insegnante di un corso di scrittura le ha detto: «Scrivi di te». Dopo un po’ di resistenza l’ha fatto. Ha scritto Whip Smart e da lì è diventata una delle voci più interessanti della creative non-fiction. Ha poi pubblicato diversi libri, tra cui Questa mia carne, manifesto sullo scrivere di sé. In primavera è uscito in Italia Dry season (edito da nottetempo, tradotto da Federica Principi) che racconta dell’anno in cui ha vissuto senza fare sesso, e diventa un’esplorazione sul desiderio, sulla grandezza della solitudine, sul saper riconoscere i momenti importanti della vita, passando da Saffo a Hildegard von Bingen.

Leggendo un testo di creative non-fiction, con la sua dimensione confessionale, un lettore potrebbe chiedersi: perché mi interessa leggere della vita privata di una persona che non conosco?

Siamo dei curiosoni, dei ficcanaso. Io voglio sempre sapere della vita degli altri. E ci sono convenzioni sociali che evitano che si parli, tra noi, di tante cose private, o di aspetti della nostra vita che consideriamo privati.

Questi aspetti li trattiamo come individuali ma sono spesso molto universali, esperienze di corpi, esperienze intime, spirituali, e spesso non è garbato farlo. La letteratura è uno di quei rari luoghi in cui riusciamo a sbirciare in quello che condividiamo e che è spesso ignorato. Ho condiviso cose nei miei libri di cui non ho parlato nemmeno con i miei amici più cari. Ero una ragazzina molto riservata, alle prese con la gestione delle aspettative e del benessere emotivo delle persone. Scrivere è diventato il luogo in cui potevo dire cose che non potevo dire a voce alta, e che in qualche modo avevo bisogno di esternalizzare. È stato tramite i libri, e la letteratura, che da giovane ho trovato una specie di compagnia così importante nelle pagine. Pagine di outsider, artisti e autori queer e autrici femministe. Sono cresciuta in un posto in cui le persone non parlavano dei sentimenti che ci sono sotto le esperienze, e questi sentimenti li ho capiti tramite i libri. Sono stati come una guida. E lì mi sono resa conto che volevo essere una scrittrice.

Nel suo testo Questa mia carne scrive che la scrittura è terapeutica. È stato così anche con Dry season?

Sì! Ma non è l’obiettivo primario del mio scrivere. Però il processo artistico, il processo estetico del trasformare esperienze in arte ha su di me un effetto catartico. Non è solo ripensare alle esperienze passate e integrarle psicologicamente per capire qualcosa di nuovo, ma anche perché la pratica artistica fa da mediatrice tra la me del passato e la me del presente, crea una distanza per affrontare le cose con cui potrei essere a disagio.

Maggie Nelson in una recente intervista ha detto che a volte è più difficile scrivere cose vere su sé stessi che non cose inventate.

È verissimo. Sto scrivendo ora un romanzo e mi rendo conto che le difficoltà sono diverse. Ma il confronto emotivo con la non-fiction su sé stessi è arduo in un modo diverso dalla narrativa. Anche quella la tiriamo fuori dalla nostra psiche, ma non dobbiamo esserne per forza così consci. Con la creative non-fiction devo avere una comprensione trasparente ed esplicita per trasmetterla al lettore, con la narrativa non devo, lì è tutto più guidato dall’istinto. Non devo affrontare il mio passato in un modo tanto diretto. Con la narrativa posso ancora nascondermi, almeno un pochino.

Il romanzo che sta scrivendo adesso è il “romanzo molto importante” di cui parla in Questa mia carne?

No, è un romanzo molto frivolo. Mi sono divertita moltissimo. Uno dei temi è proprio la non-fiction. Non è una biografia-narrativa, ma è stata la vita di una persona vera ad avermi ispirata a scriverlo. E poi viviamo un momento molto oscuro negli Stati Uniti, almeno politicamente, e ho pensato: qual è un libro che mi piacerebbe leggere? Vivo in una realtà di cui non voglio leggere tutto il tempo, anche perché ne leggo continuamente sui giornali. Voglio leggere un romanzo, e qual è il mondo in cui voglio scomparire per un po’?. E questo mi ha portato a scriverlo. È ambientato negli anni 90 e dentro c’è un sacco di sesso e di arte. È quello che volevo leggere, e l’ho scritto.

Si diverte sempre a scrivere?

Non sempre, ma penso di divertirmi più di altri scrittori. Perché molti parlano del loro lavoro come se passassero le giornate in una miniera di carbone. Non penso sia così difficile scrivere, in fondo, o almeno non dovrebbe esserlo. Ho lavorato nella ristorazione, in cantieri navali. Ho lavorato come sexworker, come baby-sitter. Scrivere non è stato il lavoro più duro che ho avuto, probabilmente è stato il più semplice. Certo scrivere è una sfida, e ci vuole molto tempo, e per anni non ci sono molti riconoscimenti esterni. Dobbiamo acclimatare il nostro spirito a una certa resistenza perché vivendo nel capitalismo vogliamo subito qualcosa indietro, vogliamo applausi ogni volta che facciamo qualcosa di difficile. Ma se si scrivono libri questo non succede. Però trovo estremamente appagante e amo farlo, e mi diverto. Sono una sognatrice. Voglio sparire in un altro mondo per una buona parte della giornata e scrivere mi permette di farlo.

Che ruolo ha oggi chi scrive?

Sta al lettore decidere qual è il ruolo dello scrittore. Perché scrittrici e scrittori hanno sempre scritto di quello che possono. Penso che le scelte che può fare chi scrive siano limitate. Gli scrittori si considerano artisti, ma credo ci sia un numero limitato di cose di cui potrei scrivere in un libro, e nel mio caso, saranno quasi sempre cose legate al mondo queer-femminista, avranno sempre una certa serie di preoccupazioni di fondo, perché io sono io, sono queste le cose che mi spingono a scrivere. Se poi le persone assegnano un valore o vogliono amplificare quelle preoccupazioni, non sta a me deciderlo. Penso che il dovere di scrittrici e scrittori sia quello di seguire la loro vocazione più urgente, e dire le cose che possono dire nel modo più potente e più bello. Ma alla fine il potere ce l’hanno i lettori, se vogliono creare spazio per le nostre voci. Se ho imparato qualcosa in questi 20 anni di pubblicazione di libri è che il nostro lavoro migliore viene fuori quando non pensiamo a offrire qualcosa al più ampio numero di lettori, ma solo a dire le cose più importanti che possiamo dire.

Spesso gli scrittori parlano di voler scrivere un libro bestseller di massa sapendo quali sono i trend, ma non ci riescono poi davvero.

È vero! È deprimente ma è anche un comfort. Da giovane vedevo certi bestseller e dicevo: «Dai, posso scriverlo anch’io». Ma poi quando ti siedi a farlo non ce la fai. Perché scrivere, per quanto sia il lavoro più facile che abbia mai fatto, è difficile. Quando mi sforzo di scrivere cose per cui non ho passione è davvero come lavorare in miniera, è miserabile.

Lei insegna Non-fiction all’Università dell’Iowa. Come sceglie cosa far leggere ai suoi studenti?

Ho un approccio molto soggettivo alla cosa. Lo fanno quasi tutti, anche se non lo dicono. Ci sono alcuni insegnanti che dicono: questi sono gli scrittori fondamentali che devi leggere per capire il mondo, ma sono semplicemente gli scrittori che hanno aiutato quella persona a capire il mondo. Ogni lettore trova, si spera, gli scrittori e scrittrici che hanno le lenti fondamentali per capire la realtà e che faranno partire, in loro, un processo di comprensione. Lo scorso semestre ho insegnato un corso che era “storia dell’essay”, un titolo imponente, con dentro Montaigne e Plutarco, ma ci ho messo anche Audre Lorde e James Baldwin, cioè scrittori che mi hanno influenzato. Ma il mio compito per gli studenti era: andate a cercare gli autori che possono influenzare voi. Ogni giorno ci sono valanghe di autori che arrivano in massa nel mondo e probabilmente quelli che influenzeranno i miei studenti di 25 anni non sono gli stessi che toccano me. Io cerco di dar loro una mappa di quelli arrivati prima, e che potrebbero non incontrare.

Oggi arrivano allarmi sull’incapacità degli studenti di finire un romanzo intero, anche se studiano letteratura.

Non è una paura infondata. Io vedo però anche un contraccolpo positivo, di riscoperta. I corsi di scrittura o letteratura sono quelli in cui possiamo aprire un portale per far vedere ai giovani un’opportunità. In classe a me interessa creare uno spazio in cui posso incoraggiare gli studenti a mantenere l’attenzione. Un momento diverso dallo scrolling continuo o dal passare da uno schermo all’altro. E non è come forzarli a mangiare le verdure, è un’esperienza bellissima, dove si scopre di essere connessi al mondo. In classe abbiamo letto Morte della falena di Virginia Woolf dove lei descrive una falena che muore. Dopo la lettura ho mandato gli studenti a cercare un insetto, o qualcosa da fissare per dieci minuti di seguito, e loro erano contenti. Perché da soli non lo farebbero mai, e questa per loro è un’opportunità, e si sentono diversi, risvegliati da un sonno. E forse capiscono cosa stanno sacrificando quando prestano attenzione a qualcos’altro nella loro giornata.

Ci sono autori che hanno avuto un grande impatto quando lei era ragazza e che adesso non ce l’hanno più?

Quando ho iniziato a scrivere, ed ero giovane, tipo a 12 anni, mio padre si era accorto che ero un po’ alternativa, e così mi diede alcuni libri della beat generation, come Kerouac, Burroughs, Ginsberg. Soprattutto Sulla strada, I vagabondi del Dharma… Ho letto Queer di Burroughs quando avevo 13 anni. E amavo Bukowski! E adesso non torno più a questi autori, non fanno più per me. Ci sono ancora affezionata ma sono estremamente misogini, non ci sono donne e quando ci sono vengono trattate orribilmente. Ma leggendoli ho visto che esisteva un altro modo di vivere. Sono cresciuta in una cittadina sulla costa del Massachusetts e di persona non conoscevo nessun artista. Questi libri erano come portali, ah, puoi fare l’autostop in giro per il paese, ah puoi drogarti, puoi fare esperienze nuove. Leggevo molti libri di outsider, come Rimbaud, libri su artisti a Parigi che fumavano sigarette nei cafè e bevevano assenzio. Allora non avevo la concezione di stili di vita alternativi. Il diario di Anaïs Nin è stato molto importante quando ero ragazza, ma adesso non ci torno più. Non penso a lei quando mi chiedono chi mi ha influenzato ma senza di lei, senza Henry Miller, forse non sarei stata abbastanza coraggiosa da trasferirmi a New York quando ero adolescente, e fare una vita pericolosa per imparare che cosa vuol dire essere un’artista.

In Dry season la sua esperienza è un modo per opporti alla tua natura di persona prona alle dipendenze.

Devo fare una cosa finché non la odio. Lo so perché è stato così con la musica, l’arte, il cibo, il sesso, le persone, la palestra, i vestiti, tutto. Quando mi ossessiono con una cosa è come se il mio campo visivo si restringesse solo su quello e lo voglio ancora e ancora e ancora finché non lo sopporto più. Ma se c’è una cosa che ho capito in una vita vissuta così è che la ripetizione smorza i sensi. La ripetizione calma la nostra consapevolezza. E quello è l’obiettivo. È molto confortante sapere esattamente quale esperienza avremo. Elimina il malessere di prendere decisioni, o di una novità. Però la nostra coscienza è come se si risvegliasse quando facciamo una nuova esperienza, e la vediamo più chiaramente. Quindi devo mescolare queste due cose. Devo mangiare la stessa cosa, fare gli stessi esercizi, parlare con la stessa amica, ma devo anche fare cose nuove. Penso che essere un’artista voglia dire avere in sé un meccanismo che ti sfida a percepire le cose in un modo nuovo.

Dice che l’anno senza sesso è stato uno dei migliori della sua vita.

Quando ho smesso tutto è diventato completamente nuovo perché prima ogni aspetto della mia vita era orientato in quella direzione. È anche cambiato il modo in cui percepivo il tempo. Quando siamo in una routine i giorni vanno veloci, quando siamo in una situazione non familiare, come in vacanza, le giornate diventano lunghissime. Innamorarsi ogni momento poi è davvero dispendioso, di colpo avevo molto più tempo libero.

Il libro ha un happy ending.

Non volevo mettercelo. Non volevo che il libro finisse con l’idea del trovare l’amore. Mi ha convinto l’editor a inserirlo, solo perché è vero. Perché dopo quell’anno ho conosciuto quella che sarebbe diventata mia moglie.

Giulio Silvano (Lerici, 1989)  è  redattore di Nuovi Argomenti, ha  tradotto  alcuni libri (tra cui Bernard Malamud e Anne Carson), collabora con il Foglio.