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Se non fa male, non può guarire. Il coraggio di julia

Se chi ascolta resta zitto, i fatti scompaiono. Le parole servono per rovesciare il racconto: da Fortuna Loffredo, volata giù dall’ottavo piano a sei anni, alla violenza che vorremmo dimenticare. Il silenzio di una madre, la ribellione di una figlia che vuole uscire dalla paura

Non era una storia da tramandare» – it was not a story to pass on – ripete Toni Morrison nel capitolo che chiude Amatissima, capolavoro feroce e coraggioso. Il verbo è ambiguo, segnalano gli interpreti, la frase può essere tradotta anche in modo opposto: «non era una storia da ignorare». Morrison è una scrittrice accurata, non lascia nulla al caso sul piano lessicale. Quando nel 1993 riceve il Nobel per la letteratura – prima autrice afroamericana – afferma che il linguaggio «è misura delle nostre vite». Sa bene, dunque, che senso e significato di una parola possono opporsi, che questa è una risorsa straordinaria per chi scrive. La tensione tra le due accezioni del verbo le serve per mostrare il senso del romanzo: la scelta di raccontare ciò che non deve essere raccontato – l’indicibile – rompendo una tradizione che impone di dimenticare per sopravvivere: «Ogni traccia è scomparsa, e ciò che è stato dimenticato non sono solo le impronte, ma anche l’acqua e quello che c’è là sotto. Il resto è atmosfera».

Ma di cosa è fatta la memoria? Cosa trattiene e respinge? Cosa è necessario lasciare e cosa è vitale, invece, trattenere? Ogni storia, privata e pubblica, è segnata da questo conflitto. A volte emerge, a volte è sotterraneo, ma questo non ne cambia la valenza trasformativa: per cambiare bisogna ricordare, contrariamente a uno spirito del tempo che affida alla lingua la possibilità di sostituire l’esperienza, cancellando nomi e fatti. Morrison scrive per salvare l’esperienza rimossa, per portare gli uomini e soprattutto le donne, nella storia. Chiama per nome la schiavitù, il razzismo, la violenza e la crudeltà che li hanno sostenuti; racconta la maternità, nei suoi aspetti più oscuri e profondi, la lotta al confine della vita, la conquista della libertà. La scrittura non arretra e non si sofferma, la lingua fa il suo lavoro: «Più fa male, meglio è. Se non fa male, non può guarire». Serve forza per «guardare bene in faccia» i fatti, certi fatti, e serve forza anche per ascoltarli. Se il coraggio di chi racconta non è corrisposto, i fatti scompaiono – «non era una storia da tramandare» – se trova ascolto, le cose cambiano – «non era una storia da ignorare».

Era dentro questa forbice la storia di Fortuna Loffredo, la bambina di sei anni che a giugno del 2014 vola giù dall’ottavo piano di una palazzina popolare del “Parco Verde” di Caivano, provincia di Napoli. Mesi prima, dallo stesso caseggiato era caduto un altro bambino di tre anni, Antonio Giglio. L’ipotesi iniziale, incidente domestico, viene archiviata dall’esame del medico legale, che parla di “abusi cronici”, la storia prende forma, però, solo grazie alla forza di altre bambine coinvolte, che allontanate in un luogo protetto cominciano a parlare; raccontano cosa avveniva in quelle case, indicano i responsabili, i complici, rompendo la legge del silenzio.

Gli adulti «ostacolavano le indagini», afferma il procuratore a chiusura delle indagini, «i piccoli hanno permesso una svolta»: senza i loro disegni e le loro testimonianze – puntualmente riscontrate – la violenza sarebbe rimasta nel referto del medico che chiamato a deporre nel corso del processo parla di «scempio mai incontrato in decine di anni di attività». La spettacolarizzazione, la retorica del degrado delle periferie meridionali in mano alla criminalità organizzata avrebbero coperto tutto, rendendo il volo di Fortuna un episodio che «in certi contesti» può capitare. Le parole delle bambine hanno rovesciato il racconto, mostrando che la violenza, quella violenza, non capita; che i bambini non volano giù dai balconi per caso o per destino. Se il mondo si rovescia e del «superiore interesse del minore» viene fatto scempio è perché il microcosmo di un sistema fatto di organizzazione, leggi, regole e abitudini lo consente. Un microcosmo tollerato, fatto di storie che non «devono essere tramandate»: che siano le bambine a rompere l’omertà che ne ha garantito tenuta e durata è straordinario. Ci aiuta ancora Morrison: «Quello che fai ai bambini conta, e loro non lo dimenticano più».

Non accade solo a Napoli. I dati del contrasto alla violenza mostrano la crescita di richiesta d’aiuto e di avvio alla denuncia da parte di molte adolescenti, anche in opposizione al silenzio o alla paura delle madri. Sono situazioni difficili, la via d’uscita viaggia su un crinale sottile, basta un niente per compromettere la fiducia o rompere equilibri affettivi vitali.

L’ho capito meglio in una giornata di luglio, nell’estate che cominciava ad archiviare la pandemia, quando le piazze di sera erano di nuovo piene ed eravamo tutti storditi dal caldo, dalla vicinanza ritrovata, dai vaccini che annunciavano la possibilità di un ritorno alla vita nelle forme condivise. Sembrava guidarci la buona stella, vincevamo nella musica, nel tennis; la Nazionale di calcio correva per il campionato europeo e noi tornavamo a guardare le partite insieme.

La storia che racconto comincia la notte di Wembley. Manca poco all’inizio, per strada non c’è quasi nessuno, le bandiere sventolano fuori dalle finestre spalancate, tace persino il telefono, fino al messaggio di Nina. Mi chiedo cosa spinga una laureanda a scrivermi prima del calcio d’inizio della finale degli Europei, recupero gli occhiali e mi siedo sul muretto. Conosco Nina da tempo, è seria, composta, persino troppo misurata. Mai una parola fuori posto, un commento eccessivo.

La lettera, dunque, rompe un protocollo: chiede un appuntamento urgente «so che lei si occupa anche di queste cose», parla di un’amica lontana in difficoltà. Spero che l’amica non sia lei, mentre torno verso casa, forse non ho saputo vedere cosa copriva quella compostezza, le emozioni contenute, i silenzi: i marciapiedi sono vuoti, la partita è cominciata.

La facoltà il giorno dopo è semideserta. Prendo l’ascensore, arrivo allo studio, mi aspetta fuori dalla porta leggendo, come fa sempre. Entriamo, le dico di sedersi, accendo il condizionatore e la macchinetta del caffè; aspetta che mi sieda e si siede anche lei. Il racconto comincia piano, lei parla lentamente, si giustifica per l’allarme. La fermo subito: non mi chiede un favore, non le sto facendo nessuna cortesia, è così che devono andare le cose. Scopro velocemente che l’amica non è immaginaria ma reale, si chiama Julia, è più piccola di lei, va ancora a scuola e vive in una città del nord, la stessa dove è nata e cresciuta Nina e dove vive ancora una parte della sua famiglia.

Le ho scritto ieri sera dal treno, prosegue, ero andata a trovare mio padre ma volevo vedere anche lei, siamo legate, non ci incontravamo da tempo. Sapevo che Julia si era lasciata alle spalle un’infanzia terribile, che aveva ancora una situazione difficile a casa, ma non avevo capito che il quadro fosse così serio. Le chiedo di essere più precisa, di aiutarmi a capire: mi racconta che la sua amica è nata in Polonia, come i genitori, vive da tempo in Italia, con la madre, Agnese, che ha un nuovo compagno, e con Rocco, il fratellino nato da questa relazione.

Si è lasciata alle spalle un’infanzia infernale, segnata da un padre violento e dalle sue minacce quando la madre lo denuncia. Nina dice che le era rimasto ben impresso il racconto di Julia: «Papà mi diceva che se avessi testimoniato contro di lui avrebbe non solo mandato in ospedale la mamma, ma avrebbe senz’altro ucciso la nonna». Con l’aiuto dei parenti Agnese la porta via da Cracovia affidandola alla nonna. Il processo si conclude con la condanna, la bambina non deve testimoniare, al padre è sottratto l’affidamento. Madre e figlia vengono in Italia, sembra aprirsi un capitolo nuovo, e invece le dinamiche si ripropongono quasi intatte, dice Nina: il nuovo compagno di Agnese non l’accetta. Julia mi raccontava che se le cose per lui andavano male al lavoro, se lei suonava e lui era stanco o se beveva, si arrabbiava e diventava violento. Ogni tanto Julia spariva, tornava dalla nonna in Polonia; qualche anno fa è stata anche ricoverata, io ero già arrivata a Roma, non ho a mente i dettagli. Mi ricordo solo che abbiamo festeggiato quando è uscita, siamo andate al mare, dice Nina. Prende fiato: ieri ho capito che la situazione negli ultimi tempi è precipitata, Julia aveva una sciarpa, una sciarpa con questo caldo le ho detto? Se l’è tolta e ho visto i segni sul collo, ho sentito la sua paura. Lei fa una pausa, io chiudo le tende perché il sole comincia a battere, le riempio un bicchiere d’acqua, lo riempio anche per me. Nina lo beve tutto e continua: era la prima volta che me ne parlava, ma io mi sentivo in colpa perché forse, se le avessi chiesto il perché di sparizioni, sciarpe, maniche lunghe e altri segni, forse avrebbe risposto. Dico a Nina che non ha nessuna colpa, che le responsabilità non sono certo le sue, ora conta che Julia voglia parlare e uscirne. Che si può fare, anche se è dura. Le scrivo il numero del Centro Antiviolenza, un gruppo di quella città che conosco da tempo e che lavora benissimo. La vedo irrigidirsi, mi ricorda che Julia è minorenne, chiede se può andare anche senza il consenso della madre che «non sarà d’accordo». Certo che può farlo, la tranquillizzo, l’aiuteranno a trovare la via d’uscita. Ma deve chiamare subito. Ci salutiamo, rompo i protocolli anche io – rapporto docente-studente, norme anti-Covid – e l’abbraccio.

A casa chiamo Alessandra del Centro, mi dice che fisserà un appuntamento con Julia appena la chiama e mi terrà informata. Mi telefona pochi giorni dopo per confermarmi che l’incontro è avvenuto, che Julia è una ragazza molto coraggiosa e va sostenuta, può farcela. Le dico che sono ottimista e mi fido della sua esperienza.

Nina mi cerca qualche settimana dopo, ha incontrato Julia e vuole vedermi: non avevo capito niente, mi dice, non avevo capito il conflitto. Quale, chiedo. Quello tra madre e figlia: Julia voleva denunciare da tempo, ma ogni volta Agnese le diceva di rinunciare, giurandole che avrebbe lasciato il compagno e tutto sarebbe tornato a posto. Lei le credeva. Anche la storia dell’ospedale, continua Nina, quanto sono stata sciocca a non capire. Julia chiamava la polizia per difendersi, lui i carabinieri definendola instabile, autolesionista e pericolosa. Agnese non ha convalidato la sua versione, non l’ha difesa. Nessuno tra forze dell’ordine, medici, psichiatri, si è preoccupato di capire cosa accadesse davvero in quel cortocircuito di telefonate, cosa ci fosse dietro la rabbia, i tagli, il panico e i picchi di pressione. Dopo due settimane, l’hanno dimessa, Tolep e Xanax – molto Xanax – e la raccomandazione: «prometti di non riprovarci». E’ andata avanti, conclude, così fino quando la madre, per l’ennesima volta, le ha chiesto di spegnere il telefono mentre chiedeva aiuto, allora mi ha cercata. Però ora ha cominciato il percorso, dico, vuole uscirne, Sì, risponde, ma finché Agnese non andrà al Centro anche lei, per Julia sarà difficile. E sono ancora più esposte. Ho fiducia, le rispondo.

Nei primi mesi di quest’anno Julia e Agnese hanno sporto insieme denuncia. Il compagno di Agnese è stato allontanato, non può cercarle e minacciarle, non può avvicinarsi. Julia ha detto a Nina che da quando lo hanno portato via non le viene «la tremarella» quando mette la chiave nella toppa, riesce a dormire tranquilla nel suo letto, non sobbalza più se sbatte la finestra. Pochi giorni prima della denuncia, Agnese aveva preso il suo primo appuntamento al Centro. Non ho mai incontrato Julia, ma ho detto a Nina, che conosce bene Toni Morrison, che se comincia una storia nuova, tutta da tramandare, è solo grazie al loro coraggio.

Fabrizia Giuliani (Roma, 1966), insegna Filosofia del linguaggio e Studi di genere alla Sapienza di Roma. Tra i suoi ultimi lavori: “La lingua di Gentile” (Treccani, 2016) e “Le parole per non dirlo, la violenza nella lingua del giudice” (FrancoAngeli, 2021). Dallo scorso maggio coordina il comitato tecnico-scientifico dell’Osservatorio nazionale sulla violenza contro le donne.