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Se non sai fare altro, almeno soffri

Bianca Censori senza mutande, Damiano David in crisi esistenziale, passando per Achille Lauro che paragona il gossip alla violenza sulle donne, fino al martire in chief, Donald Trump. La nuova moneta degli influencer è il lamento. Perché oggi le lacrime vendono più del talento, e piangere conviene. La logica del martirio, e quella pericolosissima dell’empatia

Pensavo che qualcuno si volesse scansare invece no, arrivano proprio tutti e vogliono il loro posto a sedere dalla parte degli inguaiati. Ci tengono a partecipare al grande lagnatoio, l’inferno che ultimamente abitiamo stando insieme. E magari arrivare primi con qualche jella di prima qualità.

Come ci siamo ridotti male, fragili e iperemotivi, e la colpa di chi è? I social? O internet ha solo abbattuto i muri e al posto dei muri ha installato i vetri trasparenti sulle nostre vite?

Forse internet non ci ha cambiati affatto, i motivi di questo crollo umano a picco non vanno cercati nell’èra della condivisione totale, eravamo questi (pessimi) pure prima, solo che adesso siamo questi per 24 ore al giorno, visibili a tutti, online è un posto dove non si dorme mai ed è tutto scritto. Nessuno quindi si dimentica niente.

Il social network è diventato un luogo di accuse e recriminazioni, si vedono ogni minuto persone agitarsi con qualsiasi pretesto, l’importante è trovare una vittima del perfido sistema, sé stessi o un altro conta poco, e avviare la litanìa, il crowdfunding dell’empatia. L’oggetto della crociata è variabilissimo. L’ultima in ordine di importanza è stata Bianca Censori in West, la nuova Kardashian, nuda davanti ai fotografi, in pose afasiche. L’indagine sull’assenza di mutande è durata una settimana. Si è detto che è prigionia domestica. Plagio di Kanye. Abuso di soggetto incapace. C’è una platea molto interessata alla faccenda: il mistero alimenta le ansie delle persone, e pure le visualizzazioni.

I casi si moltiplicano fantasiosamente. Tutti aspettano il loro assist per guadagnare i quindici minuti del martire. A volte anche con evidenti forzature. Così questo mese può toccare ad Achille Lauro, il Mick Jagger che ci possiamo permettere di questi tempi in Italia, il signorino-ora-dissacro-tutto di cui si scopre l’altarino un po’ zozzo di amante part time di Ferragni Chiara, proprio sotto il naso dell’allora marito, Fedez. Intervistato sul punto, Achille, pieno di gelatina nei capelli, si mostra molto amareggiato guarda a terra e risponde: il gossip è una cosa brutta brutta, veramente brutta. È la stessa violenza che si usa sulle donne. Bravissimo! Vittima del sistema! E la vittima che parla ha una prerogativa di ferro: è intoccabile, quindi nessuno gli risponde «scusi, cosa c’entra la violenza sulle donne con un paio di allegrissime corna, ma cosa sta dicendo?».
Le parole non erano importanti? No, la vittima social le usa come garba a lei.

«Il gigantismo dell’inezia: vorrei proporlo ai sociologi come tavola rotonda. Forse direbbero che, scomparsi i grandi ideali (avete notato che i distintivi all’occhiello sono spariti?), caduti i grandi odi e le grandi passioni, ci restano i miseri dispetti. I gruppi sociali ci sono sempre, ma (com’è di moda dire) in negativo: non si fa più parte della stessa fede, della stessa scelta, ma della stessa disgrazia. Qualcuno vittima lo è per davvero, ma tanti si atteggiano e in ogni caso tutti diventano vittime gli uni degli altri.

Amico – mi verrebbe da dire ogni tanto – d’accordo che lo Stato eccetera, che il governo eccetera, che i partiti eccetera, che tutti gli altri figli di puttana eccetera; ma io che c’entro? Non incasso tangenti, non evado il fisco, non ricevo avvisi di reato, non ti sfrutto. Mi limito a usarti come tu usi me: esiste vita associata se non ci si usa un po’ a vicenda?»

Luca Goldoni, Lei m’insegna, Mondadori 1985.

È un saggio di quarant’anni fa. Quindi il vizietto della vittima comincia da prima. Forse bisogna sentirsi meno speciali, parlo di noi collettivo, anche come epoca storica. L’egemonia dell’inezia arriva dagli anni Ottanta, come sottoprodotto della cuccagna.

Ci dobbiamo abituare? È quindi il nuovo ordine morale, questo della vittima? Ditecelo per favore. Una legge universale sottotraccia che informa il discorso pubblico, l’industria culturale e regola il potere contemporaneo?

Non importa chi tu sia. Donald Trump ha annunciato che alzerà i dazi sull’Europa perché, dice, «l’Europa ci ha trattato male». Gli europei sono stati very, very bad. L’artificio retorico del «sono stati loro a farmi questo» è un filo nero che si stende dappertutto, a volte lascia stizziti – ma come si fa a strumentalizzare qualsiasi boiata – altre sbalorditi per la capacità di piegare ogni minimo evento al proprio vantaggio vittimistico. Come quando ho letto un’intervista a Miriam Leone in cui si è sfogata per la sua gioventù difficile, quando era triste perché presa in giro per le sopracciglia. O Damiano David, l’ex Måneskin da esportazione, il cantante più bello del mondo, che ha fatto il bilancio di vita e sostiene che questi suoi primi anni da rockstar ventenne milionaria a Los Angeles sono stati invero duri e molto amari. E noi qui ci dobbiamo credere, e non ridere, e serve che tiriamo fuori tutte le nostre riserve di pena anche per loro. Solo che c’è una gerarchia dei disgraziati con cui essere solidali, e pur mettendoci impegno e credulità, questi giovani splendidi è difficile farli arrivare accreditati bene nella classifica dei miserabili.

Ma non importa, ci provano lo stesso. Qualunque sia la tua posizione nel grande schema – da Miss Italia a cantante famoso, ora l’investitura ultima è nella capacità di dirsi infelice. Il dolore è l’ultimo bitcoin social. La ferita è bella. Meglio ancora se sanguina. È la potente retorica del torto subito, il trionfo del ressentiment di Nietzsche: la potenza si fa debolezza. Qui il dominatore si finge dominato per riscuotere consenso.

I nuovi eroi di burro

I social aiutano, certo. In quindici anni sono diventati lo spasso principale delle persone, lo sfogatoio, il posto dove ti confermano a ogni sbucciatura di ginocchio che sei perseguitato, il posto dove anche tu puoi sentirti importante cinque minuti, la tua Ansa, l’intrattenimento in fila in banca.

La media sui social è due ore e mezza di pascolo al giorno. Tolto il lavoro, è l’agnello tutto intero del tempo felice della vita sacrificato al dio dell’online.

Il fenomeno della vittima social è trasversale e democratico: del metodo si servono l’influencer e il politico, il miliardario e l’attore. L’ex asse Ferragni-Fedez racconta bene il percorso della gaussiana negli ultimi anni: da napoleonici a martiri. Il benessere non usa più. Algoritmo della fragilità, ora conviene puntare solo su quello.

Essere infelici garantisce identità. La tristezza come postura esistenziale. Il passaggio, a guardarlo meglio, è puramente commerciale: siamo passati dal «sono meglio di te, compra!» al «sono esattamente come te, un poverocristo, soffriamo insieme, e poi compra!». L’empatia è diventata moneta di scambio e a ogni esperienza hanno dato le carte perché possa essere credibile anche come dramma esistenziale. All’asilo le suore ti costringevano a fare il pisolino sul banco dopo pranzo? Trauma. I tuoi genitori litigavano? Trauma. Il primo amore ti ha lasciato? Trauma. L’ordinario è diventato clinico. Il grande non-sottinteso è che non possiamo farcela da soli: il dolore magari non ci seppellirà, ma ci lascerà segnati per sempre. Tanto vale quindi sfogarsi, parlarne, condividere.

Non servirebbe a molto chiamare a testimone la branca onesta della psicologia, quella che dice chiaramente: vedete di calmarvi, il trauma è una condizione rara, o nessuno di noi sarebbe vivo. Il resto sono più o meno le scocciature del vivere, qualcuna grave altre meno gravi, e per quelle siamo molto più adattabili che non.

Nel mercato della sofferenza, chi si rialza (specialmente da solo) non fa notizia. Sta pure antipatico. L’eroe anni Novanta non va più di moda, è inviso, un fascistone. Ora chi cade resta caduto. Fermo lì, immobile a terra. E mentre sta a terra accende la telecamera, piange e magari vende qualcosa. C’è il filone ben funzionante, adesso, dei weepy influencer di TikTok. Quelli che si fanno i video in lacrime il giorno prima che pare debbano morire, e il giorno dopo son di nuovo tranquilli a fare le televendite ai pantacollant da yoga.

Perfino il carnefice è diventato irrilevante. Il consenso si misura in rumore, e adesso lo scettro del potere te lo passano quando ti fai dire “poverino”.

Essere percepiti come disperati part time – specialmente sui social – garantisce attenzione e potere di vendita.

L’infelicità è diventata una cifra stilistica ricattatoria. Vittime si può essere di qualsiasi cosa: di un’infanzia tristerella, ma anche di una troppo bella e protetta. Di un genitore distante, di un genitore soffocante. Vittima di genitori divorziati, vittima di genitori che avrebbero fatto meglio a divorziare. Vittima di narcisista, del capitalismo, della sindrome dell’impostore, del capoufficio, del patriarcato, della società della performance. Se proprio non ci si trova un’ingiustizia tangibile nel portafoglio, resta sempre l’ultimo rifugio: vittima delle circostanze.

Chi se ne importa del nemico. La funzione primaria del vittimismo contemporaneo non è quella, e neppure individuare la soluzione, solo certificare l’esistenza del sé scassato. Dire «mi hanno fatto del male» è la premessa al diritto di occupare la scena. Se non sai fare altro, almeno soffri. Un pubblico arriverà. Eccoci quindi con migliaia di martiri autoproclamati e il corteo degli zelanti empatici. Il problema è che questi buoni presto si riveleranno parecchio peggio dei cattivi.

Ester Viola (Morbegno, 1978), avvocato e scrittrice. Ha pubblicato per Einaudi “L’amore è eterno finché non risponde” (2016) e “Gli spaiati” (2018). Ha una newsletter, “Ultraviolet”.