Cerca

Si stava meglio quando si stava allegri

La cultura pop era la nostra educazione condivisa, oggi ogni cosa deve dimostrare la sua utilità sociale. All’improvviso è diventato tutto grigio: il tragico e l’iperemotività straripano, la fantasia langue, dalla letteratura del pessimism porn fino alla perdita della speranza a vanvera e della dolce illusione del lieto fine. Rassegna nostalgica di quello a cui abbiamo detto addio

Non lo so quand’è successo e per colpa di chi, ma è durato pochissimo, non ce ne siamo accorti in tempo e quindi nessuno ha pensato di premere il bottone dell’allarme. Una volta avviato il processo di gravità, si è concluso tutto nel giro di un paio d’anni precisi. All’improvviso è diventato tutto grigio, cielo che diceva tempesta. Qualcuno dall’alto ha detto “state seri!” e non ci siamo più mossi, come le statue di pietra fatte dalla Medusa. La leggerezza – ordinaria, calviniana, esistenziale, di qualunque tipo, quella che preferite – è passata, è perduta. Ormai si può solo riguardare all’indietro, negli archivi, con qualche vecchio film stupido o romantico o entrambe le cose.

Un tempo le cose leggere servivano, ora si giustificano. Prima c’erano i romanzi, le commedie, Woody Allen, le riviste con gli articoli inutili. Oggi ci sono i podcast terapeutici, i libri storia-di-come-mi-hanno rovinato-la-vita, le conferenze mobilizzanti, l’impegno come lutto permanente. Il tragico si è fatto formato unico e straripa. Somiglia a quei film col disastro apocalittico annunciato – l’onda anomala, Godzilla, l’asteroide, gli squali volanti – solo che siamo quasi alla fine del primo tempo e non si vede ancora chi ci salva, l’eroe-della-porta-accanto che ispira fiducia come le persone normali, sane, equilibratamente ottimiste.

Ecco un elenco – perché qualcuno doveva pur iniziare a lamentarsi (io). È una lista molto parziale, ma sufficiente a ricordarci quanta aria è uscita dalla stanza.

La perdita dell’industria culturale pop

Sopravvive, ultima eroina romantica contenta, solo Emily in Paris. È il nostro Masaniello, l’unico che possiamo permetterci. La resistenza me la immaginavo con mille facce, ma con i vestiti di Lily Collins nella serie proprio no. Della grandissima metafora di essere la figlia di Phil, a cui vennero affidati tutti i nostri dolori anni 90 di amori perduti/non corrisposti/corrisposti a saltello, parleremo un’altra volta.

Dicevamo. I romanzi e le serie tv sono annegati nella tetraggine, affrontiamo una lunga navigazione nell’arsenico, un Acheronte della scrittura. Ogni frase dev’essere densa, ogni contenuto deve avere un’etica. Per questo ci sono stati e continuano – specialmente su TikTok – i processi del tribunale morale ai personaggi di produzione semirecente. Bridget Jones, Carrie Bradshaw sono le prime due carcerate. Sono state bocciate per incitamento alla vita tossica, alle scelte tossiche, ai fidanzati tossici. Ci sono lunghe filippiche social contro questa e contro quella. E io penso solamente: che invidia, che sopravvivenza di successo, che cliché riusciti, che personaggi immortali, in questo secolo nessuno inventerà più niente di duraturo che possa essere criticato nel 2060.

Ovunque è un eccesso di trasparenza, ogni ironia va punita con la spiegazione. Si corregge, si educa, si cerca di profilare l’uomo del millennio che deve essere molto retto, civilissimo, colto, misurato e sensibile. Ma a che prezzo (autoriale)? Di cose senza sale si muore.

La cultura pop era la nostra educazione condivisa. Ogni produzione deve dimostrare la sua utilità sociale, deve avere la griglia di analisi. La dichiarazione dei redditi del contenuto è un pesticida delle idee, se ne sta accorgendo chiunque. L’allegria, anche quella moderata e costruita con cura, è diventata qualità estetica inferiore. Se non è una tragedia questa, allora cosa?

La perdita di sensatezza

Si era detto: un po’ di realismo ci farà solo bene. Creiamo storie più adatte a come stiamo. “E va bene”, han risposto i produttori di parole. Solo che nessuno ha saputo gestire la misura. E quindi ci sorbiamo come tomi di successo degli ultimi anni i molti Una vita come tante, di Hanya Yanagihara, del quale tutti dichiarano un amore coram populi. Perché? Perché è scritto davvero bene (lo è)? No, perché fa piangere tantissimo.

Io sono favorevole anche ai libri che fanno piangere, se la prosa è incantevole. Solo che inviterei a valutare la sinossi minima del romanzo, riassumo per punti forte anche della mia deformazione legale:

  1. Abbiamo un orfanello protagonista
  2. Che viene accolto da una comunità di preti, e molestato spietatamente in tenera età
  3. Lo salva l’unico prete buono, padre Luke, e scappano
  4. Il prete buono non è poi così buono, manda il piccolo a prostituirsi per strada
  5. Il ragazzino è stuprato per anni da branchi interi di delinquenti
  6. Si ricostruirà una vita a fatica, studierà, poi verrà adottato da una famiglia benestante
  7. Ha una salute molto cagionevole, a causa delle disgrazie, e soffre di episodi di autolesionismo
  8. Tutti quelli di cui si innamora solitamente lo picchiano
  9. Si sente al sicuro solo con i suoi 3 amici che hanno capito i suoi problemi ma non fanno domande (lui non risponderebbe)
  10. Si innamora di uno di loro, attore, che morirà in un incidente
  11. Per tutto il corso delle successive pagine il nostro tenterà molte volte di farla finita. Gli amputano le gambe. Infine si suicida.

Il pubblico acclama. Lo comprano a frotte. Si piange sui social. La scrittrice ha capito il trucco, la pratica editorial-commerciale scorretta è definita pessimism porn. Così ci siamo ridotti, non serve aggiungere il commento da intelligentina.

Perdita del cinema

Ormai la faccenda è irreversibile. Ogni tentativo d’invito degrada a “ma tanto tra due settimane c’è già sulle piattaforme”, “no, chiudersi dentro due ore, ma ti va?”. “Fa troppo caldo”, “fa troppo freddo”, “piove”. È che non si può usare il telefono, al cinema. E quindi non si può fare quello che più ci garba, guardare i social e poi un occhio distratto in second screen a Netflix, Lilli Gruber, l’edizione straordinaria che annuncia una guerra nuova.

Perdita dello stile e della fantasia nell’abbigliamento

Come si va vestiti? Tutti uguali, toni neutri, fingendosi ricchi, brunello-cucinelli-wannabe.

È un sottogenere, questo, la cui definizione (vecchia) “Quiet luxury” viene alla ribalta dopo il processo a Gwyneth Paltrow di qualche anno fa. La causa era intentata da un signore che aveva investito in montagna sulle piste, senza poi fermarsi a soccorrerlo. La difesa di Gwyneth, sulla riduzione di imputazione risarcitoria, era “anche io ho perso mezza giornata di sci”. Ma non importa questo. Importa come fosse impeccabilmente vestita. Tanto che l’hanno definito, appunto, Quiet luxury.

La novità da indagare era: i milionari che vestono di tessuti e abiti superlusso del tipo disegnato per far passare inosservati. Mi piace questo decennio perché a ogni bicchiere di acqua calda dice: è mio! L’ho inventato io! È il pippobaudismo della scemità, questo ventennio.

La stessa cosa dei “Non mi scrive più!” che sono diventati “il terrificante, pericoloso ghosting”. Come se sparire non fosse il modo normale di liberarsi di frequentazioni di insuccesso. Quiet Luxury! Vogliamo essere come la superborghesia. Che ostenta favolosi cashmere d’inverno e lini setosi d’estate, che detesta i marchi, le sigle, i loghi e l’eccentrico in ogni declinazione che non sia Prada, scansando il troppo colorato, il trasparente, il leopardo o l’aderente. Ora ci piacciamo abbigliati come loro, abbiamo deciso di vestirci uguale, solo che non siamo superborghesi, siamo poveri col maglione beige.

Perdita del sarcasmo

Avviso a tutta la clientela: il pubblico s’è fatto iperemotivo. La sensibilità si spezza, si frantuma, e si piange come vitelli alle minime cose. I caratteri son diventati frolli, non reggono l’urto manco di un moscerino. Il sarcasmo, chi se lo ricorda?

Verso il 2010 il sarcasmo è diventato linguaggio bandito. Devi andare in America e pagarti il biglietto per Ricky Gervais e Dave Chappelle. È più sparito delle sigarette col fumo per combustione. Quale sarebbe il danno, quindi, chiedono i puri? Il danno è enorme. Manca quel passaggio dell’età verde in cui capisci che offendersi alle battute taglienti vuol dire essere complessati. E il sarcasmo accettato era il modo di guarirsi, di ridere del peggio, ognuno il suo. Nella nuova grammatica dell’interiorità, bisogna sentire l’altro in profondità, negli abissi, non turbarlo. Ogni frase deve essere autentica, lisciante e trasformativa.

Va bene, l’abbiamo fatto. Non ci sono più battute nel raggio di chilometri, abbiamo un deserto di conversazioni benintenzionate. Stiamo meglio? Siamo più felici? Almeno più corretti? Mi pare di no.

Perdita della speranza e dell’illusione del lieto fine

Diceva quel francese letterato mirabile che da certi mali non bisogna cercare di guarire perché ci proteggono da altri mali più gravi. È proprio vero. Abbiamo deciso, nell’ultimo ventennio, di non dare più una possibilità alle cose di sistemarsi magicamente bene.

Dopo la grande illusione del lieto fine è arrivato un danno peggiore: la grande illusione che il realismo sentimentale sia destinato a farci da medicina.

Quello che abbiamo sempre saputo è che prima del Grande Amore c’è la Grande Fregatura. Il guaio della Grande Fregatura non è tanto prenderla, ma quanto ci metti a chiamarla col suo nome. Nulla è cambiato nei secoli, dai tempi di Ovidio. La situazione si aggrava perché mentre soffri, la cosa che t’aiuta e quella che t’inguaia sono la stessa: speranza. A classificarla in un manuale medico del cuore, sarebbe la malattia che fa perdere tempo. Eppure bisogna tenersela.

In realtà la speranza, applicata all’amore, è una dichiarazione di resa più che di coraggio: aspettare con fiducia che le cose si sistemino, aspettare con fiducia di sentirsi meglio, aspettare con fiducia che il desiderio venga esaudito per ostinazione di chi lo esprime. Insomma il soggetto amoroso spera di continuo, enormemente a caso, sempre da solo.

Non speriamo con criterio, quando siamo innamorati. Noi speriamo a vanvera, poi come viene, viene. Alla fine facciamo pure bene. Chi non spera non riesce nemmeno ad alzarsi dal letto di mattina. Quando le cose si mettono al brutto, avere da sperare è come avere da mangiare, stessa identica cosa.

È che non esiste un modo per farne a meno. Quindi, tra le varie speranze, ci mettevamo pure a sperare di raddrizzare certi amorazzi storti. E siccome arriva un giorno per tutto, anche l’amorazzo storto lo aggiustavi. Succedeva, succedeva eccome. L’attesa veniva premiata, a ogni sacrificio la sua misteriosa ricompensa. Era bello quando pensavi: ce l’ho fatta. Ci sono voluti due, tre, dieci anni. Ma ora siamo di nuovo insieme! Olé. A forza di pregare, qualcosa s’avvera per forza. Poi non andava bene lo stesso, ma ci venivano certe facce contente. Eravamo più belli, illusi.

Ester Viola (Morbegno, 1978), avvocato e scrittrice. Ha pubblicato per Einaudi “L’amore è eterno finché non risponde” (2016) e “Gli spaiati” (2018). Ha una newsletter, “Ultraviolet”.